L’arte come libertà di espressione: intervista a Kazu Makino dei Blonde Redhead

Dalla sua voce sensuale e ammaliante, dai racconti a metà tra intimismo e digressioni culturali, emerge un profilo artistico di alto spessore, carico di sentimenti, passioni, spirito ribelle, melodie e rumore. Libertà espressiva e sperimentazione. Si scorgono, nelle sue parole, gli elementi tipici della musica dei Blonde Redhead, progetto con cui Kazu Makino, cantante e musicista giapponese classe ’69, si è affermata nel panorama alternative rock.  Attivi dal 1995 con lavori come La mia Vita Violenta o Melody of Certain Damaged Lemons, nel 2004 il gruppo imprime una svolta personale che segnerà il rock indipendente degli anni Duemila. È l’anno di uscita di Misery Is a Butterfly, la perla pubblicata dalla label inglese 4AD (fu l’esordio sull’etichetta), un concentrato di melodie dolci e oniriche accanto a distorsioni e atmosfere rarefatte, condite da ricordi sixties e riferimenti persino a Lucio Battisti. A testimonianza del fatto che, grazie anche alla presenza di Simone e Amedeo Pace (di base a New York ma italiani di origine), permane un legame affettivo e artistico con l’Italia. «Siamo dunque di fronte – scriveva Edoardo Bridda in sede di recensione del disco – a un piccolo gioiello di questi confusi Duemila: un lavoro egregiamente arrangiato, dalle sofisticate ritmiche circolari e dalle originali melodie, denso di emozioni dilatate e tocchi di classe, nonché di angoli da esplorare, ascolto dopo ascolto».

A distanza di dodici anni, i Blonde Redhead riportano in tour l’album capolavoro, eseguendolo anche in Italia e per cinque date con un quartetto d’archi. L’occasione giusta per conoscere proprio Kazu Makino, una personalità che si forma dall’incontro di più culture: di origine giapponese, si trasferisce giovanissima negli States iniziando il progetto musicale con i due ragazzi italiani, e convoglia in sé un animo artistico cross-mediale attento alla musica così come al cinema, alla letteratura, all’arte visiva.

Nonostante non avessi creduto fortemente in una carriera musicale, la musica ha sempre fatto parte di te…

Certo. La musica è stata sempre presente fin dalla mia infanzia. Mio padre suonava il violino, all’età di dieci anni ho cominciato ad avvicinarmi al pianoforte, poi ho iniziato a studiarlo insieme al canto. Ai tempi del liceo artistico [dopo essersi trasferita da Kyoto a New York, ndSA] ho formato la prima band con la mia ex ragazza. Poi l’avvicinamento con Maki Takahashi (componente della band fino al 1993) e i fratelli Pace. Li ho incontrati a New York grazie ad amici in comune. Ero in cerca di qualcuno con cui suonare, ed è nata subito un’ottima intesa.

Poi c’è stato l’incontro con Steve Shelley dei Sonic Youth che ha prodotto il vostro primo album…

All’inizio non è stato facile comprendersi. C’era un gap culturale tra me e lui, quando abbiamo iniziato a lavorare. Lui era immerso nei costumi e nella cultura consumistica americana, io ho interessi differenti, legati al rapporto con la natura, il rispetto dell’ambiente, l’ecologia [curioso, a tal proposito, che sia nata nella città di Kyoto, sede dello storico protocollo in materia ambientale, ndSA]. Non è stata una relazione facile da questo punto di vista. Diverso per quanto riguarda il discorso musicale. Pertanto siamo grati per l’opportunità che ci ha dato. Con lui siamo partiti da zero. E ci ha dato una grande opportunità.

