C’è vita, dopo lo strangolatore – Intervista a Hugh Cornwell

Schivo, apparentemente brusco, marchiato dall’urgenza di un’indole affamata di vita per la quale si è esposto ai pericoli di una stagione all’inferno: Hugh Cornwell è quel genere di punker a muso duro che il punk l’ha visto nascere, divenendone uno dei massimi esponenti. A partire dalla seconda metà dei seventies e fino al 1990 coi suoi Stranglers, è tra i rari compositori punk ad aver confezionato una discografia in grado di resistere ai graffi del tempo e, anzi, di meritare ulteriore rivalutazione. Più eclettici dei Clash, più arrabbiati dei Jam e tecnicamente più dotati della maggioranza dei gruppi ascrivibili al genere sia in terra britannica che statunitense, gli Stranglers vantano un songbook multiforme segnato da una hit (Golden Brown) ma, soprattutto, costantemente attraversato da una rabbia per il mondo che, a un’analisi attenta, significa la volontà di riscatto sociale, nella speranza di un domani migliore.

Hugh Cornwell, Classe 1949, è un ragazzino londinese matto per la musica che già durante le scuole medie si diletta a suonare il basso in un gruppetto capitanato da Richard Thompson, estroso chitarrista non ancora divenuto il membro trainante della seminale band folk-rock Fairport Convention. Laureatosi in biochimica presso l’università di Bristol egli si trasferisce per un master a Lund, in Svezia. Qui dà vita alla sua prima band come leader, i Johnny Sox. Nel ’74, tornato nel Regno Unito, prosegue l’esperienza della band variandone necessariamente la lineup e modificandone il nome, che diviene Guildford Stranglers (“Gli strangolatori di Guildford”), e poi semplicemente Stranglers. A quel punto, siamo nel ’75, la formazione in auge è già quella responsabile delle opere miliari lì a venire, comprendendo oltre a Hugh alla voce e chitarra elettrica, il corpulento Jet Black alla batteria, il capellone Dave Greenfield alle tastiere e l’affascinante karateka Jean Jacques Burnel al basso elettrico.

Complice l’esperienza maturata nel ’76 come spalla per il tour britannico dei Ramones, il quartetto ha modo di mostrarsi ben al di sopra del pub rock inizialmente imbastito dai primi tentativi cantautorati di Cornwell. Lo Stranglers-sound viene esposto compiutamente fin dall’esordio con Rattus Norvegicus (Emi, ’77): in virtù di una Peaches che anticipa le migliori intuizioni dei Police di lì a scoppiare commercialmente e una Goodbye Toulouse rabbiosa e intellettuale in parti uguali, l’album lascia presagire una capacità compositiva già matura. No More Heroes (A&M, ’77) consolida le intuizioni iniziali grazie alla sapiente fusione degli arpeggi tastieristici, con il basso già post-punk di Burnel e il carisma interpretativo di Cornwell, fruttando con la title track un ottavo posto nella classifica britannica dei singoli. «Che è accaduto a Leon Trotsky – tuona l’inno degli Strangolatori citando l’assassinio del rivoluzionario russo – s’è beccato una picconata che gli ha mandato le orecchie in fiamme», ma c’è di più; la libertà nella metrica del cantato (I Feel Like A Wog) come pure certe strutture ossessive enfatizzate da cori di voci distorte ed effetti di tastiera new wave (Bring On The Nubiles) lasciano presagire la voglia di andare oltre i limiti del genere d’origine.

Black And White (United Artists, ’78) esaspera l’eclettismo dei Nostri licenziando una raccolta variegata ma coesa, attraversata dall’irresistibile punk reggae Nice And Sleasy e da episodi che anticipano il goth (la funebre marcetta sbilenca Outside Tokyo), e suonando torridamente new wave nella cavalcata Toiler By The Sea, la cui struttura suona debitrice verso il progressive rock più ruvido di King Crimson e Van der Graaf Generator. Certe dissonanze abbozzate negli album precedenti vengono qui levigate, ottenendo strumenti affilatissimi al pari dei primi Devo e dei migliori Killing Joke (Curfew, Enough Time) o brani di straniante desolazione sul genere dei Pil in Flowers of Romance (In The Shadows).

