Lungo l’ardkcore continuum con Pinch

Incontriamo Rob Ellis, in arte Pinch, a Foligno, all’Hotel Villa dei Platani, nel giorno del suo dj set al Dancity Festival 2013 giovedì 27 giugno. Ellis sta aspettando un caffé americano seduto sul divanetto di una piccola lounge room nell’atrio dell’albergo. E’ volato dagli UK il giorno precedente ed ha avuto tutto il tempo di rilassarsi ed incontrare Sam Shackleton, arrivato qualche giorno prima e anche lui coinvolto nelle performance della prima serata della manifestazione. I due condividono da svariati anni sia una bella amicizia, sia un album omonimo del 2011 che porta la firma di entrambi, e questo è soltanto uno dei progetti di cui parlare con lo storico dubstep producer. In più c’è un nuovo volume della serie Tectonic Plates, una curiosa collaborazione con Adrian Sherwood che ha già prodotto un 12” e dato il La a un paio di live al Sonar, e persino una sonorizzazione del classico 80s Robocop assieme Bass Clef previsto per settembre al Old Vic di Bristol, oltre a nuova label, la Cold Recordings della quale si scorda – volutamente? – di parlarci. Soprattutto c’è il desiderio di analizzare assieme al bristoliano i segnali di una scena che non smette di eccitare, che ha già vissuto la sua fase aurea e il suo momento di commercializzazione e che ora lavora fuori dai riflettori con abnegazione e profitto.

The sub:stance circle

If you settle into something it becomes predictable and boring

La chiacchierata con Ellis arriva, curiosamente, e in parallelo alle risposte dell’intervista via mail con Paul Rose, ovvero Scuba, noto all’inizio di carriera come dubstep producer e promotore, dal 2008, proprio di queste sonorità a Berlino con il Sub:stance, una serata la cui chiusura, dopo un lustro, rappresenta senz’altro un segnale interessante nell’economia del nostro discorso. Senza negare l’amore per la jungle che li accomuna da sempre, Scuba e Pinch hanno intrapreso percorsi di convergenza all’interno dei più ampi movimenti di avvicinamento al club da parte della dubstep tra i 00s e 10s. Nel 2010 Pinch se ne usciva con Croydon House e Scuba pubblicava Triangulation, entrambe produzioni in allineamento creativo al 4/4, entrambe sfaccettature di un suono eminentemente UK che ha, dalla sua genesi, i suoi corsi e ricorsi e soprattutto i suoi famosi, e condivisi anche dagli stessi protagonisti, continuum.

Oggi i due non potrebbero essere ideologicamente più distanti. Chiedendo di Rose a Ellis, il bristoliano risponde come se stesse parlando di un lontano conoscente. “Suona prog house adesso vero?“. Rose, dal canto suo, è ancora più radicale. Per lui l’allontanamento è dall’intera scena UK che da qualche (troppo?) tempo vede come un circuito limitante e limitato. Chiudere il Sub:stance è dunque una scelta che acquista, nelle parole del producer, i tratti di una linea di demarcazione tra un prima e un poi. Tra ciò che era (un promoter della cultura UK in terra straniera) e ciò che vuole essere (un produttore senza più suffissi o prefissi geografici). Al dubstep e alla sua community, Ellis, invece, sente tutt’ora d’appartenere. E’ un classe 1980, quando Skream e Benga sono due ’86, ed è cresciuto condividendo la passione per techno e jungle, frequentando entrambe le serate, chimiche ed estenuanti dj set compresi. Un imprinting fondamentale per un ragazzo che ha un’apertura mentale insolita e senz’altro non molto diffusa, conoscendo i credo e le ideologie sottoculturali dominanti dell’epoca. Va da sé che a uno come lui non piacciono i festival, ma serate in cui è possibile esprimere un linguaggio sopra alle grammatiche delle tracce suonate, delle loro suggestioni (un riassunto di questo lo si può ascoltare nel suo fabric.live 61).

Di fatto, Pinch e le sue label non hanno mai ragionato in termini di formato, bensì in quelli di processo, un atteggiamento che rifiuta intimamente i prodotti preconfezionati e quindi la precotta formula commerciale che tanta fama e denaro ha dato a molti suoi colleghi. Nonostante questo, dalla nu dubstep l’uomo prende le distanze senza assumere posizioni critiche, ma anzi, facendo una distinzione di campo. “Attualmente dubstep significa qualcosa di molto diverso da quando la scena prese il via a inizio duemila”, specifica. “Allora era completamente diverso, voleva dire una piattaforma sulla quale sperimentare nuovi spazi, scoprire new beats and new sounds. Non era un format che consiste in un 32 bar intro, a big drop, huge snare roll and the as many wobbles as you can fit into 8 bars and so on. Molta gente oggi s’aspetta questo dalla dubstep, mentre a me da sempre interessano le zone di indeterminatezza, dove non sai che nome dare a ciò che stai sentendo“.

