In attesa di una morte gloriosa. “Game of Thrones” – 8×02

Valar Morghulis. Tutti gli uomini devono morire. Dense di significati e interpretazioni, queste due parole in Alto Valyriano sono state un salvifico insegnamento per la piccola Arya Stark, soprattutto quando decise di arruolarsi nelle file degli inquietanti Uomini Senza Volto di Braavos. Per noi spettatori, invece, sono il simbolo di quella lezione che si è imparato ad “amare” fin dalla primissima stagione, in seguito alla decapitazione del mai dimenticato Ned Stark: in Game of Thrones tutti possono morire, incondizionatamente e inaspettatamente.

Punto di forza e d’originalità di un racconto che mescola l’epica-cavalleresca alle magiche componenti del fantasy, la Morte è una fedele e costante compagna di viaggio per tutti i personaggi, che siano di rilievo o solamente di passaggio. La sua mano fredda e decisa colpisce senza nessun tipo di distinzione e si manifesta in molteplici forme, umane ed estranee. Come dimenticare le scioccanti Nozze Rosse che decimarono la Casata Stark, in uno degli episodi cruciali per l’ingresso della serie nella cultura popolare; così come è impossibile scordarsi della morte splatter di Oberyn Martell o dell’esplosiva vendetta di Cersei Lannister contro l’Alto Septon, a coronamento di una sesta stagione che ha ridefinito gli standard delle produzioni televisive contemporanee (la Battaglia dei Bastardi è uno spettacolare trionfo di regia che verrà preso ad esempio negli anni a venire).

Lo spettatore ha cominciato a temere il peggio a (quasi) ogni episodio, almeno fino alla resurrezione non-proprio-inaspettata di Jon Snow, rimasta ancora incerta nella controparte letteraria. Da quel momento, per quanto accolto con profondo sollievo, le regole del crudele “gioco dei troni” sono cambiate: con l’arrivo dell’Inverno (gli Estranei) e il ritorno piuttosto appariscente di una magia che si credeva perduta nel tempo (il potere profetico del Signore della Luce, in aggiunta alla crescita esponenziale dei tre draghi di Daenerys), la storia ha acquistato lo  “stretto” tema della predestinazione, capace di incatenare l’evolversi della narrazione verso una quantità piuttosto ridotta di finali possibili. Forse.

È bene mettere in chiaro una cosa: dopo un’incipit dai risultati altalenanti, l’ultima stagione ha finalmente un vero inizio. Per quanto non succeda niente di particolarmente eclatante o memorabile, il secondo episodio (“A Knight of the Seven Kingdoms”) riunisce tutti i personaggi più amati (tranne Cersei), si riappropria con intelligenza del dono dell’angoscia e mette in scena la quiete prima della tempesta. Con la ripetizione di diversi duetti e situazioni corali, intervallati da sporadici discorsi di strategia militare, gli sceneggiatori colpiscono direttamente al cuore degli affezionati, risolvendo alcune questioni-chiave della serie. Ma c’è qualcosa di ancora più incisivo del breve tribunale a Jamie Lannister, dei tentativi di Daenerys di avvicinarsi alla glaciale Sansa, dei divertenti racconti strampalati di Tormund sull’origine della sua forza, della commozione di Brienne nel ricevere finalmente la nomina di Cavaliere (il momento più emozionante) e della prima esperienza sessuale di Arya con l’amico di vecchia data Gendry (ebbene sì, è cresciuta davvero!).

Declinata in un triste ricordo, in un pensiero funesto o in una lacrimevole canzone, la Morte «dai Mille Volti» (così la declama Arya) torna a sussurrare all’orecchio degli uomini. La parte conclusiva dell’episodio assume infatti l’aspetto di un lamento funebre, ricordando vagamente l’iconica scena de Il Signore degli Anelli – Il Ritorno del Re in cui Pipino canta per Re Denethor. Mentre il giovane Podrick intona la ballata intitolata Joey of Oldsones, ripresa poi nei titoli di coda dalla strepitosa voce di Florence Welch (come fu per The Rains of Castamere dei Sigur Ròs), i vivi apprezzano la vita per contrasto; più vicina è la Morte, o la paura di essa, più gli esseri umani tendono ad avvicinarsi carnalmente e spiritualmente, uniti dalla mortalità della loro natura. Così, tra una liberatoria risata e una lacrima malinconica, si attende il nemico (la Morte, per l’appunto) che avanza col suo silenzioso passo e che si tiene nascosto sotto le lunghe ombre della notte.

24 Aprile 2019
24 Aprile 2019
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