Agli altri i pulsanti, a noi la musica
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Sarah Venturini
- 6 Novembre 2013
Che fossero di larghe vedute l’avevamo capito, basti pensare al loro ardito nome d’arte. Non potevano che definirsi una coppia aperta dunque, i Fuck Buttons. Per usare il tanto amato/odiato gergo da social network che inesorabilmente ci perseguita, in effetti, sono proprio due tipi da “in an open relationship“. Pure un po’ “complicated” se vogliamo, tanto per dare un bel tocco hipster alla cosa. Eppure, ad Andrew Hung e Benjamin John Power, non dispiace affatto dichiararsi così, ed in fondo hanno diversi ottimi motivi per farlo, se pensiamo all’enigmatica relazione che fin dagli esordi hanno intessuto tra di loro, con il pubblico e, soprattutto, con la musica; riuscendo, nel corso di soli tre album, a scardinarne i più radicati e standardizzati principi, gravosi retaggi del nostro atavico bisogno di codificare sempre tutto-e-ad-ogni-costo, in funzione di un suono che mette finalmente la sensazione al primo posto. Un suono che è musica, ma anche rumore. E’ entrambe, ma nessuna delle due cose, allo stesso tempo. E’ la melodia confusa e distorta di chi, col solo sapiente gioco delle mani e dell’analogico, si dimostra capace di ridicolizzare il computer, arrivando persino ad imitarlo. Un paradosso? Forse, ma in fondo è la classica e reiterata sfida uomo-macchina, che una volta tanto, grazie a loro, ci vede vincitori.
Reduci dal successo del loro ultimo album, Slow Focus, ed attualmente impegnati in un tour che sta registrando una sequela di olimpionici sold-out pressoché ovunque, li abbiamo così incontrati a più riprese: dapprima solo Hung, per una chiacchierata generale sull’ultimo disco, e molto altro ancora. A seguire, tutti e due insieme, per parlare un po’ della loro prossima performance italiana in occasione del Club To Club 2013, prevista per il Gran Finale al Lingotto di sabato 9 novembre 2013.
Non essendovi alcuno spunto testuale o vocale a dare suggerimenti sul disco, potresti spiegarci cosa c’è alla base di Slow Focus? C’è un genere in particolare che avete inteso esplorare con questo album?
ANDREW: Abbiamo finito l’album alla fine dell’anno scorso e siamo molto curiosi di sapere cosa la gente possa pensare dopo averlo ascoltato senza avere troppi indizi, perché per noi è una cosa del tutto nuova. Penso che sia davvero grandioso. In realtà non volevamo esplorare nessun genere in particolare, di solito ciò che creativamente arriva, arriva e basta. Di sicuro c’è che non volevamo ripeterci, ma non abbiamo deciso in anticipo cosa avremmo fatto in questo disco; il lavoro è venuto da sé in maniera del tutto naturale.
Il nuovo disco sembra sprigionare una sensazione di ansia ed inquietudine sempre più tangibile e suonare ancora più apocalittico rispetto ai precedenti. Come si è sviluppato questo processo di crescita di sensibilità? Cosa avete fatto in modo diverso, se lo avete fatto, in Slow Focus?
ANDREW: Ci siamo avvicinati a questo disco come facciamo da sempre. In ogni album che abbiamo scritto, ciò che di norma siamo soliti fare, è radunare un sacco di strumenti, e se abbiamo qualche soldo in più nelle tasche magari ne compriamo anche di nuovi. Il modo in cui poi proviamo a tirarne fuori suoni che ci piacciono, quello credo sia l’unica sostanziale differenza. Penso che quest’album non si differenzi molto dagli altri nella maniera in cui approcciamo la musica, piuttosto se ne distacca in termini di sensibilità.
Rispetto all’ultimo disco, quello nuovo sembra forte di una maggiore varietà sonora. I tempi e ritmi di Slow Focus sono molto più pesanti e ricchi di groove, dall’evidente influenza hip-hop. E’ così? E’ un riflesso dei vostri ultimi ascolti?
ANDREW: Non penso che qualcosa in particolare ci abbia davvero influenzato direttamente, perché ormai sono anni e anni che lo facciamo. Il groove è in ogni caso un aspetto importante della nostra musica, quindi è difficile per me dire se quest’album possa vantare più o meno groove rispetto agli altri. Sono molto contento però che tu senta questa cosa.
