From the Ramones to Pavarotti, from Nommos to The Canon. Intervista a Craig Leon.

Abbiamo avuto la fortuna e il piacere di incontrare Craig Leon il 15 dicembre scorso a Rovereto, in occasione del suo concerto inserito nel cartellone della rassegna Musica Macchina. Conoscere Leon significa essere ad un solo grado di separazione da tanti nomi fondamentali della storia della musica, e non solo del rock. Come A&R della Sire Records, nella seconda metà degli anni Settanta l’americano è stato uno dei responsabili della popolarizzazione della nuova musica che si suonava a New York al CBGB’s o al Max’s Kansas City. Il suo nome è legato a quello dei Ramones, Suicide, Richard Hell, Blondie… Negli anni Ottanta la sua carriera di producer prosegue nel Regno Unito (Flesh For Lulu, Doctor & The Medics, The Go-Betweens, The Fall…), per poi passare alla musica classica: per dire, nel 1999 è stato l’unico produttore nella storia ad avere contemporaneamente un singolo pop (Maria, dei Blondie) e un album di classica (Libera Me, di Izzy) al numero 1 delle chart inglesi.

A suo nome, Craig Leon ha pubblicato nel 1981 (per la Takoma di John Fahey) Nommos, un affascinante album elettronico strumentale in bilico tra minimal e world music, kosmische e prototechno, completato nel 1982 da Visiting. Troppo avanti nel tempo, questi lavori hanno acquisito lentamente ma inesorabilmente lo status di culto: le riedizioni del 2013 (quella di Nommos da parte di Superior Viaduct, non autorizzata dall’autore, e di Nommos e Visiting, riuniti da una sublabel dell’Harmonia Mundi come Early Electronic Works) e del 2014 (la versione definitiva a cura RVNG Intl., chiamata Anthology Of Interplanetary Folk Music Vol. 1, best new reissue dell’anno per Pitchforkhanno riportato all’attenzione generale il progetto, portato live in giro per il mondo da Leon e sua moglie Cassell Webb (ad esempio, anche a Foligno durante l’edizione di Dancity 2017).

Con un Craig Leon sorridente e ciarliero, emozionato di suonare (in un set diviso in due parti, con lunghi estratti da Nommos/Visiting, con i coniugi Leon/Webb accompagnati da un quartetto d’archi, e dall’inedito The Canon) a poche centinaia di metri da dove, nel dicembre del 1769,  un non ancora quattordicenne Mozart aveva fatto il suo primo concerto in Italia, parliamo di presente, passato e futuro, cominciando da quest’ultimo.

Quando uscirà il Vol. 2 della tua Anthology Of Interplanetary Folk Music?

L’uscita di The Canon è prevista il 10 maggio 2019 per la Rvng Intl., la stessa label che ha riproposto nel 2014 Nommos e Visiting raggruppandoli come Volume 1. L’idea di avere più volumi di un'”Antologia di musica folk interplanetaria” era già stata delineata in partenza, prendendo spunto dai quattro volumi dell’American Folk Music Anthology curata da Harry Smith, ma visto lo scarso riscontro di pubblico era stata accantonata. A seguito del crescente interesse verso Nommos, il progetto è ripartito nel 2015, prendendo spunto da qualche bozza buttata giù ai tempi, ma riscrivendo sostanzialmente tutto da capo e registrando negli ultimi due anni nel mio studio.

Qual è il legame tra Nommos e The Canon?

Per Nommos mi ero ispirato alla civiltà dei Dogon, e alla loro complessa mitologia che faceva dipendere tutte le loro conoscenze (filosofiche e religiose, metafisiche ma anche puramente fisiche, come le regole per costruire edifici) dagli insegnamenti dei Nommos, alieni provenienti da Sirio… Da questo corpus di conoscenze, che secondo la mia ricostruzione speculativa è stata poi passata alla civiltà egiziana, e da lì alla Grecia, derivano le basi della cultura occidentale. The Canon rappresenta in un certo senso l’evoluzione cronologica della storia che ha ispirato Nommos, qualche migliaio di anni dopo: è una sorta di immagine musicale di un viaggio dall’Africa alla Grecia. I suoni sono più terreni, più “mediterranei”, le percussioni sono più naturali (è previsto che in futuro potranno essere suonati dal vivo con strumenti antichi). Il riferimento è quindi a questo cànone comune di conoscenze tramandato nei secoli: esiste un libro chiamato appunto The Canon, scritto dall’architetto William Stirling e uscito in pochissime copie nel 1897, che tratta in maniera molto enciclopedica della correlazione tra matematica e arti, con un’impostazione simile a quella di Pitagora, e i princìpi esposti sono gli stessi della filosofia dei Dogon.