Rob Ellis. Foto di Andrea Luccioli

The hey days of dubstep

Our dubstep is like jungle

Rob Ellis è un signore, parla un inglese pulito del Sud a zero grado di posh londinese e proprio per questo rappresenta il tratto distintivo di una certa, invidiabile, inglesità. I suoi ragionamenti, puliti, logici, sinceri, vanno di conseguenza “Se all’inizio la dubstep era come la jungle nel 1993, oggi la scena [la nu dubstep] è dominata da formati non dissimili da quelli della drum’n’bass nella sua fase di massima popolarità. Stessa autocelebrazione e ostentazione. E da qui le ragioni per le quali il genere è diventato, tra gli addetti ai lavori e non solo, una dirty word”. Avrei voluto che a un certo punto qualcuno avesse inventato un termine nuovo per tutta quella wobbly stuff” ammette, e detto da uno che agli inizi dell’avventura rimase folgorato nella celebre e molto celebrata serata londinese FWR al Plastic People, non c’è proprio da biasimarlo. Quella sera verso fine 2003, in consolle c’era Kode9 e in sala un set di suoni e suggestioni garagiste che avevano tecnicamente e teoricamente un nome, ma non una vera e propria scena e un linguaggio codificato.

Vado a memoria. La parola dubstep era stata coniata nel 2001 da un giornalista di Accelerator Magazine per etichettare un’uscita degli Horsepower Production. Da allora al 2004 esisteva dunque come definizione senza che vi fosse un’idea chiara dei contorni che doveva avere. Ricordo chiaramente quella compilation su Rephlex intitolata Grime (2004) che conteneva di fatto produzioni dubstep e quanto fosse ignorante il dialogo ritmato che recitava una cosa del tipo ‘yo non ci interessa come si chiama, noi la chiamiamo così’. Quei tizi si erano calati le braghe. Ed erano così ingoranti. Il Grime è una focal based music ma è anche vero che all’epoca c’era una discussione aperta e molto animata tra gli addetti ai lavori riguardo alla bontà della definizione, se la label fosse la più adatta a definire quello che stava accadendo. Nessuno trovò un termine migliore e quando il dibattito sfumò, ciò che emerse erano le direttrici garage più scure, stripped down, e senza parti vocali – an obvisous reference is dark garage – e la componente dub intesa non in senso di tradizione reggae, ma in quello delle tecniche di produzione dei bassi, il dubbing process”.

Va da sé che uno come lui ami suonare freschi vinili autostampati per via della resa delle dinamiche dei bassi e sia un grande fan delle produzioni di Basic Channel o di Shed anche soltanto da un punto di vista di incisione e supporto (o che dica apertamente che “la minimal di oggi è stata fatta dieci volte meglio dieci anni prima“) ma ciò che più ci interessa a questo punto è circoscrivere il periodo delle magie a cui Pinch fa riferimento, ovvero, quando la dubstep nasce come genere e non è più un sottoprodotto di garage / 2 step. Per Ellis – e la storia gli dà ragione – i ragazzi della DMZ sono la grossa e determinante influenza per tutti. In quei mesi e negli anni a venire, sia nei termini dell’omonima etichetta, sia attraverso la famosa e bimestrale club night al Mass club di Brixton, il loro lascito è enorme.

Mala and Coki well, they had a twist on it, they took that crossover period and turned it into their own space. For me that was the real starting point of the new thing.

Per Pinch il periodo tra il 2004 e il 2005 è speciale e indelebile nella memoria, non solo perché è quell’anno che inizia a produrre, ma anche perché tutto attorno a lui c’è un’effervescenza paragonabile a quella junglista del biennio 92 / 93, ovvero una di quelle classiche fasi storiche dove, in un artigianato di mezzi e capitali, dominano elementi quali l’esplorazione, l’eccitamento, la sperimentazione. “C’era gente che spendeva di propria tasca per stamparsi i vinili” e c’erano Coki e Mala che cambiavano il corso degli eventi, ma c’era anche Pinch che iniziava a portare nella sua città dj e producer della capitale legati alla DMZ (ma non solo) come Loefah, Vex’d, Distance e Cyrus e gettava di fatto le basi per una scena autoctona orbitante attorno a una serata, il Context, da lui gestita, e label personali sempre da lui condotte come  Subtext (dal 2004 con Vex’d ‎– Pop Pop / Canyon), Tectonic (dal 2005 con DJ Pinch & P Dutty ‎– War Dub / Alien Tongue), Earwax (dal 2006 con S.N.O ‎– Disturbance / Back Yard Dub) e non ultma la recente Cold Recodings.

