EX:RE. Ho scritto una lettera a me stessa

Se l’indie folk dei Daughter era fatto di metafore e immagini evocative, il disco solista di Elena Tonra è una confessione a cuore aperto, schietta, fatta di getto e senza alcuna risposta che torna indietro. Se pensate che i testi della band di Londra siano già molto intimi e introspettivi, è perché ancora non avete ascoltato quelli crudi (ma modellati dalla sua sensibilità) di Ex:Re. È questo il nome che la frontwoman inglese ha scelto per il suo “secondo debutto” , sempre per 4AD, in uscita oggi e arrivato senza grandi preavvisi, «un progetto collaterale venuto fuori mentre gli altri due della band (Igor Haefeli e Remi Aguilella, ndSA) si stavano giustamente godendo il loro meritato periodo di vacanza dai nostri impegni. Io invece ho “dovuto” fare questo disco, pensa te».

Incontriamo Elena durante la sua tappa promozionale milanese e, nonostante il contenuto del disco potesse far presagire una ragazza avvolta nel suo dolore e restia a parlarne, ci troviamo invece a dialogare con una giovane donna piena di vita, dalla bellezza d’altri tempi, vestita di nero e dalla gentilezza rara. Intensa senza essere seriosa, Elena, col suo sorriso malinconco e gli occhi enormi, è profonda e genuina, lucida e matura nel raccontare con tatto e la giusta dose di ironia il suo vissuto. Testimonianza vivente che dal dolore spesso può venir fuori anche una nuova energia, che ci fa scoprire più coraggiosi e forti di fronte alla vita. La prima curiosità che ci svela è il motivo per cui ha scelto un nome diverso da quello di battesimo per questo progetto: «Ex:Re è una sorta di alter ego, un’altra me che riconosco ma che sento che non mi appartiene già più. Fortunamente quella Elena è già distante da quella che sono oggi; non potevo dare il mio nome a una raccolta di canzoni del genere. È uno pseudonimo che ho scelto perché lo puoi leggere in diversi modi. Può significare “regarding ex” o puoi leggerlo “x-ray”, perché questo disco è una radiografia a raggi x sull’accaduto, su quello che ho passato, per cercare di capire qualcosa in più. Il “Re” invece sta anche per replay, come quando si risponde a una email, ovvero il modo di comunicare con qualcuno dal quale sei molto distante. È il distacco che senti mentre parli di una persona alla quale in realtà eri molto vicino».

Se infatti di cuori infranti è pieno il mondo, e sono tanti gli artisti che sono partiti da questa situazione per fare un disco, quello che Elena ci consegna è un flusso di coscienza in cui non attacca nessun ex amante, tantomeno parla direttamente di alcun fidanzato; nessuna rielaborazione di una storia vissuta, nessuna accusa o presa di posizione, anzi. Ex:Re è un’analisi del processo di elaborazione della perdita, nel momento successivo alla separazione da una persona che si è amata molto. «Se ci fai caso nei testi non parlo quasi mai di lui, lo cito a malapena. Dialogo più con lo spazio senza quella persona, descrivo situazioni e percezione della sua assenza nel presente. Questo perchè ho un grande rispetto per una persona che stimo e per la quale ho provato dei forti sentimenti. Ho semplicemente cavalcato un’onda emotiva che doveva in qualche modo fluire, ma ci tengo a dire che queste lettere non sono indirizzate unicamente a una singola persona, sono a uso e consumo del mondo, adesso. Non appartengono più al momento in cui le ho scritte e per questo non c’è alcun risentimento, non sento più quella rabbia che dovevo far sfogare, tantomeno verso la persona che ho amato»Perchè di rabbia ce n’è; in pezzi come Liar, una certa furia si fa sentire, ma Elena la indirizza più verso se stessa: «Mi sono sentita smarrita, se non proprio persa. Bevevo, anche troppo, mi faceva schifo la mia faccia»Lo racconta anche in NewYork, una canzone scritta dopo un viaggio negli Stati Uniti, durante il quale Elena osserva i suoi amici sistemarsi e metter su famiglia, mentre lei passa il tempo ad ubriacarsi e a sentirsi un disastro. Sa di non essere in condizioni ottimali, ma lo accetta senza sensi di colpa. Perché a volte nella vita capita di perdersi, l’importante poi è ritrovarsi: «Queste canzoni sono lettere che ho scritto per me stessa principalmente, e anche se erano indirizzate ad altri non sono mai state spedite, perché non aveva alcun senso farlo. Alla fine dei rapporti, rimangono sempre delle parole non dette. Questi pensieri che da qualche parte vanno fatti uscire, io li ho messi qui. È stata un’urgenza, per un dolore che ho provato a soffocare per molto tempo perché non volevo accettarlo. Ma la sofferenza prima o poi viene sempre a galla, non la si può ignorare, anche se si cercano tutti gli escamotage possibili per farlo. Dopo un tour che mi ha portato in giro per il mondo, e in cui spesso dovevo sforzarmi a non piangere sul palco, a un certo punto sono scoppiata. Certo, suonare mi ha salvata, fossi tornata a casa mia in quella situazione mi sarei disperata, ma alla fine, quando si sono abbassati i riflettori e mi son ritrovata sola con me stessa, è venuto fuori tutto».