Nel frattempo l’attività live si fa frenetica: tra uno show animato da spogliarelliste e un’esibizione televisiva in cui si ridicolizza il playback fingendo platealmente di suonare ognuno lo strumento di un altro membro, gli Strangolatori rilasciano Live (X Cert) (United Artists, ’79), testimonianza prescindibile dell’impatto sonoro della band dal vivo (un fatto che, stranamente, si ripeterà in ogni successivo album live). Ben più meritevole è l’esperimento solista di Burnel, che con Euroman Cometh (United Artists, ’79) dimostra la solidità della propria scrittura al di fuori del gruppo mediante una new wave cerebrale e fisica al contempo.

Attizzato dall’ottima prova in proprio dell’amico e collega, Hugh confeziona insieme all’ex-batterista della Magic Band di Captain Beefheart, Robert Williams, Nosferatu (United Artists, ’79), claustrofobico gioiellino che esaspera la crudezza strangolatrice privandola dei decori tastieristici di Greenfield. La White Room dei Cream si fa stridio d’algido post-punk, dopo la quale sfila un parterre di personaggi alternativi fino al midollo: Ian Underwood dalla corte di Frank Zappa al synth, un paio di fratelli Mothersbaugh dai Devo nell’anfetaminica Rhythmic Itch e perfino i Clash ai cori nella conclusiva Puppets. L’episodio non ottiene particolare riscontro commerciale ma, soddisfatta la necessità di tentare in proprio, Hugh può rientrare in casa Stranglers ringalluzzito nella propria abilità di compositore.

Il successivo The Raven (United Artists, ’79) infatti riesce nell’aspirazione di superare sul versante artistico il suo predecessore. Negli undici brani che lo compongono non c’è spazio per un solo riempitivo o per una scelta che strizzi sfacciatamente l’occhio alla classifica, che pure viene raggiunta al numero 4 della hit parade britannica. I testi spaziano dall’ingegneria genetica alle droghe pesanti, passando per la rivoluzione iraniana; le musiche concedono alcune delle migliori interpretazioni musicali del quartetto, con la batteria di Black capace di soluzioni originali senza abbandonare un sostegno rock e il chitarrismo di Cornwell mai tanto lontano dai tre accordi tipici di buona parte del punk. La wave stranglersiana raggiunge picchi di depravata eleganza su Baroque Bordello e la tossica Don’t Bring Harry, concedendo prova di godibilità nell’irresistibile Duchess.

Il nuovo decennio si apre con un fatto che, a posteriori, conferma il rispetto musicale di cui godeva la band tra i colleghi. In marzo Cornwell viene pizzicato con dosi di marijuana, cocaina ed eroina e spedito nel penitenziario di Pentonville, dove sconterà 6 settimane di detenzione. Nel frattempo i compagni rimanenti organizzano per i primi di aprile due concerti di beneficienza al Rainbow di Londra per pagargli la cauzione, eventi a cui parteciperanno ospiti illustri come Robert Fripp, Peter Hammill, Ian Dury, Steve Hillage e un giovane Robert Smith, immortalati in The Stranglers and Friends Live in Concert, uscito con oltre dieci anni di ritardo per Receiver Records Limited.

Lungi dal sentirsi domato dal Sistema, Cornwell si rimbocca le maniche assieme ai colleghi per confezionare un nuovo capolavoro: The Gospel According to the Meninblack (Liberty, ’81) apre con il diabolico valzer strumentale Waltzinblack, un concept che intreccia teorie cospirative sugli Ufo a digressioni sull’origine delle religioni. Il ritmo rallenta, le atmosfere si fanno ancor più glaciali e claustrofobiche. Perle nere quali Just Like Nothing On Earth, Waiting For The Meninblack e la epica psichedelia eighties Turn The Century, Turn mancano di sedurre il pubblico, che gli preferirà, lo stesso anno, il più accessibile La Folie (Liberty). La raccolta ottiene ottimi riscontri commerciali col successo del singolo Golden Brown (e relativo videoclip dal sapore esotico) concedendo altresì ottima prova di stile nello spleen esistenzialista della title track recitata in francese da un Burnel in versione crooner.