Echoing process

“L’energy flash legata a una scena underground con potenti riflettori puntati addosso non sarebbe potuta rimanere in eterno“, ammette Ellis, né da un punto di vista di mercato né come freschezza del sound. “Alle grandi masse serve un suono a cui è facile accedere“, afferma con la sua oramai iconica franchezza. “Non basta la riconoscibilità o la firma, a loro serve una certa semplicità. Al contrario, occorre una certa dose di concentrazione per seguire le complicazioni ritmiche e i layer percussivi di Shackleton, per esempio. Serve impegno per comprendere la narrazione che c’è dietro al drumming. E’ probabile che sia per questo che le cose hanno preso una certa piega da un certo punto in avanti e, d’altro canto, è stato anche un processo inevitabile, come il fatto di associare le parole dubstep o trance a qualcosa di brutto“.

Pinch porta la responsabilità di una scelta importante: rimanere legato alle idee che da sempre lo animano nel far musica. E’ sereno quando gli chiediamo del successo di Skream o Benga, sorride nel raccontarci quando quest’ultimo, lo scorso anno, è venuto a trovarlo a casa sua a Bristol per la prima volta in un paio d’anni con una cafonissima Maserati da 120 mila pound. Aveva una piccola botta, ci ricorda, che da sola costava 15.000 pound di riparazione, come dire “ne è passata di acqua sotto i ponti da quando dormivamo sui divani di casa”. Chissà se il look del londinese era già assimilabile a quello sfoggiato nella copertina del suo ultimo disco ma, scherzi a parte, è poi vero che l’amicizia l’ha costruita negli anni con il solo Oliver Jones con il quale, ci confida, si sente al telefono ogni tanto e che ha anche visto allo scorso Sonar. Gli ricorda sempre che un giorno potrebbero entrare in studio per produrre qualcosa, which is never happening, puntualizza ironicamente. Ma ciò che più conta è la rispettosa comprensione delle loro scelte

Questi ragazzi hanno iniziato a produrre tracce quando erano quattordicenni, o quindicenni settando un sound che poi si è diffuso a livello mondiale. Erano lì con i primi dubstepper and really they have a right to the legacy“. Skream e Benga hanno sempre avuto stili differenti e riconoscibili ma, contrariamente al secondo, è in particolare con Jones che Ellis sente di avere un’affinità elettiva. “Skream ha sempre avuto quest’inclinazione per la dark side delle cose. Il suono a cui è arrivato adesso non è poi troppo dissimile dal mio. Parliamo di 128 130 bpm, ovvero di muoverci in uno spazio differente“.

Rob Ellis. Foto di Andrea Luccioli

Collateral Influences. Bristol sound, Adrian Sherwood e Underwater Dancehall

Pinch, rispetta le scelte degli amici producer mentre per sé sceglie altri modi per farsi conoscere da un pubblico più ampio come, ad esempio, suonare e produrre assieme a uno dei suoi miti d’infanzia, Adrian Sherwood. Prima di parlare di quell’incontro, non possiamo mancare di chiedere a un bristoliano cosa ne pensa del Bristoliano post-punk che più abbiamo amato, quel Mark Stewart di cui Pinch ha fatto un rework (e una dub version, il brano era Autonomia) lo scorso anno.