Street Horrsing è stato prodotto da John Cummings dei Mogwai e per Tarot Sport avete lavorato con Andrew Weatherall, il maestro di Screamadelica dei Primal Scream, tanto per capirsi. I confronti istituiti con quei dischi erano spesso inquadrati nell’ambito del lavoro passato dei loro produttori di riferimento. E’ stata la necessità di affrancarvi da certe etichette ad innescare la decisione di auto-produrre Slow Focus?
ANDREW: No, non è stato proprio per questo motivo. John e Andrew sono due grandi produttori, e abbiamo imparato così tanto da loro, ma abbiamo anche capito che forse era arrivato il momento giusto per fare un suono che fosse davvero nostro, al cento per cento. Di base abbiamo sviluppato ben chiara in mente l’idea di cosa intendiamo per “produzione”, in fondo la facciamo da sempre, già ancora prima di registrare. Ci siamo semplicemente resi conto che approcciamo la musica dal punto di vista della produzione comunque, e in ogni caso: cercare suoni e ritmi, è produzione anch’essa. Dopo gli scorsi due album avevamo acquisito tutte le conoscenze tecniche necessarie per registrare un disco da soli, eravamo finalmente pronti per farlo.
Ascoltare la vostra musica, è un’esperienza che coinvolge e sconvolge allo stesso tempo, dalle molteplici e variegate sfaccettature. C’è una sorta di latente senso dell’orrore, misto ad un pizzico di fantascienza quasi, che aleggia in modo pressoché costante. Puro sangue, sudore e lacrime? O c’è dell’altro in questo disco?
ANDREW: L’ultimo album è più scuro, evocativo, direi, rispetto ai precedenti dischi. La musica, secondo noi, può esplorare quello che normalmente non si può esplorare nella vita reale, ed esplorare i sentimenti umani è quello che i Fuck Buttons cercano di fare da sempre con la loro musica.
Siete unanimemente considerati dalla critica i nuovi re del “noise”. Ma qual è la reale differenza tra musica, suono e rumore? Quali sono i confini che le separano? Sempre che davvero ci siano…
ANDREW: Penso che la parola “noise” abbia un sacco di diverse connotazioni e possa descrivere le tante proprietà di una musica. Puoi dire noisy, quando senti un suono un po’ fuzz-ato: ad esempio i My Bloody Valentine sono noisy, ma non noise. Potremmo andare anche verso descrizioni scientifiche più specifiche, se parliamo di white noise o pink noise, ma sarebbe abbastanza noioso (ride, NdSA). Se prendiamo il cuore della parola noise, letteralmente potrebbe voler dire di tutto. Penso che musica, suono e rumore siano in fondo la stessa cosa, in un certo qual modo. Nel giornalismo è necessario comunicare ed articolare idee musicali ben delineate, ma se lo fai, il noise, e ti diverti a farlo, non è detto che tu debba per forza definirlo e/o codificarlo entro canoni precisi.
Altrove ho letto che vi piacerebbe “consentire all’ascoltatore di creare il proprio racconto“. È per questo che approcciate la musica in un modo tanto evocativo? Sembra quasi che il fine ultimo sia quello di insinuare nel pubblico uno stato di trance, col preciso intento di alterarne la mente attraverso il solo potere fuorviante del suono. È questo che tentate di fare con i Fuck Buttons?
ANDREW: Questo è il motivo per cui ci piace così tanto, questo è il motivo per cui la nostra musica va verso quella direzione. L’evocazione è di fatto una reazione che il pubblico ha e che lo stimola, anche se non posso dire di sapere fino in fondo cosa la gente riesca davvero a percepire. Ad ogni modo, non concepiamo la nostra musica con l’intento di suscitare alcun tipo di effetto. Anche se trattasi di una sorta di trance, come potrebbe sembrare, scriviamo musica per arrivare a cliché che siano migliori di questo, a qualcosa che riesca in primis a soddisfare noi stessi.
Parlando di grandi novità relative all’anno scorso, non è certo da tutti venire scelti per la cerimonia di apertura delle Olimpiadi. Che cosa si prova a sapere che la propria musica entrerà a far parte, in un modo o nell’altro, della Storia? Pensi che il titolo dei brani selezionati (Surf Solar e Olympians) abbia in qualche modo aiutato?
