Disintegrarsi nella musica. Intervista a Ben Frost

Ben Frost è certamente uno dei produttori di elettronica più dibattuti degli ultimi mesi. Ha grandi sostenitori ma, specialmente dopo la pubblicazione di A U R O R A, ha sollevato qualche perplessità circa la capacità di rigenerare la propria produzione dalla pietra miliare di Theory Of Machines (del 2007). È quello che succede spesso alle figure che riassumono su di sé una scena intera, a coloro che diventano, per scelta o per vicende artistiche e biografiche, rappresentativi di un periodo, di un modo di fare musica che raccoglie altri esponenti. All’indomani dell’annuncio delle quattro date che vedranno Ben Frost attraversare l’Italia a inizio novembre – a Bologna per RoBOt Paths, a Torino per il Club To Club 2014, a Roma per Europa Festival e a Bari per Time Zones – approfittiamo del momento per restituire il punto che abbiamo fatto con il diretto interessato, in un’intervista che ci vede sviscerare la sensibilità del musicista e coglierne la spiccata coscienza del proprio ruolo, anche grazie a paragoni senza protagonismi con alcuni colleghi (quelli della medesima koinè di cui Frost fa parte, ma anche quelli che l’artista ha intercettato nella sua carriera, da Michael Gira a Oren Ambarchi).

Ben è un conversatore cortese, disposto a guardarsi dall’esterno, predisposto alla maieutica dell’intervistatore. Ci ha stupito, tra gli altri aspetti, la consapevolezza che ha dei propri limiti – ad esempio quando si pone nei confronti di Tim Hecker e ne apprezza la superiorità come creatore di astrazione elettroniche. Di Hecker Ben invidia la capacità di lavorare creativamente nel caos, di scompaginare le carte. È come se invece Frost vedesse sé stesso come un musicista quasi-sperimentale: non di certo reazionario, ma neanche in grado di mettere in discussione le “regole” (e a volte i tic) della produzione elettronica odierna. Con grande lucidità, ma anche con ammirevole e disarmata consapevolezza, Frost ci svela il trucco che permette al pubblico di associare un carattere sperimentale alla sua musica, nonostante, sotto sotto, stia accondiscendendo e confermando le aspettative di quello stesso pubblico.

In A U R O R A è chiaro un procedimento che trascina l’ascoltatore nell’onda emotiva del compositore. Ben Frost ci spiega anche questo: è un romantico, ma trascina perché è lui il primo a essere trascinato. La musica è spazio di immaginazione emozionale, inteso come un gesto romantico radicale. Il sogno è risalire a quel momento aurorale (coerente con il titolo del nuovo album) dove l’uomo non si era mai visto “fisicamente” dentro, e poteva sperare nella presenza dell’anima. La sua musica – ci suggerisce – è una diretta conseguenza della ricerca di una nuova possibilità che esista un’intangibile. Per farlo ha bisogno di emozioni umane, riconoscibili e rassicuranti.

Ben Frost non ha smania del controllo, non si presenta come un centellinatore di suoni, per quanto il suo output sia raffinato. Forse perché non fa musica per mettere al centro il suo ego, ma per dimenticarsene, in un processo di condivisione a cui va riconosciuta proprietà di mezzi e linguaggio. Leggendo le risposte alle nostre domande, ci attraversa il dubbio che non sia uno sforzo umano di resistere all’indifferenza della natura. Niente di più lontano dalle avanguardie figlie di Cage, semmai qualcosa di abbastanza vicino al rituale collettivo del ballo. A quel ballo a lungo disdegnato ma che di fatto ha dato stimoli basali alla genesi dell’album, come leggerete. Ma andiamo con ordine, e caliamo Ben in questa chiacchierata di oltre 40 minuti partendo dall’aspetto più emerso e noto della sua attività, l’imponente massa sonora dei live.

Hai iniziato il tour di Aurora e suonato al Sónar di Barcellona. Ho letto che spesso ti si chiede dei volumi da decollo aereo che utilizzi durante i live; a me interessa sapere di più sugli aspetti tecnici con i quali ti presenti agli show. Siete in tre sul palco giusto?