Ha influenzato gente dalla quale poi io sono stato influenzato ed è stato un uomo il cui ascendente sulla città è stato enorme, eppure posso dire d’aver avuto un’influenza soltanto indiretta del suo misto di punk attitude, controcultura socialista e soundsystem. Gonfierei un po’  le cose se mettessi come influenza diretta un disco come As the Veneer of Democracy Starts to Fade” ammette sardonico e così le parole scivolano verso l’argomento Sherwoord, uno che nelle avventure di Stewart è sempre stato perno focale e imprescindibile. “La musica di Adrian è un amore di sempre. Lo conosco da quando avevo nove o dieci anni, quando mio fratello mi passava alcune sue cassette, e da allora ha caratterizzato la mia gioventù fino ai primi Novanta, oltre a rimanere un mito indiscusso. La prima volta ci siamo incontrati nella Tectonic room 1 al Fabric, dove curavo la lineup, e avevo deciso di ingaggiarlo per la serata. Non parlammo molto riguardo a una collaborazione, ma l’occasione si ripresentò quando mi restituì il favore invitandomi a Parigi ad una serata per il 30° anniversario della On-U Sound. L’idea iniziale era quella di entrare in studio per qualche giorno, stampare e scambiarci qualche dubplate esclusivo che solo noi potevamo suonare. Poi le cose si sono fatte interessanti e gli ho detto ‘ehi quello che facciamo qui non è più dubplate, dovremmo fare un album!’ e lui ‘ok’ [e scoppia a ridere]. Ci stiamo sopra da allora, abbiamo sviluppato un live show, suonato al Sónar di Tokyo e di Barcellona. Devo dire che siamo molto diversi, ma abbiamo anche molti lati compatibili che s’incastrano spontaneamente nel processo compositivo. L’album non sarà tutto dubstep, ci saranno molti tempos e ritmi differenti. Mi piace l’idea del nuovo e del vecchio che entrano in contatto, lo sai il giovane e il vecchio, poi certo non sono più tanto giovane neanch’io, ma sai, di fianco a lui… [un po’ di humor inglese]. La cosa bella di Adrian è questo enorme catalogo di voci che ha archiviato grandi vocalist come Prince Far I, Jimmy Delgado, Bim Sherman. Avere accesso a queste risorse è già di per sé eccitante“.

Un punto di contatto tra Pinch e Sherwood lo facciamo risalire al suo primo album lungo, Underwater Dancehall, disco che esce doppio, con una parte cantata da un lato e i relativi strumentali dall’altro. E, ricordiamolo, disco fondamentale per la dubstep con il solo difetto di essere uscito praticamente in contemporanea con l’Untrue di Burial. Con la proverbiale sincerità, il producer parla della conoscenza del mondo dei soundsystem e della dancehall nei termini di “comprensione”. Non è un esperto del genere ma ciò che più gli preme specificare è che la gestazione dell’album, che inizia con gli inizi della sua attività come produttore dubstep, è poi diventata una questione molto personale per via della malattia del padre, stroncato da un cancro nel 2007 proprio a ridosso della pubblicazione del lavoro. “All’inizio mi sono fatto dare dure dritte dagli amici, usavo fruityloops, poi le cose si sono evolute e l’album è diventato una cosa sempre più intima e ho pensato fosse una cosa molto bella poter suonargli delle tracce. L’ultima traccia inizialmente si chiamava Rise Up, poi ho deciso di chiamarla Lazarus, colui che è tornato dal regno dei morti. C’è molta emozione nell’album e sono molto contento che abbia potuto aver uno sfogo in quelle tracce. Paradossale che nessuno in tanti anni di interviste mi abbia mai chiesto nulla a proposito di quel disco, anche con una dedica a mio padre scritta in calce”    

Altro aspetto ovvio che non possiamo non affrontare in tema di influenze, è quello cinematico. La dubstep ha da sempre bazzicato con la dark side, come ci ha ricordato spesso, ma quanto la filmografia horror ha avuto parte nella sua vita? “I’d be shooting myself in the foot if I told you which films I sampled“, ironizza quando gli chiediamo direttamente cosa ha campionato con esattezza ed è buffo poi, a registratore spento, ascoltarlo a ruota libera raccontare di quando da piccolo e ossessionato dagli zombie movie, era finito poi per ritrovarseli in incubi ricorsivi per nulla divertenti. In generale, comunque, l’interesse per i film riguarda in particolar modo le soundtrack, frammenti di colonne sonore dai quali estrapolare particolari spezzoni ad alto contenuto emotivo che però non vengono mai utilizzati così come sono, ma sempre alterati.

