La libertà è partecipazione: intervista ad Andrea Laszlo De Simone

Quando alzo la cornetta per mettermi in contatto con Andrea Oliviero Laszlo De Simone (per gli amici semplicemente Laszlo) lui mi risponde, da quella che m’immagino come una Torino soleggiata e sonnecchiosa. Il suo è un tono di voce acceso, pimpante, la voce di una di quelle teste inconsciamente lucide e meravigliosamente giocose che di tanto in tanto spuntano nel grande e caotico ecosistema della musica italiana. Attorno a sé ha delle voci, è circondato da un chiacchiericcio e da rumori di festa. Mi fa: “Sono al rinfresco di fine anno scolastico di mio figlio”. Propiziata da questo scenario felliniano a far da cornice, è così che ha inizio la nostra lunga e piacevole conversazione.

Uomo Donna è arrivato quasi di soppiatto ed ha incantato molti, ma Andrea Laszlo de Simone non nasce da qui: sei reduce da svariate esperienze, tra cui quella con i Nàdar Solo.

Esattamente. Con i Nàdar Solo in realtà è stato fin troppo facile, mio fratello maggiore Matteo è il cantante – abbiamo suonato insieme sin dalla nostra prima adolescenza. Prima ci chiamavamo Aneurisma, ma era un nome piuttosto truce per un gruppo di ragazzini, sicché l’abbiamo cambiato (ride); poi, nel giro di Torino io e mio fratello abbiamo conosciuto Anthony Sasso, con cui poi ho iniziato a suonare. Abbiamo fatto una crasi dei nostri nomi ed è venuto fuori questo mostro, Anthony Laszlo: improvvisavamo moltissimo, scrivevamo di getto e i pezzi venivano su da soli. È un progetto che tuttora portiamo avanti. Nel frattempo avevo pure cominciato a fare cose con un mio amico, Edoardo Karim, e lui, un po’ per gioco o per sfida, dopo aver ascoltato alcune canzoni che avevo scritto tra le mura di casa, decise di regalarmi un pc e delle schede audio, intimandomi a registrarle: da lì è nato Ecce Homo, con i primi esperimenti sonori che avevo realizzato con l’ausilio di una tastierina Bontempi.

All’epoca credevi ancora che fosse un gioco…

Beh sì.. tra l’altro era appena nato mio figlio, quindi per quanto riuscissi a portare avanti tutti i miei progetti, quello della musica rimaneva una questione casalinga: suonavo per me, perché non ho mai avuto grandi ambizioni. Per me era così anche quando mi convinsero a formare una band per suonare i pezzi, oppure quando questi avevano iniziato a girare nel “sottosuolo” musicale delle webzine e dei blog (sicuramente non per merito o volere mio!), tanto che ad un tratto mi arrivò questa telefonata di un fonico bolognese, Giuseppe Lo Bue, che era entusiasta delle tracce e decise di volermi aiutare a registrare un altro eventuale album: salì da Bologna con un furgone pieno zeppo di attrezzature, successivamente disposte in casa del nostro batterista; registrammo tutto e per due anni lavorai di sottrazione sulle tracce, aggiungendo talvolta nuovi elementi che poi hanno formato in maniera definitiva i brani di questo Uomo Donna. Però non t’illudere, nemmeno in quei due anni ero poi così tanto convinto della cosa! (ride).

Poi però c’è stato quello che ad Hollywood chiamerebbero plot twist: insomma, qualcosa è accaduto, altrimenti adesso non potremmo ascoltare l’album.

La “provvidenza” in tal caso è stato l’interessamento di Emiliano Colasanti e Giacomo Fiorenza di 42 Records per il disco: io in realtà avevo fino ad allora rinunciato a numerose collaborazioni ed offerte, ma ciò che mi ha colpito e convinto di loro è stata la loro umanità, il fatto che valutassero con il giusto peso la mia condizione di padre di famiglia, relativamente agli impegni che questo comporta. Da ciò loro hanno forse assunto maggior consapevolezza del fatto che per me Uomo Donna era un divertissement, ma pur sempre piuttosto impegnativo.