Beh, per la precisione ci sono 4 persone: io, il mio ingegnere del suono Daniel Rejmer, con il quale lavoro da dieci anni ormai (è un elemento importantissimo per i miei concerti; sai non è proprio un sound engineer normale, è proprio uno della band), poi ho due batteristi, ovvero, Greg Fox e Shahzad Ismaily. Tre sul palco e uno ai bottoni.

Una curiosità: Aurora nella copertina del disco è scritto così, con gli spazi tra le lettere, c’è una ragione particolare dietro a questa scelta?

Non particolarmente è una decisione della grafica, Rebecca Mendez. Lavoro con lei da un paio di lavori ormai, ha un modo molto specifico e personale di fare le cose. Ci piaceva come era rappresentata la scritta proprio così tutto in maiuscolo e con gli spazi. Sembrava avere un qualche tipo di senso.

Prima di intervistarti ho letto un bel po’ d’interviste. So che l’album è stato influenzato dalle esperienze e il lavoro che hai condotto in Congo. Le session del lavoro sono state influenzate anche dal breve tempo che avevi per lavorarci e dal fatto che per ricaricare le batterie del laptop dovevi raggiungere dei potenti generatori nei villaggi non sempre accessibili. Come ti ha cambiato la vita quel viaggio?

Wow è un domandone. Durante gli ultimi anni ho sviluppato un’esigenza mia. Volevo avere accesso diretto, non mediato, a tutto ciò che la televisione mi passava a proposito di differenti tipi ti culture, lunguaggi, cibo e donne ecc. Non volevo che la mia comprensione del mondo fosse un mero risultato del news feed della BBC. Volevo vedere e capire con i miei occhi e le mie orecchie. Penso che aver trascorso del tempo nell’Africa centrale mi abbia dato la possibilità di parlare di una situazione nazionale dal mio punto di vista, di raccontare un sacco di cose alla gente che non ha visto e sentito. Inoltre, come musicista e compositore, dipendere da un generatore per fare la tua musica ha senz’altro cambiato la mia prospettiva, anche solo rispetto all’uso dell’elettricità. Al senso dell’elettricità per un musicista che fa musica elettronica. Al fatto che il Congo è ancora una colonia e io ne sono parte e ne siamo tutti parte e questa è un’inconfutabile realtà di cui devo ancora indagare completamente il significato.

La mia prima intervista è stata con Michael Gira nel 2002, gli chiesi qual’era la differenza tra corpo e anima nella sua musica ma non volle rispondermi, era un concetto troppo personale e profondo, al tempo, per lui. Che ne dici se ti faccio la stessa domanda? Vivi la musica, la tua musica, in senso più fisico, materiale, o in un modo più spirituale? Dove ti collochi? E che tipo di connessione senti con la musica degli Swans?

Credo che lo scopo della mia musica sia un disseppellimento della mia identità, come se cercassi di raggiungere un nucleo di senso interiore dentro di me. Credo che sia anche la natura di tutte le arti questa, ma fondamentalmente, ha anche a che fare con l’incomprensibilità dell’io, il rimuovere il tuo ego dalla situazione e fare qualcosa che trascenda le banalità della condizione umana. Questo è ciò che fa ogni buona forma d’arte, obiettivo che non mi sento particolarmente bravo ad ottenere. Certo, ci sono dei momenti passeggeri, ma credo che ci voglia un lungo viaggio per raggiungere dei punti fermi, un equilibrio, quando vedi nel tuo lavoro qualcosa che ti riflette ed è più grande di quello che hai messo dentro tu. Sai, è un po’ come la ricerca di qualche tipo di nuova energia, un combustibile fossile che, bruciando, ti restituisce sempre più di quello che è bruciato. C’è sempre un dispendio di energia e quello che cerchiamo facendo arte è esattamente quello che cerchiamo nella ricerca di nuove energie: che ci diano di più di quello che abbiamo investito. Che generino un of feedback-loop che esista e si potenzi al di fuori di te.