Breaking the expectations

Alla fine della chiacchierata emergono chiaramente i punti salienti del Pinch pensiero riguardo alle produzioni che gli piacciono maggiormente in questo momento: tracce sui 130 o poco meno bpm, nelle quali sperimentare differenti spazialità di suono e dunque diverse soluzioni ritmiche. Così viene naturale che in un momento in cui la nu dubstep is fizzling (trad. sta morendo) e “i giornalisti sono alla disperata ricerca del next big thing senza che vi siano reali scene dietro”, una compilation come il volume 4 della serie Tectonic Plates raccolga ampi e insospettati consensi anche tra le frange adoranti di compilation come This Is Dubstep. Ci trovi i percorsi della tech-step, dell’half step, del purple sound, ovvero gli stili più duraturi dalla fine dei 00s,  ma anche cose nuove, che definire avant non è peccato. I producer poi sono sia UK che USA, la compila copre volti noti e meno noti come ad esempio i produttori americani affini, per sensibilità e gusto, al bristoliano come Sinistarr, Pursuit Grooves e anche quel Distal di cui Ellis aveva prodotto il bel Civilization lo scorso anno e di cui, ci confessa, sta valutanto del nuovo materiale (“di primo acchito gli sembra un po’ troppo vario” ma staremo a vedere).

Gli album devono avere un taglio, un qualcosa che ne giustifichi l’esistenza lungo la tracklist” afferma Rob che, tornando alla serie Plates, aggiunge: “è sia una vetrina di ampio spettro di differenti producer dai più affermati alle nuove leve, sia uno sguardo di ciò che la label può offrire oltre allo specchio del tipo di musica al quale sono interessato in un determinato periodo“. Il quarto volume, in particolare, è stato consapevolmente realizzato “per metà a 130 bpm e per la restante parte nel più tipico dubstep tempo attorno 140 bpm” e questo proprio per valorizzare nuovi tagli innovativi e catalizzare una serie d’ascoltatori che “negli ultimi mesi sono sempre meno interessati alla parte commerciale del dubstep e contemporaneamente sono tornati a orientarsi verso nuovi ritmi e texture“.

Muoversi su bpm differenti è la base per provare nuove cose e rompere certe dinamiche, afferma Pinch e questo tipo di percorso era già stato inaugurato in un terzo volume uscito soltanto un anno fa e accolto con un certo distacco dalla critica specializzata britannica. “Non so di cosa stessero parlando, in quella tracklist c’erano tracce anche 120 bpm“, rilancia, sardonico, riferendosi alle critiche ricevute dalla compilation. E questo può ampiamente essere ricondotto al discorso che Rob faceva in partenza. Il nuovo interesse per le produzioni più vive del giro di label legate alla dubstep (vedi anche Keysound) sta facendo vedere l’operato della Tectonic sotto un’ottica differente e senz’altro anche la non menzionata e recente apertura della Cold Recordings rientra in quest’ottica. Non stiamo parlando più dei primi due volumi della serie targati rispettivamente 2006 e 2009, ma di movimenti che solitamente nel passato portarono a nuove isole di senso, a nuovi generi.

Riflettiamo assieme a Pinch, su quest’ultima affermazione pensando a quanto internet possa aver rotto un certo meccanismo di produzione e fruizione della musica. E’ possibile afferma, “il dubstep potrebbe essere stata l’ultima vera scena dato che oggi internet azzera continuamente il tempo promuovendo un continua rincorsa a nuove, spesso futili, tendenze alle quali moltissimi producer finiscono inevitabilmente per aderire per un tempo sempre troppo breve. Nei 90s, se volevi ascoltare questa o quella musica, c’erano soltanto pochissime scelte da fare: o ascoltavi le Pirate Radio o andavi a Londra nei rave o nei club dove si suonavano quei generi. (“Attraverso quei canali obbligati però potevi ascoltare propriamente quei suoni”). Oggi, con il laptop, senza un’esperienza forte legata alle cose, nella velocità e nel consumo vorticoso, è molto più difficile che qualcosa germogli con le giuste fondamenta, quindi, what’s next?, s’interroga retorico Ellis per poi continuare con un ultimo statement “Ciò che c’è di buono in molti dj set attuali è lo spostamento dal tempo set al mood set, suonare a differenti bpm mantenendo un’idea di umore è un campo interessante che sarebbe stato molto meno accettabile in passato”. E la footwork potrebbe entrarci? Pinch fa spallucce, “well, mi piace l’aspetto ritmico del genere ma è anche vero che mi piacciono pochissime tracce footwork. Mi ricordo quando nel 91-92 la corrente ardkore si separò in proto-jungle e una scheggia di quelle sonorità prese la piega di happy hardcore. La odiavo veramente quella scena, quanto poi amavo la jungle. Oggi la footwork è interessante, ma molte delle produzioni di quest’area mi ricordano i vibe della happy hardcore“.

4 Settembre 2013
4 Settembre 2013
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Shackleton

Music for the Quiet Hour / The Drawbar Organ

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