Se la sofferenza non si controlla, come è riuscita a prenderla per mano e a darle forma in un disco? «Ho iniziato a scrivere quando ho cominciato a vedere che la relazione non si sarebbe salvata, farlo è sempre stato salvifico per me, ti fa vedere subito le cose più chiaramente. Ma il processo è stato lungo. Subito dopo le registrazioni della colonna sonora con i Daughter per il videogame Behind The Storm, io e i ragazzi abbiamo deciso di tenere lo studio dove eravamo per un po’ di tempo in più. Si trova proprio sotto la sede della 4AD, la nostra casa discografica a Londra, e in quel periodo ero davvero uno straccio, ero a pezzi. Andavo in studio ogni giorno e ci rimanevo anche quando tutti se ne andavano. Una routine quotidiana che mi aiutava a mettermi l’anima in pace, ad accettare che questa storia era finita e a vomitare il dolore che avevo dentro la musica. Così sono nate canzoni e melodie nuove di cui in un primo momento non sapevo che fare. Prima ho pensato sarebbero finite nel nuovo disco dei Daughter, ma quando mi sono ritrovata al piano ed è venuta fuori Too Sad ho capito che quello che stava succedendo era troppo personale, che riguardava unicamente me, che dovevo lasciar fuori gli altri e vedermela a quattr’occhi con questa materia così privata e calda». Un disco nato in solitaria ma che nel corso della sua registrazione ha visto comparire due figure fondamentali: «Per la prima volta mi sono ritrovata a gestire completamente il mio lavoro. Suonavo tutti gli strumenti, mi confrontavo solo con me stessa, quando a un certo punto, in punta di piedi e in modo del tutto naturale, hanno cominciato a interagire con quello che stavo facendo Fabian Prynn (ingegnere del suono e produttore della 4AD, ndSA) e Josephine Stephenson, (musicista e compositrice, ndSA). Due figure importantissime per questo progetto. Fabian si è occupato insieme a me della produzione e degli arrangiamenti del disco, lavorando soprattutto su loop e batterie, Josephine invece ha dato un contributo essenziale per le voci e il violoncello. Avevo avuto modo di collaborare con loro solo in minima parte per gli arrangiamenti della live version di All I Wanted (brano tratto dall’OST di Behind the Storm). Riscoprirli qui, in questo modo, è stato meraviglioso. Mai avrei pensato che un lavoro nato in solitaria alla fine sarebbe diventato collettivo, ne sono contenta».