ANDREW: E’ stato grande! All’inizio un tipo ci ha chiamato al telefono chiedendoci se volevamo fare questa cosa, poi più tardi il nostro manager ci ha richiamato per dirci che la nostra musica sarebbe stata parte della cerimonia di apertura delle Olimpiadi. Sinceramente non puoi davvero immaginare come possa essere una cosa del genere finché non la vivi direttamente sulla tua pelle. Oh sì, Olimpians!! Il titolo è nato proprio in un momento in cui ci sentivamo vittoriosi. Non praticando sport, non avevamo idea di come ci si potesse sentire, ma questo è il risultato del modo in cui ci siamo immaginati potesse essere.

Qual è il vostro approccio durante il processo di scrittura? Preferite iniziare a lavorare prima su un singolo componente sonoro isolato e da quello costruire poi la canzone, o è un processo del tutto casuale? Perché molte delle tracce sembrano nascere proprio attorno ad uno specifico riff, e tutto il resto scaturire come conseguenza di questa sorta di nucleo madre. Ci sono idee approssimative su cui si basa il lavoro in linea generale o si struttura tutto in seguito?
ANDREW: Sì, solitamente partiamo da un singolo suono. Quello che guida la nostra musica è la posizione tra le varie componenti musicali, e ciò che facciamo, in fondo, è semplicemente scovare suoni che piacciano ad entrambi, per poi trovare la combinazione adatta, che di solito non è altro che la direzione che prende la musica all’inizio del processo creativo. Dopodiché costruiamo tutto attorno a questo nucleo di base. In pratica, per prima cosa avviene una sorta di processo esplorativo. Abbiamo la capacità di essere molto sicuri del nostro gusto, e sappiamo bene cosa ci piace e cosa no.
Come fate a trasferire la vostra musica dallo studio alla dimensione live? A livello di qualità, in che modo il live influisce sul processo creativo?
ANDREW: Il processo è molto veloce, in pratica non facciamo altro che jammare. Tecnicamente, una volta finito il processo di scrittura, la canzone è pronta per il live. Penso che scrivere e suonare live, siano la stessa identica cosa. Anzi suonare live, proprio grazie al volume più alto ed alla maggiore intensità del suono, spesso ti porta a rivelare cose fondamentali della musica e delle canzoni, se sono in grado di funzionare o meno, che poi possiamo portare indietro al processo di scrittura. Il live è un modo molto efficiente per noi di comporre. Durante i live cambiamo spesso in corsa quello che non funziona, rispetto al disco.
Per i primi dischi avete utilizzato alcuni attrezzi decisamente curiosi, come dei giocattoli Fisher-Price. Com’è cambiato il vostro ardito equipaggiamento musicale nel corso degli anni? Avete usato strumenti giocattolo in modo da poterli cortocircuitare?
ANDREW: Abbiamo bisogno davvero di ogni tipo di strumento/oggetto possibile. Usiamo ancora tastiere per bambini e cose del genere e inoltre, appena abbiamo un po’ di soldi in tasca, compriamo strumenti nuovi da maneggiare. Ultimamente abbiamo iniziato ad investire i nostri risparmi per comprare vecchi sintetizzatori. Ad ogni modo, tutto quello che è in grado di produrre un suono può esserci utile.
La vostra musica è vibrante di energia allo stato puro e solo vedendovi esibire dal vivo, si può dire di poterne cogliere appieno il livello di connessione fisica che è capace di stabilire. Com’è strutturato il vostro live set-up? E’ un grande tavolo “da disegno”con una miriade di pedali, pulsanti, e oggetti del genere?
ANDREW: E’ buffo, ma il nostro live set cambia di continuo ogni volta, dipende da quante cose possiamo caricare sull’aereo. Puoi portare sempre il solito set in tour quando hai un furgone a disposizione, ma negli ultimi anni abbiamo viaggiato spesso in aereo. Ad ogni modo non siamo schiavi di nessuno strumento in particolare, e questa cosa ci dà una sensazione di enorme libertà, è molto bello.
Quando create una nuova traccia, è uno di voi che pensa ad accumulare le battute e l’altro la melodia, o non esiste alcun un ruolo specifico nel processo di scrittura? Lavorate sempre insieme, o ognuno di voi crea per conto proprio e solo in seguito unite gli stimoli in studio?