Feline (Epic, ’82) è lultima prova da studio davvero convincente, forte di un pop-rock mai scontato e anzi foriero di commozione ed eleganza in canzoni come Midnight Summer Dream ed European Female. Nonostante l’introduzione di una sezione di fiati, scelta del produttore Laurie Latham a seguito delle perplessità rispetto alle demo consegnategli, Aural Sculpture (Epic, ’84) scorre anonimo, con la sola eccezione di Skin Deep, conferma di una virata pop piacevole ma non incisiva. Dreamtime (Epic, ’86) ha il solo merito di contenere Always The Sun, singolo emozionante che però non riscatta la scarsa fortuna di un album innegabilmente di maniera.

Nell’88 il chitarrista si concede una seconda avventura extra-band: Wolf (Virgin, ’88) propone un pop-rock incapace di scalare la classifica ma troppo svagato per convincere gli aficionados degli strangolatori. Perdonate le sonorità oggi terribilmente datate, è possibile salvare gli episodi melodicamente felici Real Slow e Break Of Dawn. Ten (Epic, ‘90), trascurabile canto del cigno col gruppo, viene pubblicato a ridosso dell’abbandono di Cornwell, consapevole di uno stallo creativo dal quale conta di uscire con le proprie forze.

Dopo 16 anni di Stranglers egli è definitivamente libero di vincere o perdere in proprio; privo di vincoli contrattuali si concede due anni prima di licenziare Wired (Transmission, ’92). L’album attacca maluccio con l’assolo heavy metal in Hot Cat On A Tin Roof, per poi adagiarsi su un cantato confidenziale ma senza entusiasmi. Disinteressata a recuperare l’urgenza del punk ormai morto e sepolto, la raccolta si distingue semmai per ballate quasi romantiche sul genere di Story Of He & She, e poco altro. Si dipana ormai nitida la strada percorsa da qui e per la quasi totalità degli album a venire, un sentiero pop-rock gradevole a tratti, spesso impreziosito da felpate interpretazioni vocali, raramente memorabile e ben illustrato su Guilty (Madfish, ’97). Vale anche per gli Stranglers la costante per cui, sottratto un elemento dalla formula vincente e inserito in un altro contesto, questo non replicherà la formula che contribuì a generare.

Il nuovo millennio parrebbe non riscattare una situazione creativa di mestiere: se Hi Fi (Koch Entertainment, 2000) concede sapori sixties in bilico tra beat e psichedelia salottiera, il successivo Footprints In Ther Desert (Track, ‘02) arranca fino alla non necessaria cover della velvetiana Venus In Furs, e poco di meglio riesce a Beyond Elysian Fields (Track, ‘04). Il live Dirty Dozen (Invisible Hands Music, ‘06) vanta un gagliardo rispolvero dei classici stranglersiani Duchess, Nuclear Device e No More Heroes con formazione in trio (i fan opteranno per la versione a 3 cd People, Places, Pieces). Inaspettatamente Hooverdam (Invisible Hands Music, ‘08) ripesca approccio e ispirazione dei giorni migliori, gracchiando distorto canzoncine dalla melodia ambigua (Delightful Nightmare) e contendendo a Nosferatu lo scettro del miglior album solista. Lo stato di grazia sembra tenere fino a Monster (Sony, ‘18), a oggi l’ultima prova da studio. Ai completisti va segnalato almeno il nostalgico This Time It’s Personal (Sony, ‘16), raccolta di hit anni ’60, da Ritchie Valens alla romantica Spanish Harlem di Phil Spector, con il cantato del poeta John Cooper Clarke, personaggio semisconosciuto nel Bel Paese che meriterebbe una massiccia riscoperta.