Partendo dal feeling con due italiani di origine come Amedeo e Simone Pace, sino all’album La Mia Vita Violenta ispirato dall’opera di Pasolini, mi pare che tu nutra un certo interesse per l’Italia…

Ho un buon rapporto con la cultura italiana. Abbiamo lavorato con molti amici e porto ottimi ricordi di quelle esperienze. Mi piace la terra e lo spirito delle persone.  E l’influenza del messaggio di Pasolini è stata importante, quando abbiamo iniziato a fare musica. Sono affascinata da questo personaggio, dal suo messaggio, l’ho studiato e analizzato sia dal punto di vista della sua vita personale (il suo rapporto con la madre, la questione dell’omosessualità), sia a livello dei messaggi politici. Era una mente pura.

Come mai tornate a suonare Misery is A Butterfly? Cosa ha rappresentato per te quel lavoro, così acclamato dalla critica?

Dodici anni fa è stata una grande produzione. È stato un episodio importante per la nostra carriera, ha segnato l’essenza del nostro suono. Ha rappresentato una perdita di innocenza rispetto al suono più dark e rumoroso dei precedenti album. Ci siamo lasciati andare ad atmosfere più romantiche e melodiche che, in Misery Is a Butterfly come nei lavori successivi, abbiamo unito a ciò che facevamo prima. Ci piace sperimentare, sentirci liberi. Quando stiamo lavorando ad un album, nonostante ci sia bisogno di mediare con le indicazioni dei produttori, penso solo alla mia anima, a concretizzare le idee che ho in mente. Sei tu e ciò che tu sei. L’album è nato unendo nostre esperienze e gli ascolti personali, liberando semplicemente emozioni e ispirazione.

E tra le fonti di ispirazione, non possiamo non considerare la tua passione per l’equitazione…

Sicuramente. Quando cavalco, sento una relazione tra questa attività e la musica. Nell’equitazione nasce un rapporto di simbiosi col cavallo: non sono io sopra di lui ma siamo un corpo unico che libera movimenti, un tutt’uno. Con la musica è la stessa sensazione. Avverto un senso di libertà che riscontro anche quando ho uno strumento in mano o sto scrivendo.

Si può dire lo stesso per il rapporto con la pittura e le arti visive?

Dal secondo album in poi ho realizzato gli artwork delle copertine. Mi piace impegnarmi in questa attività. Non penso di essere una grande artista, ma adoro tradurre in immagini ciò che la nostra musica esprime, anche nelle componenti tecniche, come scegliere l’inchiostro o la carta da utilizzare o le opere fotografiche da apporre. Amo visitare musei, osservare fotografie, guardare le copertine di album. Avere tra le mani un CD e cercare di capire ciò che le immagini vogliono trasmettere legate alla musica. Ognuno poi può dare la sua interpretazione dei lavori grafici che ha davanti agli occhi. Qui risiede il fascino dell’artwork di un album. Sono ossessionata dai CD, dai vinili. Dal possedere concretamente un album, che per noi artisti significa la realizzazione di un lungo viaggio, come scalare una montagna, un percorso in cui riassumere varie esperienze prima di arrivare in vetta. Per questo credo che le nuove modalità di ascolto, tramite i servizi di streaming e di download, stiano cambiando l’approccio delle nuove generazioni nei confronti della musica. L’ascolto ora può essere effettuato in qualsiasi momento, nei luoghi più disparati. Ma così si va perdendo l’emozione di immergersi nella durata di un album, in quel momento di riflessione e introspezione.

Dopo circa vent’anni di carriera, di successi e di concerti in tutto il mondo, avverti ancora l’ansia da prestazione quando sali sul palco?

Provengo da una dimensione punk-rock, meno legata a regole e schemi, dove mi sentivo maggiormente a mio agio, molto meno imbarazzata. Pian piano, suonando in occasioni dove c’è un rapporto diverso, più impostato con il pubblico, ho cominciato ad avvertire un po’ di ansia da prestazione. Unita al fatto che un tour, dove ci troviamo a suonare quasi ogni giorno dopo ore e ore di viaggi, comporta stanchezza e stress. La affronto dormendo prima di salire sul palco.

15 Luglio 2016
15 Luglio 2016
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