Quanto di digitale e quanto di analogico c’è in The Canon?

È soprattutto analogico. Ci sono un po’ di forme d’onda digitalizzate che avevo realizzato anni fa con un Kurzweil K2000, ma i synth che ho utilizzato maggiormente sono due Roland JP-4, un Minimoog a tre oscillatori, un Moog 55, un ARP 2600. Nello show di oggi utilizziamo via computer software messi a punto da Arturia per combinare e ricreare live i loop e i suoni analogici e digitali.

Una delle cose che più mi affascina nell’ascolto di Nommos è il tuo modo di utilizzare “poliritmicamente” la drum machine…

A dire il vero era l’unico modo in cui ero in grado di suonarla… Era una della prime LinnDrum, Roger Linn me l’aveva prestata per provarla ancora prima della sua commercializzazione. Non avevo istruzioni scritte: Linn mi aveva un po’ spiegato a voce come farla funzionare, ma poi mi sono ritrovato a cercare di cavarne fuori dei suoni un po’ a tentoni. Allora abbiamo cominciato a mettere strato su strato, prima suonando “live” 16 battute di bass drum tenendo il tempo con il click del metronomo, poi altre 16 battute di hi hat e così via, per poi mixare ed editare i loop su nastro… Era davvero una maniera non ortodossa di utilizzare la drum machine, in pratica non abbiamo usato la LinnDrum, ma i suoi suoni! I primi esperimenti con la LinnDrum fatti per Nommos sono poi diventati un album con Arthur Brown

Avevi qualche riferimento in mente mentre lavoravi a Nommos?

L’idea era quella di rievocare una sorta di folk music da un altro pianeta, combinando pattern ritmici africani con scale pentatoniche mediterranee, ma tutto è ricostruito, non c’è nulla di autentico. Un’influenza molto forte l’ho avuta dal Ballet Mécanique di George Antheil, una sorta di punk americano della musica classica, che si autodefiniva come il “cattivo ragazzo della musica”. I suoni dei synth sono stati processati come se fossero sott’acqua: oggigiorno simili effetti si possono ottenere in cinque minuti, ma ai tempi non era una cosa facile. C’è un gruppo di Detroit che ha sviluppato una mitologia fittizia con molti punti di contatto con la mia ricostruzione (“Ma certo, i Drexciya!”). I loro primi riferimenti sono tra i miei preferiti dischi di r’n’b, Parliament/Funkadelic, e anche in quel caso si parlava del mito della “mothership connection” con l’Africa… Mi piace pensare che, pur con risultati completamente diversi, facciamo parte della stessa eredità di George Clinton, entrambi con una propria versione di inautentica musica africana. Ma già negli anni Cinquanta, con la colonna sonora di Forbidden Planet, film che ricordo di aver visto da bambino, i Barron avevano tentato di ricreare musica extraterrestre…

Nella scheda biografica sul tuo sito, oltre a Nommos e Visiting, si cita un terzo album, chiamato Klub Anima, che però non figura nella tua discografia

Klub Anima mi era stato commissionato dell’ensemble di danza contemporanea Kosh Theatre, che voleva un lavoro fatto di “modern dance rhythms”. Ho suonato degli estratti di Klub Anima durante qualche mio concerto, e il pubblico pensava fosse hardcore techno. È divertente vedere le reazioni della gente quando proponi cose diverse da ciò per cui sei conosciuto…“Perché ha inserito della techno old school in mezzo ai suoi pezzi?”. Nelle serate degli show della Kosh Theatre la compagnia vendeva i cd con la colonna sonora, ora davvero difficili da reperire. Non credo che ci sarà nessuna ripubblicazione. Ho usato dei pezzi in un paio di show con Martin Rev, c’è qualche video su YouTube al riguardo.

Durante il periodo newyorkese del ‘75-’77, avevi la sensazione che stavate facendo qualcosa di storico?