Le sessioni di registrazione di Ex:Re sono avvenute in un arco di tempo brevissimo, a dispetto della fase di scrittura che invece ha richiesto molti mesi, in luoghi e momenti diversi, ma con una costante: un’ambientazione notturna, con una città a fare da sfondo, permeata dalla solitudine moderna e urbana di un quadro di Edward Hopper. «Scrivere questi pezzi non è stato facile, ma per quanto l’argomento fosse tutt’altro che divertente, realizzarli in studio con Fabian e Josephine è stato davvero bello. Sono brani concepiti come scene di un film, lì ho scritti tra Londra e New York. Ognuno è ambientato in un set diverso, gli arrangiamenti hanno creato le architetture, il suono del violoncello permette invece all’ascoltatore di immergersi dentro a uno scenario; infine le mie parole raccontano la mia storia. Le ho scritte principalmente di notte, l’insonnia è stata una fedele compagna, ma in generale la sensazione che volevo trasmettere era quella di un notturno che non accompagna verso il sonno bensì verso quel buio in cui solo la notte è capace di avvolgerti». Durante l’ascolto del disco si passa da uno studio a una camera da letto desolata di un hotel (come nel brano The Dazzler), fino alle stanze soffocanti di un club. La ritroviamo sempre tra delle mura, che l’hanno fatta sentire imprigionata ma soprattutto protetta. Ex:Re è anche una camminata notturna intossicata dal frastuono della città, dal suono assordante che proviene da un locale, dall’onda di rumore di una festa in casa di gente sconosciuta. «Avevo così tanto rumore in testa che mi consumava, non riuscivo ad ascoltare altra musica. Dovevo svuotare quel cervello. Avevo bisogno di silenzio, una sorta di letargo mentale. Per questo disco ho attinto dall’esterno, non dalle note, ho collezionato quello che sentivo mentre attraversavo le strade, cercavo risposte nelle parole delle persone che incontravo e non nelle canzoni degli altri. In generale quando compongo nuova musica non ne ascolto altra per non esserne influenzata o rubare accidentalmente qualcosa; questa volta me ne son distanziata come non mai»Certo i rimandi a una malinconia cara a Radiohead e Sparklehorse si colgono qua e là durante l’ascolto, e ci sono anche elementi sonori nuovi rispetto al sound dei Daughter: «In studio ho giocato molto con i loop, mi aiutavano a non pensare alla costruzione della melodia e a proseguire fluida con le parole, ma soprattutto rispecchiavano il modo in cui lavorava la mia mente, il mio stato mentale, così ciclico e ripetitivo in quel periodo»Troviamo anche elementi di elettronica, che entrano e crescono con una progressione techno in Romance, dove un beat ci immerge in una discoteca.

Esplicito è il video che l’accompagna, diretto da Antonia Luxem, in cui Elena si perde nella vita notturna, con pochi contatti con altri sconosciuti, dove l’intimità viene condivisa freddamente con la comunità tribale dei club, tra presenze ignote e un corpo che si libera ma rifugge dal mondo: «Ballare è una pratica forte che sto scoprendo sempre di più. Quando ti si congela il cuore, anche il tuo corpo diventa di marmo, muoverlo è il modo migliore per scioglierlo. La musica elettronica può portarti a non pensare, a non sentire, ma anche al suo opposto, infatti ti isola così tanto da farti sentire tutto quello che avviene in te. È un momento intimo in cui ti percepisci e riesci ad essere per un attimo anche più leggero, perchè ti scrolli fisicamente di dosso un peso, almeno per un secondo»Uno sfogo, come lo è questo disco, attraverso il quale Elena si augura di guarire ulteriormente, col passare degli ascolti e soprattutto con la sua messa in scena live: «Non mi pesa l’idea di cantare queste canzoni di nuovo e metterle sul palco, di fronte a un pubblico, anzi non vedo l’ora. Un’emozione condivisa diventa più potente, e le togli quel velo d’intimità che si crea quando la canti solo per te. Quasi sicuramente ci sarà un tour di supporto al disco, e spero nella possibilità di farlo con Fabian e Josephine, impegni di tutti permettendo».

