Verso l’origine. Intervista a Samir Odeh-Tamimi

Samir Odeh-Tamimi, nato nel gennaio del 1970 a Jaljuliya, a pochi chilometri a nord-est da Tel Aviv, è “un compositore palestinese-israeliano”, come viene definito dalla pagina di Wikipedia in tedesco a lui dedicata, per chi scrive una delle figure più interessanti della cosiddetta “musica classica contemporanea” o “Neue Musik” (ne riparleremo più avanti). La sua residenza artistica è stata al centro del festival Mauer_Werke, organizzato tra novembre e dicembre 2019 nell’Alta Valsugana da Margherita Berlanda e Claudia Pérez Iñesta. Uno dei momenti clou della rassegna è stato Lichten luci – Schatten ombre, concerto monografico incentrato su alcuni lavori cameristici del compositore, interpretati da Berlanda (fisarmonica), Pérez Iñesta (non solo Claudia, piano, ma anche la sorella Gala, violino) ed Emanuele Dalmaso (sassofono). Il festival si è chiuso il 14 dicembre 2019 con il finissage della residenza artistica di Odeh-Tamimi presso lo spazio artistico Anomalìa a Baselga di Piné (Trento), che ha ospitato la prima personale di pittura del poliedrico Samir: è in quella occasione che abbiamo avuto il piacere di chiacchierare con lui, insieme a Margherita e Claudia nel ruolo di organizzatrici della rassegna e di doppie interpreti (sia come musiciste che come traduttrici dal tedesco – via spagnolo – all’italiano) del compositore.

Claudia, Margherita, perché avete pensato a Samir per la rassegna?

Mauer Werke, ovvero il Muro, è un progetto pluridisciplinare ispirato dall’anniversario dei 30 anni dalla caduta del muro di Berlino, città dove Samir vive da tanti anni: tutti i giorni si confronta con la storia della città e la sua sensibilità artistica non può non mescolarsi con la realtà in cui vive. A Berlino nessuno potrà mai dimenticare il passato.

Samir, visto che su Wikipedia esiste solo la voce in tedesco su di te, se fossi tu a scrivere la tua pagina in italiano o in inglese, come ti descriveresti?

Samir: Non è semplice. Diciamo che ho sempre saputo di potermi esprimere al meglio come persona facendo qualcosa di creativo. Fin da bambino ho sempre sentito la necessità di esprimermi, non necessariamente come artista, come compositore o pittore. Sono sempre stato una persona del “fare”, non del “teorizzare”. Da bambino mi hanno fatto frequentare una scuola di musica, ma io più che studiare i brani di Beethoven volevo rimodellarli: mi consideravano un ribelle, ma in realtà per me semplicemente era qualcosa di naturale. Già da ragazzo componevo musica, in maniera molto spontanea. E lo stesso vale per la pittura: ho sempre cercato un modo originale di esprimermi.

Ok, comunque in un certo momento della sua vita hai deciso di fare qualcosa in un ambito molto preciso.

A 18 anni sono andato a studiare musica contemporanea in Grecia, ma mi sono reso conto che lì non c’erano troppe possibilità di approfondire i miei interessi come volevo, quindi a 21 anni mi sono trasferito in Germania a studiare musicologia a Kiel, e composizione a Brema con Younghi Pagh-Paan, per intraprendere quindi ufficialmente la carriera di compositore.

Spesso i tuoi lavori sono presentati e/o commentati facendo riferimento alla tua provenienza geografica. Io però, a dire la verità, ascoltando i tuoi pezzi (quanto meno quelli che ho ascoltato nel concerto Lichten luci – Schatten ombre, oltre a quelli che ho potuto trovare online – su Spotify c’è un album interamente dedicato alla tua musica da camera, ma voglio in particolare citare il bellissimo Gidim, pezzo del 2017 per orchestra ed elettronica disponibile su YouTube), non ho trovato riferimenti esterni rispetto a ciò che si definisce “musica classica contemporanea occidentale” (e sottolineo le virgolette). Insomma, se io non conoscessi il tuo nome e non sapessi dove sei nato, non troverei nella tua musica nessun appiglio per parlare di “influssi mediorientali”, di “metafore dell’identità palestinese”, “desiderio di riconoscimento di un popolo”…

Lo prendo come un complimento. Molti critici non riescono a scindere la mia musica dalla mia storia personale, dal fatto che sono nato dove sono nato. Ti racconto un aneddoto: tempo fa in occasione di un concerto un critico ha confrontato la mia musica con quella di una compositrice russa, e la sua è stata categorizzata come musica religiosa, la mia come “espressione del conflitto israelo-palestinese”. In una concezione dominata dall’europocentrismo, da una sorta di colonialismo culturale, e con la tendenza a semplificare e inquadrare in categorie, la mia origine può effettivamente rappresentare un problema. È comunque vero che per alcuni specifici pezzi mi sono ispirato alla reazione nei confronti del conflitto, come nel caso di Eine Erinnerung für das Vergessen o Shattila, ma si tratta di riferimenti emotivi, non necessariamente palesi. Il collegamento diretto con la storia è spesso sovrapposto, come nel caso di Penderecki e la sua Trenodia per le vittime di Hiroshima

… che originariamente si chiamava 8’37”, e che solo successivamente – forse anche per motivi politici – è stata connotata esplicitamente.