Infatti mi pare che l’album mostri bene quest’aspetto, la tua leggerezza e l’attitudine giocosa.. dà proprio l’idea che tu ti sia divertito molto a farlo.

ADL: Ma sì dai, io quando lavoro in casa sulle tracce mi appassiono, mi affascina molto l’aspetto della produzione, più che quello compositivo, o quello prettamente esecutivo. Tant’è che sto cominciando a pensare che i numerosi paragoni con Battisti ed altre cose dei sessanta derivi, più che dalla scrittura e dal mood, dai suoni e dalle scelte di produzione: ho registrato in stanze non del tutto insonorizzate, molto spesso in una take e senza sovraincisioni. Il suono è crudo, e ricordo che molto spesso cantavo con il microfono in bocca: probabilmente quel suono, quella patina di sporcizia sonora riconduce l’ascoltatore a quell’epoca e a quelle vibrazioni, quando tutto era più estemporaneo, immediato e semplice nelle soluzioni.

Quindi credi che questo gioco dei rimandi sia solo una mera casualità?

Più o meno. Di sicuro è una cosa inevitabile, perché ogniqualvolta arriva qualcosa di nuovo c’è una fase di giudizio e di orientamento in cui ognuno riversa il proprio background di ascolti e pone dei metri di paragone per comprendere, spiegare, dare un senso effimero a quella cosa. E’ una logica di target evidentemente, qualcuno ne parla e di conseguenza quella cosa va a richiamare l’interesse di una determinata fascia di pubblico.

Quindi, se per te la musica è un gioco, di cosa ti occupi realmente nella vita?

Montaggio e riprese audio/video. Ho pure lavorato a molti video musicali per i miei pezzi, già dai tempi degli Anthony Laszlo; ultimamente ho realizzato il video per il brano Uomo Donna.

Un video che mi ha colpito particolarmente è stato quello di Vieni a Salvarmi: le immagini si sposano bene con il disperato grido d’aiuto del pezzo, ma è piuttosto criptico … potresti raccontarmi qualcosa in merito?

Il video è stato girato da me e Gabriele Ottino, con la fotografia di Paolo Bertino: assieme, abbiamo cercato di rispecchiare il significato del testo attraverso le immagini, e creando questo mondo bianco, provando a raccontare la discrepanza tra le varie chiavi di lettura della realtà – ovvero, tra ciò che percepiamo e valutiamo attraverso il nostro bagaglio di conoscenze, e l’ipotesi di affrontare il reale senza quel bagaglio, ovvero senza giudizio alcuno.

Mmm, non mi è ancora molto chiaro!

Il nostro protagonista è un naufrago, ed è cieco: naviga su questo gommone e attorno a lui c’è il vuoto, ma nella sua testa riesce a “vedere”, a percepire in maniera nitida tutti i contorni e i dettagli, fino a quando non decide di rinnegare queste sue proiezioni mentali, annegandole in un mare bianco.

Che immagino sia una specie di subconscio in cui lui fluttua, giusto? Poi c’è anche questa sorta di macchinario, quest’accrocchio retro-futuristico che ricorda l’interno delle astronavi nei film di fantascienza degli anni cinquanta: l’immaginario è molto surreale, da cinema delle avanguardie degli anni venti …i b-movies alla Ed Wood …

Sì, diciamo che ci hai preso, l’atmosfera è piuttosto surreale, ma appunto, attinente al messaggio del brano.

Poi cosa succede? C’è questa scena finale assurda che allude al cannibalismo.

Ahah sì, ma quello è un finale deflagrante e assolutamente gratuito, grottesco e forse anche un po’ comico: ci sono questi esserini cannibali, irsuti ed un po’ schifosi che mangiano i “resti” del naufrago come se fossero pezzi di pollo. L’intento era ironico, ma anche disturbante.

Nel video, come detto, pare che il protagonista rinneghi qualsiasi tipo di contatto o aiuto esterno, per quanto questo suo atteggiamento stoni e si opponga, di fatto, al suo grido d’allarme. Suona come una contraddizione. D’altronde il testo recita: “Per essere libero dovrei scordare tutto quello che ho imparato”. Tu ti senti libero?

