L’importanza di ritrovarsi in ciò che proviamo. Intervista ad Aldous Harding

L’attesa che ha preceduto l’uscita di Designer, il terzo album in studio di Aldous Harding, era già alle stelle ben prima della vigilia. Possiamo andare con la mente all’indomani della release di Party, con cui la cantautrice neozelandese metteva in chiaro una volta per tutte la sua presenza imponente (a dispetto della sua figura minuta) nel panorama autoriale più puro e sanguigno, un’impronta netta e riconoscibile che non si accontentava di accasarsi solo in ambito folk ma che a più riprese richiamava alla memoria un passato di gloriose sperimentazioni – sia tematiche che vocali – seppur con una consapevolezza in grado di farsi strada a sportellate verso un futuro radioso e ricco di promesse. Designer, alla luce di quanto detto (e ascoltato), potrà anche apparire come una virata più luminosa nella carriera di Hannah Harding, e in parte lo è – anche solo per l’apporto di più elementi diversi in sede di registrazione, aspetto del tutto inedito finora – ma è anche la conferma di un talento genuino e di uno stile personalissimo, pur essendo impegnato nell’elaborazione di temi che tendono all’universalità. Perché se c’è un elemento caratteristico che ritorna sempre nel processo creativo della Nostra è quella componente di peculiare complicità con l’ascoltatore, che si fa testimone di un percorso emotivo sì universale, ma proprio per questo interpretabile in mille modi differenti.

In occasione dell’annuncio del nuovo lavoro, uscito lo scorso 26 aprile, abbiamo avuto modo di parlarne direttamente con l’autrice e di approfondirne alcuni aspetti: dal lavoro con il sodale John Parish alla perdita benefica di parte del controllo nel processo produttivo, fino al raggiungimento – rigorosamente metafisico – di quel senso ultimo a cui poter dare questo o quel significato.

Iniziamo addentrandoci direttamente nel cuore di Designer: da quali premesse e sensazioni nasce?

È sempre difficile parlare delle idee da cui qualcosa nasce, perché non ho intenzione di impiantarle nella testa della gente, prima che questa abbia l’occasione di farne esperienza, se è la parola giusta. Non voglio predire più di quanto non abbia già potuto fare, ma immagino – non saprei – che davvero ci sia molta più luce, e credo che un’ottima parola per descrivere questo disco e il suo tema principale sia “scuse” (apology), che si tratti di una canzone d’amore o di qualcos’altro. C’è il mio rapporto con la morte, il nostro rapporto con la morte: voglio che le persone sentano che questo tipo di relazione in realtà non conta poi davvero molto, nel senso che ha una sua importanza, ma in definitiva anche no. L’ho trovato un percorso molto liberatorio. In termini di scopo prefissato, il disco non ne ha davvero uno, si tratta piuttosto di fare musica ed esprimere quanto più possibile me stessa, anche se non so con esattezza cosa significhi. In realtà, non vorrei troppo addentrarmi nei temi di cui il disco parla, perché appartengono a tutti, è più un’esperienza personale, e lo so che suona molto strano ma è così che mi piace parlarne.

Ci parli del ritorno al lavoro con John Parish (già produttore del precedente Party)?

Parlare di John è come parlare del senso della musica per me, parlare delle mie sensazioni riguardo a lui non consegnerebbe un quadro esaustivo di lui. Lavorare con lui in studio di registrazione è molto diverso che stare semplicemente insieme a lui. Nello scorso disco è stato molto paziente con me perché era la mia prima volta e penso che questa volta mi abbia messo molta pressione perché riuscissi a capire cosa volessi dire, questo perché sapeva che avrei potuto farlo, ha creduto ne fossi capace. Il nostro è un rapporto che va per gradi, molto calmo e a volte anche imbarazzante, ma funziona perché mi fido di lui più di ogni altra persona che non sia io. E lui si fida a sua volta, ma sa esattamente cosa vuole dal suo lavoro di produttore e credo che siamo riusciti a trovare davvero un buon equilibrio. Poi il lavoro è stato molto intenso, eravamo circa sei elementi, e questo è stata fonte di grande ansia per me perché non so scrivere tutte le parti, quindi è stato anche positivo delegare parte del controllo su altri, ed è diventato parte del sound che si sente nel disco. È stato anche motivo di divertimento, una parola a cui di solito non permetto di entrare nella mia musica.