Una menzione a parte va tributata alla produzione letteraria del buon Hugh, tutta rigorosamente non disponibile in lingua italiana, tra la quale si consiglia la raccolta di memorie della detenzione carceraria Inside Information e l’urticante autobiografia A Multitude Of Sins che copre fino all’anno 2004.

Trascorsa la stagione della sua massima popolarità, Cornwell ha proseguito il proprio viaggio senza abboccare a operazioni nostalgiche che lo vendano come punker di mezza età dall’inestinta energia. Tra una partita di cricket e la comparsata in un filmetto che da noi faticherà ad arrivare, la sua caparbietà viaggia ancora parallelamente a un’avventura musicale che, durante e dopo gli Stranglers, non ha smesso di credere nel potere esercitato da una buona canzone su quegli ascoltatori realmente disposti ad ascoltare.

 

L’intervista

Hugh, chi è il Monster (“mostro”) nel tuo nuovo album?

Si tratta in realtà di una collezione di mostri; spazio da dittatori come Benito Mussolini e Robert Mugabe passando per mia madre e arrivando a Lou Reed. Beh, mia madre se non altro era un mostro amichevole…

Sei severo nel giudicare la tua produzione solista?

Eh sì. Risulto molto esigente nel soddisfarmi. E mi ci vuole molto tempo per buttare giù del materiale inedito e capire quando finalmente il lavoro è terminato.

Ti compiaci nel pensare che la tua discografia abbia ispirato altri musicisti?

Sono consapevole che questo è accaduto e accade, così come a mia volta sono stato influenzato da altri artisti, ma non è qualcosa su cui spendo del tempo a pensarci. Ciò che un artista fa non lo fa per ispirare gli altri, quello se vuoi è un fatto collaterale che, certo, quando accade, ti procura una qualche sorpresa ed è ovviamente lusinghiero.

Che effetto ti fa ripensare all’originaria scena punk inglese?

Ecco mi meraviglia soprattutto il fatto che continui ad avere risonanza al giorno d’oggi. Fidati che nessuno di quelli che ne facevano parte al tempo avrebbe mai immaginato che dopo quarant’anni se ne continuasse a discutere.

Tra i tanti parolieri del punk c’è mai stato un vero poeta?

Ho sempre ritenuto che un personaggio come John Cooper Clarke fosse molto dotato. Poi a me piacciono Lou Reed e Arthur Lee dei Love. Ma non dimentichiamo Charles Bukowski.

Qualche canzone memorabile per gli Stranglers post-Cornwell?

Voglio essere onesto: da quando li ho mollati non ho mai ascoltato nulla di ciò che hanno registrato in seguito.

La critica giudica Black And White la vostra opera migliore ma ritengo che il capolavoro sia The Gospel According To The Meninblack.

Quello sì è davvero un capolavoro e ho solo ricordi felici riguardo alle registrazioni. Sono d’accordo con te sul fatto che, quando lo abbiamo inciso, eravamo al nostro picco creativo.

C’è qualcosa che non funziona in Ten, tuo album conclusivo con la band…

No, credo ci siano delle buone canzoni anche lì, ma allora la band non era in una condizione agevole per operare efficientemente. Il processo creativo ci venne tolto di mano e così ci toccò realizzare i brani come se si trattasse di una serie di quadri scollegati tra loro, come quei disegni da colorare con i numeri che ti indicano quale colore usare. E poi tutta la batteria venne equalizzata in maniera molto approssimativa.

Captain Beefheart ti garba? Sento la sua influenza ritmica in pezzi come Just Like Nothing On Earth e Nuclear Device

Sono un grande fan di Captain Beefheart e sì, ci hai beccato, ci sono sue influenze nei due pezzi che hai citato e anche in molti altri degli Stranglers.