Nei miei lavori più recenti, come Gidim, Polìgonos o Capricornus, sto cercando di scardinare ancora di più questa relazione con la mia provenienza geografica, di svincolarmi maggiormente da queste categorizzazioni, andando verso l’arcaico, ricercando attraverso il suono il senso primordiale del mito, la purezza esistenziale delle origini.

E’ il caso di citare le parole di Claudia Pérez Iñesta, dalle sue note per l’album riprese per la presentazione del concerto:

Samir cerca l’espressione dell’”arcaico” (…) nella forma della semplicità e della purezza propria di coloro che vivono a contatto con la terra, con il corpo e con la mente in stretta connessione l’uno all’altra. “Il contemporaneo non è l’attuale, nel contemporaneo c’è sempre qualcosa di inopportuno e arcaico (nel senso di arché: vicino all’origine), citando Giorgio Agamben, perché “solo chi percepisce i segni e le firme dell’arcaico nelle cose più moderne è veramente contemporaneo”, capace più degli altri di percepire e afferrare il suo tempo.

Da questo punto di vista ho visto un accostamento del tuo lavoro con le opere più mature e “inattuali” di Giacinto Scelsi, dove il suono parte dall’archetipico, dal profondo della materia e tende al metafisico. Anche per te vale questa tensione verso lo spirituale?

Io credo che tra fisico e metafisico ci sia solo una differenza temporale, in greco “meta” vuol dire “dopo”. Scavare nel materico significa avvicinarsi al centro, e più ci si avvicina al centro più si va verso lo “spirituale”, ma è sempre una questione fisica, corporea.

Il termine “Neue Musik” (nuova musica) è stato utilizzato per la prima volta nel 1919, proprio 100 anni fa. Oggi, nel 2019, questa “nuova” musica è ancora rifiutata, non capita o quanto meno non è di alcun interesse per almeno il 95% delle persone, mentre nei confronti della “nuova” arte figurativa l’accettazione è da decenni sicuramente molto più ampia, e per certi versi ormai serenamente inglobata dal mainstream socioculturale. Qual è la vostra opinione al proposito?

Samir: Non è colpa né dei compositori né dei musicisti. E’ vero che ci sono ancora dei compositori che pensano che la musica contemporanea debba essere appannaggio di una élite, ma questa distanza è soprattutto la conseguenza del comportamento delle istituzioni musicali, che da un lato hanno timore di proporre la musica contemporanea perché hanno paura di perdere il loro pubblico, e dall’altro le poche realtà che lavorano in ambito neue musik si rifugiano in “castelli” impenetrabili, dove neanche Bach o Mozart sono ammessi. In Germania per esempio ci sono orchestre che sanno suonare musica contemporanea ad occhi chiusi, ma sono obbligate a suonare solo “incastonate” in festival specialistici. Chi non è tra gli addetti non avrà mai la possibilità di interessarsi a questo linguaggio.

Margherita: Ne potrai parlare giorni interi. Ho studiato un po’ di neuroscienze e di come si apprende la musica: se non hai mai ascoltato la musica contemporanea, non ti piacerà mai. Ma se si prova una volta, già la seconda volta si apprezza di più.  È importante uscire dalle istituzioni per proporre musica contemporanea ad un pubblico più largo, magari partendo da piccole situazioni. Il concerto monografico che abbiamo proposto a Pergine Valsugana, non in un teatro ma in uno spazio del centro aperto a tutti, ha visto la partecipazione di un pubblico eterogeneo e curioso, con bambini e altre persone che non avevano mai approcciato questo tipo di musica. E la risposta è stata molto positiva. È la musica che deve uscire dalle sale da concerto e andare verso le persone.

Claudia: È anche un problema educativo. Le scuole di musica rimangono molto radicate nella tradizione. Si impara la musica solo attraverso la storia. Mio padre ha sempre ascoltato musica contemporanea, ma anch’io ho studiato pianoforte al conservatorio seguendo l’impostazione “tradizionale” degli studi e ho cominciato la mia carriera di musicista in quell’ambito. Da quando vivo a Berlino ho avuto la possibilità di entrare in contatto con musica attuale, in evoluzione, fatta da compositori viventi (tra le altre cose, Claudia sta collaborando con Samir Odeh-Tamimi per i libretti di sue nuove opere di teatromusica, Filoktet e L’Apocalypse arabe, programmate in festival francesi per il 2021, ndSA).