Quando faccio musica intendi dire? Sì, è una forma d’espressione molto appagante – qualsiasi arte lo è, ma lo è pure fare sport o qualsiasi altra cosa ti faccia stare bene. Ma la musica ha una potenza comunicativa enorme, con quella riesci a spiegare tante cose con concetti molto semplici, avvalendoti della catarsi testuale, dell’elemento ritmico, del pathos melodico; questo è un vantaggio, ma è allo stesso tempo anche un limite. La musica ti offre tutti questi strumenti per comunicare un sentimento, uno stato d’animo, o semplicemente per raccontare una storia, sono linguaggi tesi ad evocare situazioni specifiche: ad esempio, se in un brano vuoi esprimere un concetto politico molto chiaro e dettagliato, il tuo sforzo si concentra solo e soltanto su quello specifico concetto, il che vorrebbe dire che tendi a spogliare la musica della sua mistica, a ridurre l’universalità del suo messaggio. La musica ti fa brillare qualcosa dentro, che è soltanto tuo: chi l’ascolta ha il diritto di poter evocare, appunto, un proprio ricordo o una cosa cara attraverso il testo, il mood, il suono di una canzone. È questa la vera libertà.

Devo ammettere a riguardo che dopo i primissimi ascolti Uomo Donna suonava alle mie orecchie come una sorta di confessione amorosa, quasi un’espiazione. Percepivo un tono disperatamente catartico, e quasi automaticamente l’ho associato al riflesso della tua emotività, quasi come se tu volessi, attraverso i brani, esorcizzare un qualcosa di brutalmente sentimentale che è accaduto nella tua vita, della serie: “questo ragazzo deve aver sofferto tanto per amore”!

Permettimi di contraddirti ma no, non è proprio andata così; anzi, devo ammettere che in amore sono stato piuttosto fortunato, sono sempre riuscito a concludere le mie storie senza troppi strascichi (ride). Credo comunque che questa apparente disperazione sia più un’esasperazione dell’amore, che io interpreto come una specie di cataclisma: quando sei innamorato sei totalmente coinvolto e molto spesso dipendi da quella persona, non puoi fare a meno di pensare che da quel momento la tua esistenza è condivisa con lei o lui, ma questa mia visione può ingannare e indurti a pensare che i brani del disco siano sofferenti. L’emblema di questo fraintendimento è forse il brano che chiude l’album, Sparite Tutti: può suonare in effetti come il canto disperato di un uomo che è stato tradito, o illuso, e che si rinchiude nella sua malinconia, rifugiandosi nella solitudine; in realtà è proprio l’opposto, ovvero quell’uomo sa di avere soltanto lei, e grida “sparite tutti, lasciateci soli”.

Questa però è un’ambiguità di fondo che dona ancor più profondità al disco, che suona solenne, addirittura piuttosto oscuro a tratti, e che mi ha ricollegato ai grandi concept album che andavano tanto negli anni settanta. In tal senso, definiresti Uomo Donna un concept?

In parte, sì: il titolo non allude solamente alle dinamiche sentimentali del rapporto di coppia, allo scontro tra i sessi o all’amore in senso lato, ma si riferisce anche ai due rappresentanti dei generi che originano l’umanità. In brani come Vieni a Salvarmi o Gli uomini hanno fame ho provato ad esprimere un qualcosa che andasse “oltre” la tematica amorosa: sono canzoni che s’interrogano sui rapporti che l’individuo ha con la propria esistenza, con ciò che ha di più caro, oltre la persona amata. In questo senso anche Sogno L’amore è una canzone “fraintesa”, perché comunica un messaggio romantico mentre in realtà si riferisce alla matrice delle passioni, all’amore platonico che si può provare verso una donna che non esiste, un ideale o, appunto, una canzone. È amore al cubo.

E tu credi che quest’ideale d’amore e fedeltà, relativamente alla musica, sia rimasto intatto anche oggi?