Quella presente nella musica di Elena è una seducente assenza e una convivenza con i fantasmi che lei si porta dietro dai precedenti lavori. Due dischi con i Daughter intitolati If You Leave e Not To Disappear che evidenziano una predisposizione ad avere a che fare con gli spazi lasciati vuoti e con le perdite. «Se prima ero terrorizzata dall’idea di rimanere da sola e sono sempre stata fin troppo conscia del fatto che tutto finisce nella vita, adesso qualcosa forse è cambiato. Questo disco mi ha fatto capire in parte che non è così, non si rimane soli, c’è un mondo là fuori. Dopo un terremoto emotivo iniziale che ti fa crollare la terra sotto i piedi, con delle scosse che perdurano nel tempo, cominci a capire che ci sei ancora, che puoi ricomporti nonostante tutto. Perché al di là di un rapporto tra due persone, esistono altre forme d’amore altrettanto appaganti. La musica e gli amici in particolare sono tra queste. E nonostante io sia una persona incline a vivere i rapporti d’amore con senso di coinvolgimento fin troppo estremo, da uscirne spesso devastata, non sono masochista, o almeno non voglio credere di esserlo (ride, ndSA). Ex:Re dovevo farlo, anche se ancora non sono uscita del tutto da quella situazione, ma chi ne esce davvero del tutto dalle cose forti che ti sconvolgono la vita? Ad oggi ho fatto del mio meglio, ho portato a termine un progetto». E se a volte ha la sensazione di essere una persona che distrugge deliberatamente il suo mondo per poterne scrivere, non vuole crederci: «Ne avrei paura, e non voglio pensare che sia così; preferisco pensare che quando le cose vanno tutte bene fino a formare un cerchio perfetto, a un certo punto qualcosa si romperà.. È la vita, è quello che succede. Sta però a te capire come prenderla questa paura, con gli anni ho forse capito che ritrovarsi soli non è poi così male, che va bene anche così, e questo me lo hanno insegnato soprattutto i miei amici».

Ma lasciare che le cose accadano e vadano per la loro strada non significa dimenticare: «Rimane la consapevolezza della fortuna che ho avuto di vivere un amore importante, con la speranza che ce ne saranno altri e la certezza che intorno a me di amore già ne ho molto. I miei amici mi hanno permesso di rimanere concentrata sulla musica e sulla vita che continua. Sono tornata a trascorrere molto tempo con loro, a lavorarci. Alcuni di loro si occupano anche dei visual e dei video di questo album». Elena ha imparato a dialogare col vuoto ma soprattutto a parlare sempre meglio e serenamente con se stessa: «Non ho avuto la voglia di riempire quello spazio con un sostituto a caso, il dolore ha bisogno di tutto il tempo per trovare la sua collocazione innocua. Deve scemare. Si dicono molte frasi fatte, e in parte veritiere, in questi casi, come “tempo al tempo”, “il tempo guarisce le cose”. Io ancora questo non lo so, certe ferite si chiudono ma rimangono cicatrici sensibili. Sicuramente ci si può lavorare, e lo sto facendo al massimo delle mie possibilità, ma decidere il momento esatto in cui far cessare un dolore o un pensiero è impossibile, bisogna rispettarlo. Se dovessi ricollegare il lavoro che faccio al sentirmi infelice, o al mandare tutto in frantumi per scriverne, non lo farei, io voglio solo essere felice. Dunque sono orgogliosa di questo album per come suona e per quel che dice . È stato terapeutico, è un album venuto fuori dalla devastazione ma l’importante poi è ricordarsi di prendersi cura di se stessi».

30 novembre 2018
30 novembre 2018
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