Io credo che un altro modo di avvicinare nuovo pubblico potrebbe essere attraverso l’elettronica. Ci sono tanti giovani artisti oggi che lavorano con l’elettronica fuori dai canoni tonali senza essere categorizzati come “musica contemporanea”. Anche tu hai utilizzato questo mezzo in alcuni tuoi lavori…

Samir: Inizialmente l’elettronica, per come era convenzionalmente usata, non mi interessava, perché mi sembrava un mezzo lontano dalla mia sensibilità e dai miei interessi. Poi ho cominciato ad utilizzarla portandola nel mio mondo, a partire dal 2014 (con Jarich, per 3 voci femminili ed elettronica), ma questo deve avvenire senza forzature, come uno dei vari strumenti espressivi a disposizione, e non perché è di moda.

Mentre l’elettronica potenzialmente non ha limiti, gli strumenti acustici invece li hanno per definizione. Come approcci la composizione in questo senso?

Quando scrivo pezzi per violino, fisarmonica, piano, clarinetto, ecc. parto sempre dai suoni: la scrittura viene sempre dopo. Ovviamente tenendo sempre conto che ogni strumento ha i suoi confini: non puoi far suonare ad un violino dieci note contemporaneamente…

…è vero però che di fronte alla tua musica gli interpreti sono proprio invitati a superare questi limiti…

Sì, ma non è perché lo voglio, è la musica che impone di farlo. In Gidim, ad esempio, c’è un accordo che dura 45 secondi, in cui l’ottavino deve tenere una nota molto alta suonandola in pianissimo. Durante le prove la musicista ha detto: ci provo, ma ho il 90% di probabilità di non farcela. Alla fine ce l’ha fatta: è in questo 10% che si può trovare il bello. In fondo il segreto è semplice, e lo ricordava anche la mia insegnante, Younghi Pagh-Paan: “non avere paura”. Mettersi in gioco, rischiare. E’ l’atteggiamento giusto non solo per chi compone o per chi interpreta, ma anche per chi ascolta: non avere paura di non capire. Questo non vuol dire che si debba affrontare tutto subito. Io mi sono dovuto impegnare per entrare nel mondo di Luigi Nono, per esempio: solo dopo essermi immerso nella sua musica per molto tempo sono riuscito ad apprezzarlo, al punto che ora è uno dei miei riferimenti principali, insieme a Scelsi e a Iannis Xenakis.

Ci sono delle differenze di approccio nel preparare un pezzo di Odeh-Tamimi rispetto ad altri compositori?

Claudia: Per me interpretare una brano di Samir presuppone un lungo lavoro di interiorizzazione. Ne capisco subito le intenzioni: lo conosco e la sua scrittura è molto chiara. Ma se la mente comprende velocemente, non è così per il corpo, che si deve “allenare”, per poter esprimere al meglio il suo messaggio musicale, che è potente ma non puramente virtuosistico. Occorre porsi delle domande e cercare delle risposte nei suoni, “tra” i suoni.

Margherita: Io parto dal suono, cercando subito di trovare la migliore soluzione tecnica (la gestione del mantice, pensare bene ai registri) per poter esprimere al meglio il potenziale di questa esplosione musicale.

Alla fine però questo lavoro di ricerca diventa per chi ascolta, sempre se si accetta questo mettersi in gioco, un’esperienza di assoluta immediatezza. “Non c’è bellezza senza pericolo”, come dicevano gli Einstürzende Neubauten (facendo qui sfoggio delle uniche parole di tedesco conosciute: Keine Schönheit ohne Gefahr)! Questa immediatezza la ritrovo anche nelle tue opere di pittura: c’è qualche differenza nel tuo modo di affrontare l’arte visiva rispetto alla musica?

Samir: Non c’è nessuna differenza nell’approccio, ma il processo è diverso: quando componi musica, puoi cancellare; quando dipingi, no. Quando scrivi musica puoi fermarti, ragionare, ripartire… Quando dipingi devi lasciarti guidare da quello che succede. Per me è molto importante poter combinare questi due processi creativi così simili e così differenti. Comunque, è abbastanza evidente che i risultati hanno la stessa firma. Negli ultimi tempi il rapporto è ancora più forte, con lavori come Gidim o Capricornus che sono sostanzialmente statici, come un quadro.

Intervista raccolta il 14.12.2019.