ANDREW: Devo dire che non ci sono ruoli ben precisi nei Fuck Buttons, perché non siamo condizionati dal fatto di suonare ciascuno uno specifico strumento, quindi possiamo muoverci in libertà assoluta. Posso tranquillamente affermare che non c’è una precisa combinazione musicale tra di noi, nel senso di una combinazione tra due strumenti fissi, ma piuttosto, oserei dire, una relazione musicale aperta. Sì, lavoriamo sempre in una stanza insieme, siamo una vera coppietta a tutti gli effetti (ride, ndSA).
Quando ovunque quasi tutti ricorrono al computer per comporre, rendendo il processo creativo sempre più audiovisivo, voi riuscite ancora in concreto ad operare una precisa distinzione tra il formato visivo e quello sonoro, una sensibilità unica da poter vantare in tempi come questi. È necessario fare uno sforzo non indifferente per rimuovere tale aspetto visivo dal fare musica ormai. Siete d’accordo?
ANDREW: Domanda molto interessante, anche se ha più a che fare con la musica elettronica in realtà, perché è quella ad essere composta al computer, e per lavorare al computer non si può fare a meno di visualizzare cose e guardare di continuo il monitor. Se fai questo tipo di musica le implicazioni visuali per forza vanno ad influenzare il suono che ne deriva. Ma non è certo il nostro caso, noi stiamo fisicamente in una stanza piena di strumenti e non usiamo il computer per comporre, utilizziamo solo supporti fisici per ricavare il nostro suono. Ci avvaliamo dei computer solo quando dobbiamo registrare ciò che fino a quel momento abbiamo composto. Andiamo dal processo di scrittura direttamente alla dimensione live, la macchina riguarda la fase di registrazione, ma quella è solo l’ultima cosa.
Abbiamo detto che siete soliti sfruttare una serie di strumenti decisamente non convenzionali e fuori dalle righe per scrivere ed eseguire musica, escludendo i computer. C’è uno strumento in particolare che vi permette di creare suoni senza l’ausilio di segnali visivi?
ANDREW: Sì certo, ce ne sono diversi. In realtà tutto quello che ti circonda è un possibile strumento, il suono non dipende certo da ciò che vedi ma da ciò che senti. E’ molto utile separare gli indizi visivi dal tipo di musica che stai facendo. Se lo riesci a fare arrivi dritto alla musica e al suono puro, che poi è la cosa più importante di tutte, anche se al giorno d’oggi sembra che si stia decisamente perdendo.
Quindi è vero che mentre si sta lavorando ad una traccia, si può arrivare ad ispirarne la creazione attraverso semplici idee visive? C’è un’idea o un’immagine in particolare che può visivamente definire il nuovo album?
ANDREW: Certamente! Credo che essere ispirati da qualcosa sia molto differente, poi, dal rimanerne influenzati e/o condizionati. Sono sicuro che posso agire come voglio su buona parte della musica che faccio e penso che sia proprio una bellissima cosa. Mi piace quando riesci a “sentire” un luogo nella musica che ascolti, a percepirlo. Ma non c’è stata, per questo disco, un’immagine precisa che lo definisca appieno, ce ne sarebbero così tante in realtà.
Avete mai pensato che il fatto di chiamarsi Fuck Buttons potesse essere in qualche modo invalidante per la vostra futura carriera? Vi siete mai pentiti di aver scelto questo nome d’arte?
ANDREW: (Ride, ndSA) No,no, perché sinceramente all’inizio della nostra carriera non pensavamo certo che saremmo finiti a fare questo per vivere. Diciamo che è accaduto tutto per caso e perciò non ci sono ripensamenti sul nome.
Come sta andando il tour? Avete suonato di recente a Roma al Circolo degli Artisti. Com’è andata quest’esperienza, vi è piaciuta?
ANDREW: Sì, è stato veramente bello! Abbiamo suonato al Circolo già un paio di volte ed ogni volta è stata proprio una grande esperienza. Abbiamo appena finito il tour ed è andato tutto per il meglio, grazie per avercelo chiesto. E’ sempre bello vedere come sta il mondo.
BENJAMIN: Ci è piaciuto un sacco, è la terza volta che passiamo da quel locale a Roma ed anche tutte le zone limitrofe con gli acquedotti etc. I live sono sempre stati grandiosi, lì al Circolo. Lo show è stato speciale anche per la presenza del nostro grande amico Zan Lyons, che ci ha raggiunto in tour per suonare. Era la prima volta che lo vedevo suonare live ed è stato fantastico.