Presso alcune realtà, sì. In Italia, non saprei: premesso che ascolto veramente poca musica ultimamente, il mio giudizio sulla musica italiana anche cosiddetta “indie” non si riferisce ai soggetti ma più al linguaggio, alle modalità ed ai selezionatori. Nel senso, io seguo pochissimo come detto, ma lo faccio fondamentalmente perché per me c’è veramente poca roba interessante, quando ascolto qualcosa per la prima volta mi deve rapire. L’unica cosa che percepisco è un grande senso di occlusione, una logica troppo forte: io mi ricordo quando avevo vent’anni (parliamo di una decina di anni fa), e non che la situazione fosse migliore o peggiore, ma almeno si preservava un minimo di eccitazione nel suonare, l’esperienza sonora era vissuta come una ritualità, una cosa estremamente catartica – mi ricordo che improvvisavamo per ore e ore, fino allo sfinimento, o almeno fino a quando gli strumenti non venivano demoliti (ride)… senza alcuna malizia o senza imitare un atteggiamento da rockstar sovversive, ma eravamo coinvolti in maniera autentica, giocavamo con i suoni e con gli strumenti come un bimbo gioca con la palla. I ventenni di oggi, più che cantautori o musicisti mi sembrano tutti piccoli imprenditori, tutti tesi a tracciare che direzione prende il trend del momento; i brani suonano come indagini di mercato, hanno tutti la stessa produzione (dal pezzo hip hop a quello pop rock, per dire) per compiacere il pubblico, non mi comunicano ciò che la musica davvero esprime. È lì che viene meno la libertà di cui parlavamo prima.

Credi che questa “freddezza” di base che descrivi derivi anche dall’impatto esercitato dal fenomeno-talent sulle nuove generazioni? Pensi che sia stato il maggior promotore di questo modello e modus operandi all’interno dell’universo musicale?

Sì e no, nel senso che il talent è un’altra cosa, è intrattenimento e non arte: si è un po’ perso secondo me il concetto fondamentale che la musica sia innanzitutto una forma d’arte, e molto nobile per giunta, mentre adesso è soltanto un mezzo, un tramite attraverso il quale si può raggiungere il benessere economico, e conquistare un proprio posto nel mondo. Un tempo pure era così, ma non c’erano di sicuro i talent, che veicolano le capacità dei giovani, il loro talento appunto, derubricandolo a mero pretesto per creare spettacolo. La mia impressione è che in Italia non s’investe abbastanza nella ricerca sonora e nella sperimentazione, non creeranno mai un format su gente in acido che improvvisa alle cinque del mattino (ride)…

Mi hai dato un’idea eccezionale, potremmo investire su un prodotto del genere, anche se non riusciremmo ad arrivare alla casalinga di Abbiategrasso..

Ahah già, non credo proprio, ma sarebbe comunque più stimolante per chi ancora comprende e sa tracciare la differenza tra intrattenimento e forma d’arte, come detto prima. Le persone si stanno lentamente abituando a questo concetto che ogni mezzo abbia uno scopo ben preciso, e te lo dico per esperienza: molti mi dicono che a saper suonare e cantare bene si potrebbe fare questo o quello e farci un mucchio di soldi, ma ribadisco, non è che me ne freghi granché – anzi, è una visione piuttosto grigia e grama della questione, perché ognuno deve alimentare la propria passione, a prescindere dallo scopo o dai risultati. Detto questo, ci tengo a precisare che non è un crimine ammettere che si vuol fare successo attraverso la musica, ma sarebbe quantomeno opportuno distinguere le due cose, e dargli un nome specifico: un musicista ama la musica e la suona innanzitutto per il piacere di farla; un intrattenitore si occupa di intrattenimento. Come in Giappone, c’è una parola che indica il mestiere del musicista, e un’altra che invece significa “idle”, l’idolo dei teenager che fa le comparsate in tv ed ha il proprio faccione stampato sui cartelloni pubblicitari in metropolitana.

E in mezzo a tutto questo decadimento di valori, teen idles avidi di grano e sintetiche analisi di mercato, che cos’è l’amore vero, per Andrea Laszlo De Simone? Qui si cade sul marzulliano, ma purtroppo non avevo una domanda migliore per concludere quest’intervista.

Wow, è dura, ma ci provo. Allora: l’amore è quella cosa che quando c’è ti ascolta, e poco se ne parla.

18 luglio 2017
18 luglio 2017
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