Nel ‘79 scegliesti Robert Williams, ex-batterista nella Magic Band di Beefheart per il tuo esordio solista…

Assistetti a un concerto di Robert a San Francisco; ero elettrizzato all’idea di poterlo conoscere. Diventammo buoni amici e cominciammo quasi subito a pianificare una collaborazione che poi si concretizzò in Nosferatu.

Che ne pensi dell’esordio solista di Burnel con Euroman Cometh?

Quello mi sa che è uscito prima del mio Nosferatu. Eh, devo ammettere che Euroman Cometh fu un lavoro molto coraggioso per il tempo.

I migliori cantautori della tua generazione? Gente come Mark E. Smith a esempio…

Mark E. Smith era certamente un grande scrittore. Ce ne sono tanti risalenti a quel periodo ma la vera domanda è: quanti di loro sono ancora attivi e in circolazione attualmente?

Il tuo bluesman dei sogni?

Howlin’ Wolf. La ragione è presto detta: lui non era un semplice bluesman ma uno che sapeva creare degli oscuri paesaggi in musica.

Le droghe hanno alimentato la tua creatività durante i seventies?

Di sicuro. Al tempo ero smanioso di poter trovare ispirazione da ogni fonte possibile e immaginabile.

E il flower punk degli anni ’90, roba tipo Green Day?

Ti rispondo così: avevo pensato di scrivere un pezzo a riguardo che si sarebbe dovuto intitolare appunto Green Day: avevo già composto la musica e Joe Strummer dei Clash ci doveva mettere il testo. Spedii il nastro a Joe ma lui lo smarrì e alla fine non se ne fece niente.

È inesatto sostenere che in Wolf fosti motivato più da fini commerciali che artistici?

Molto inesatto. Non ho mai e poi mai scritto una riga con l’intenzione di suonare commerciale; è capitato però che me ne uscissi con delle melodie più accattivanti di altre. Ma questo l’ho sempre fatto, anche con gli Stranglers. Diciamo che se penso a Nosferatu, ecco lì scelsi deliberatamente di suonare meno melodico possibile.

Frank Zappa: «Senza deviazioni dalla norma non è possibile progredire». Affermazione valida per la musica che scrivi oggi?

Sì. Come cantautore mi ostino a sperimentare tentando delle piccole soluzioni che, talvolta, la gente non coglie a un primo ascolto. A esempio, sono un affezionato frequentatore della forma poetica del diminishing verse.

Ti senti libero di trattare ogni argomento attraverso una canzone?

Come paroliere tendo a trattenermi dal parlare di fatti personali; preferisco scrivere impiegando una sorta di travestimento, come se non fossi io.

Music business: che ne sarà tra dieci anni?

E chi può saperlo?

Social media: forza parificante o farsa anestetizzante?

Sai che sono entrambe definizioni corrette?

La tua posizione sulla Brexit?

È un bel casino. Personalmente non voglio staccarmi dall’Europa.

Morrissey ha recentemente dichiarato: «Chiunque predilige la propria razza». Corretto?

Pensaci: in inglese la parola race può significare anche “corsa” e suggerisce quindi anche il concetto di competizione, l’idea di qualcuno che vuole primeggiare sugli altri. Perciò direi che parlare di razza è sempre e comunque un termine inappropriato.

Sei un uomo sereno?

Ormai niente riesce a sorprendermi. Magari essere sereni significa proprio questo.

Avvicinandoti ai 70 anni temi di perdere interesse per il mondo che ti circonda?

Spero proprio di no. Sfortunatamente non sono positivamente impressionato dal modo in cui la maggior parte delle persone conduce la propria vita in questi giorni. Non vedo sincerità, dignità, e invece abbonda l’intolleranza. Forse questi e altri motivi stanno alla base della massiccia diffusione di tutti questi PC.

Qual è l’aspetto più straordinario dell’essere un artista?

La possibilità di perdere se stessi in quello stesso mondo che siamo noi ad aver creato; in altre parole, è la possibilità di essere Dio.

26 Settembre 2019
26 Settembre 2019
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