Per il quinto anno di fila Club To Club è stato dichiarato da RA come il miglior festival di musica elettronica in Italia, il migliore nel mondo nel periodo novembre/dicembre. Sembra che abbiate scelto molto bene ragazzi. C’è qualcuno, in particolare, tra i tanti, incredibili artisti inclusi nella line-up del festival, che non vedete l’ora di ascoltare?
ANDREW: Sicuramente voglio vedere James Holden live. Non ho idea di cosa aspettarmi da qualcuno con la sua esperienza da veterano nella musica elettronica, ma che ha da poco iniziato la sua attività live.
BENJAMIN: La line-up è semplicemente incredibile, alcuni per me eccezionali sono Holly Herndon, Factory Floor, Andy Stott, James Holden, Kode9, Object, Adrian Sherwood, The Haxan Cloak e la lista potrebbe continuare.
In Italia Club To Club è considerato una sorta di eccezione che conferma la regola, basti pensare a quanto ancora continuiamo a lamentarci della mancanza di festival all’avanguardia come questo nel nostro Paese. Cosa pensate della scena elettronica italiana?
ANDREW: Ad essere onesto non ne so molto della scena italiana per quanto riguarda la musica elettronica. Penso che sia così facile ora mettere insieme due macchine per produrre musica elettronica, che in teoria potrebbe essere fatta un po’ ovunque in maniera decente. Ma questo non succede e non so spiegare il perché. Per esempio, ogni tanto vado ad Hong Kong, e quel posto è assolutamente pieno zeppo di persone. Tra quei sette milioni di persone in un così piccolo spazio potrebbe esserci un Aphex Twin o un Flylo? Siamo sicuri? Comunque, quando sono là non vedo succedere molto. Questo però potrebbe essere solo il mio punto di vista. Con l’avvento di internet come mezzo per collaborare e condividere, il risvolto della medaglia è l’incredibile quantità di rumore in cui è difficile addirittura riuscire a sentire e percepire te stesso. Parlando in generale, siamo comunque in un periodo musicale molto interessante e transitorio.
BENJAMIN: La musica elettronica italiana ha un retaggio incredibile, se consideriamo Moroder, i Goblin e generalmente tutto il movimento Italo Disco così influente in molti artisti che oggigiorno amiamo. E’ nel DNA di una buona parte di musica di cui sono da sempre appassionato.
Avete appena pubblicato il singolo Brainfreeze e a sorpresa una nuova traccia, Royal Flush. Diteci qualcosa in più a riguardo.
ANDREW: Che dire, il singolo sarà su vinile trasparente e sarà stampato in copie limitate, così dovreste affrettarvi a comprarlo prima che finisca. Royal Flush è interamente scritto, prodotto, registrato e mixato da noi e siamo molto soddisfatti di questa cosa.
BENJAMIN: Royal Flush è uno di quei brani che abbiamo iniziato a scrivere per l’ultimo album, ma che poi è rimasto un po’ indietro, e lo abbiamo ripreso in seguito. Lasciare ad un brano tanto tempo per respirare che fa sì che, quando lo rivisitiamo, suoni nuovo e differente. Era giusto includerlo nel singolo.
Quanto conta per voi l’aspetto visivo ai fini della buona riuscita di una performance? Molti musicisti lo reputano parte indispensabile per il funzionamento del live ed anche voi sembrate dare all’artwork un ruolo importante, in modo da poter così interagire meglio con il vostro pubblico. Sto pensando alla simpatica idea del Gold Cube contest. Da dove vi è venuta?
ANDREW: E’ una parte divertente dello show, per noi. La musica è ovviamente il cuore dei Fuck Buttons, ma siamo anche artisti visivi.
BENJAMIN: Ci piacciono tutti i differenti aspetti di quello che facciamo. Che sia l’artwork, i video, i live visual, tutto. E ci piace avere il controllo di tutti questi aspetti, così ce ne occupiamo noi personalmente. Siamo veri maniaci del controllo, al più alto livello possibile. L’idea del Gold Cube è venuta fuori da una sessione di brainstorming e sembrava un interessante progetto da seguire. Penso abbia funzionato abbastanza bene. Qualcuno addirittura è andato oltre e lo ha fritto, il Gold Cube. E’ stato bello, nel senso che ha concesso ai fan o a chiunque importasse un’occasione per collaborare con noi in qualche modo. E’ bello avere una forza creativa che fluisce verso il pubblico e mi piace molto l’idea di “line-art“.