A dire la verità, ciò che facevamo era soprattutto un gran divertimento. A quei tempi non si era troppo interessati agli aspetti intellettuali. È vero comunque che le rock band di New York del periodo erano immerse in una vivacissima scena artistica underground, e mi riferisco a Tony Conrad, LaMonte Young, i Velvet Underground, John Cale pre- e post- Velvet, in una situazione con molte analogie con quella dei Beatles ad Amburgo, quando i contatti con Astrid Kirchherr e Klaus Voorman instillarono nella loro visione di band inglese di cover r’n’r una nuova mentalità bohemienne, trasformando per sempre il loro sound. Quando ho visto per la prima volta i Ramones, ho pensato subito che fossero una sorta di “Negative Beatles” provenienti da un altro pianeta. I Ramones, così come i Talking Heads, Patti Smith, ma anche i Blondie, provenivano da questa situazione di contaminazione tra le arti. Alan Vega, che era più anziano di tutti gli altri, è stato il legame diretto con la generazione di artisti downtown che ha  preparato il terreno per tutte queste nuove band.

Ho letto da qualche parte che sei stato tu ad insegnare ai Ramones come terminare le loro canzoni…

I Ramones suonavano senza interruzioni tra una canzone e l’altra, e questo non era accettabile per la casa discografica, valutando che senza canzoni con un inizio e una fine non sarebbero mai stati considerati dalle radio, cosa che ai tempi mi sembrava comunque impossibile che potesse accadere. Abbiamo quindi lavorato per creare spazio tra una canzone e l’altra. Un altro limite commerciale è stato il divieto di far uscire l’album in mono, come avremmo voluto (mi dicevano: “perché vuoi usare una tecnologia ormai vecchia e superata?”): solo con la riedizione del 2016 siamo riusciti a remixare i pezzi in mono, utilizzando le note di produzione che avevo scritto 40 anni prima e sfruttando alcune soluzioni tecniche degli Abbey Road Studios.

Come è stato il tuo passaggio a lavorare nel campo della musica classica?

Ho sempre voluto fare musica “classica”. Da ragazzo ho studiato tanto in quest’ambito, poi sono stato “distratto”. Di giorno studiavo pianoforte e composizione, ma di notte ascoltavo blues e country alla radio. Quando arrivò il rock and roll, mi sembrò subito molto più importante della musica classica, qualcosa in grado di cambiare “socialmente” il mondo, così decisi di dedicarmi al pop, in quanto “social folk music”… Poi, dopo il successo di Maria (il pezzo del 1999 prodotto da Leon con cui i Blondie ritornarono insieme dopo 17 anni con clamoroso successo, ndSA), ho pensato che sarebbe stato il momento giusto per riprendere ciò per cui avevo tanto studiato, e ho cominciato a lavorare con artisti nel settore della classica che cercavano di avere un suono più “pop”. A dire la verità la musica classica e la buona musica pop si registrano allo stesso modo, usando gli stessi setting di studio. Negli Abbey Road Studios, dove ho lavorato molto, si tiene tutto catalogato per ogni sessione: Maria Callas e John Lennon hanno usato gli stessi microfoni, nella stessa stanza dove ha suonato anche Jacqueline du Pré, o Nile Rodgers per il suo ultimo album.

Di cosa ti stai occupando in questo periodo?

Per la gran parte del tempo scrivo. Mi sto occupando principalmente di due progetti: uno è la realizzazione del Volume 3 dell’Anthology of Interplanetary Folk Music, l’altro è basato sul mondo orientale, con parti vocali. Inoltre sto lavorando molto con la tecnologia chiamata Immersive Audio (la tecnologia che permette di ascoltare i suoni in maniera completamente tridimensionale, un nuovo step oltre il surround, ndSA) insieme ai Dolby Laboratories: per esempio ho mixato Luciano Pavarotti in immersive audio, ed è proprio come se tu fossi seduto in platea al Metropolitan, con l’orchestra in basso nel golfo mistico e Pavarotti in alto sul palco. Per il momento occorrono impianti speciali per poter ascoltare in immersive, ma stiamo lavorando affinché l’esperienza possa essere vissuta anche via cuffie e computer. Non dovrei dirlo, ma ci siamo quasi! Sto pensando ad una versione immersive di Nommos/Canon: è completamente un altro modo non solo di ascoltare la musica, ma di pensarla e registrarla. È divertente e nuovo. Mi piace provare sempre cose nuove.

30 Dicembre 2018
30 Dicembre 2018
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