Chi è il “Designer” del titolo?

In realtà non lo so con certezza. Ho chiesto all’ultima intervistatrice secondo lei cosa volesse significare e per lei si trattava di qualcuno che fosse in pieno controllo della sua creazione o dell’idea completa, e sono contenta che l’abbia detto lei perché probabilmente è meglio così, non voglio che qualcosa di netto esca da me; non c’è stata mai un’intenzione precisa, era stato lo stesso per Party, significa sicuramente qualcosa ma non potrei dirti esattamente cosa.

Ad esempio, a me trasmette un senso di compiutezza, a differenza di Party, in cui l’impressione maggiore era un’idea di sospensione…

È stata interessante, mentre registravamo ancora, la prima volta che abbiamo ascoltato l’album. Stavamo seguendo la tracklist, ed è tutto tornato al fatto che non sapessi con precisione cosa stessi facendo, che il significato non fosse stato raggiunto in modo intenzionale, ma quando l’ho ascoltato ho pensato al fatto che inserendo qualsiasi altra canzone non avrebbe potuto funzionare meglio di com’è. E questo è folle, perché avrebbe funzionato eccome, ma in qualche modo risulta completo in questo modo. Sarebbe un po’ snob da parte mia dire che la scelta del titolo sia stata intenzionale… Designer è semplicemente una parola elegante a cui le persone possono dare la sfumatura che vogliono, e questo mi va benissimo.

È stata una tua scelta quella di The Barrel come primo singolo per suggerire l’atmosfera dell’intero album?

Diciamo una scelta congiunta; non è la mia preferita, ma questo non è necessariamente il punto. Non dico alle persone della mia etichetta come fare il loro lavoro. Cerco di non entrare troppo nei meccanismi della campagna pubblicitaria, non sono così intelligente. Mi sembra il tipo di canzone che ha la possibilità di fare più presa rispetto alle altre, quindi perché no?

A questo punto mi vien da chiederti qual sia la tua preferita…

[Dopo una lunga pausa meditativa, ndSA] Personalmente, mi piace moltissimo Treasure. È quella che probabilmente ho cercato di tenere in una forma il più semplice possibile, perché l’album è già di per se molto ricco. C’è molto per cui pensare in quella canzone, e non volevo renderla sofisticata, non volevo pasticciarla troppo. Il tema centrale è il perdono, se sei qualcuno a cui importa dello scopo principale, qualcuno che si sente utile e si preoccupa della morte: è molto liberatoria in quel senso, se riesci a sintonizzarti su quella frequenza, altrimenti è abbastanza piacevole e basta.

Non solo grazie a questo terzo lavoro, ma in generale penso che tu abbia già raggiunto uno stile molto personale, difficilmente riconducibile ad altro. Nel brano Damn, nonostante si possano carpire riferimenti al sound di Nico, è possibile scorgere un vero e proprio autoritratto, sei d’accordo?

Sì. Assolutamente. Lo è. Non avrei potuto riassumerla meglio.

In cosa pensi di essere cambiata rispetto al tuo esordio discografico e cosa invece è rimasto immutato?

Sono cambiata. Sono cresciuta, come mi sembrava di aver fatto anche in Party rispetto a prima. È semplicemente il tempo che scorre, no? [Lunga pausa, ndSA] Penso che adesso sto cercando di dare il giusto valore a ogni cosa, a ogni genere di cosa, non lo so… ogni giorno che passa sento di cambiare un po’, così come a ogni disco, penso sia naturale; non faccio un sacco di cose che facevo prima quando ero più giovane, e non proprio perché ora le trovi meno interessanti. Se dovessi romanzare troppo quello che faccio, non ne verrebbe fuori niente di buono, se dovessi farlo sarebbe ottimo per la creatività, ma non ne sento la necessità. Chiaro che percepisco molte cose, ma questo non vuol dire che non possano essere tenute sotto controllo e non risultare ugualmente bellissime. È importante fermarsi di tanto in tanto e ricordarsi di essere come tutti gli altri.

Su SA potete leggere anche la nostra recensione di Designer.

7 Maggio 2019
7 Maggio 2019
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