Per quanto riguarda Michael, penso che condividiamo alcune idee sulla musica. Siamo due persone distinte, chiaro. Lui è più vecchio di me e viene da una condizione socio-politica che non riesco molto a comprendere, e non pretendo di averne una conoscenza. Siamo connessi sonicamente in molti modi ma credo, ecco, che le ragioni per le quali siamo qui siano differenti. Credo che il mio interesse sia per la potenza del suono, della musica, la parte scientifica e politica di tutto ciò. Sono affascinato dalla proprietà del suono, il suo potenziale nel trascendere la sua stessa natura e condizionare la psiche umana.

Ben-Frost-2014

Sempre parlando delle differenze tra te e Gira, credo che lui si metta al centro della sua arte. Controlla veramente di tutto ciò che gli accade attorno. Sentendo Aurora, è come se tu lasciassi che certe cose accadano e altre crescano…

Penso che tu abbia ragione. Sin dalla nascita della musica digitale, l’intera genesi della produzione musicale elettronica al tempo in cui il computer fu inventato e portato negli studi di registrazione ha avuto a che fare con l’amalgamare e il rimpiazzare la tecnologia analogica preparando una situazione dove potevamo avere tutto sotto completo controllo. Tutto diventa un controllare parametri, che sia sincronizzare un nastro, armonizzare una voce o rendere un ritmo perfettamente metronomico o una linea di basso esattamente allineata ecc.

Il punto è che lo abbiamo ottenuto ed è tutto troppo facile. Quello che vogliamo dalla tecnologia oggi è il caos. Lo vedi già nei nuovi synth e nelle drum machine e negli effetti a pedale. Tutto il feticismo riguardo a queste nuove macchine non riguarda il controllo ma il suo opposto, bottoni senza nome, effetti random, tutte opzioni per rimettere il caos dentro il sistema.  Ed è tutto quello che rende una musica eccitante alla fine dei conti.

Capisco quello che dici quando affermi che gli Swans sono la creatura di Micheal ma è anche vero che si è circondato di gente dall’ego imponente, ottimi musicisti che non sono sotto il suo completo controllo. Lui li conduce e stimola la loro interazione reciproca. Ci sono un sacco di cose che lui fa per incanalare le cose senza controllarle. Non voglio parlare per lui ma penso sarebbe d’accordo con me su questo. Vogliamo essere sorpresi. E’ quello che ho voluto fare con Aurora. Portarci dentro gente senza dirgli esattamente cosa doveva fare. Volevo il loro contributo. Volevo la loro ispirazione ed essere sorpreso a mia volta da loro.

A proposito di sorprese, ho letto su Wire (che ti ha dato la copertina) che una notte sei salito su un vulcano in Islanda dove vivi e hai fatto l’esperienza di un senso di paura particolare. Questo mi riporta alla dicotomia della domanda precedente tra corpo e anima. Mi domando: può la paura rappresentare l’unica strada da percorrere per un qualche tipo di spiritualità in questi giorni? Se sei religioso, ok, questa cosa la raggiungi per altre vie, immagino, hai altri strumenti, ma in un mondo come il nostro, e lo vediamo anche nell’arte, la gente sta ricercando esperienze primarie e ancestrali per raggiungere qualcosa di sconosciuto e più vero. Avere paura di morire inghiottito dalla lava potrebbe essere un buon punto di partenza in questo senso…

Certo, più siamo disincantati e più è difficile raggiungere qualcosa di sconosciuto e fuori del nostro controllo non credi? A maggior ragione iniettare caos è importante in questo mondo plastico e sterilizzato. Stando in cima ad un vulcano hai una sensazione molto papabile di essere alla mercè di qualcosa a cui non frega nulla di te. Non è interessato a te. Non riguarda te. La cosa che mi impressiona della religione e delle religioni è quanto infonda narcisismo nella gente. Quanto siamo ossessionati da noi stessi, tanto che abbiamo la spocchia di credere che c’è un Dio a cui interessa cosa ci sta accadendo. Ma davvero? E chissenefrega? Proprio come piccole rocce che girano attorno a piccole stelle nel mezzo di un fottuto universo infinito, ripeto, a chi frega qualcosa di ciò che ci sta accadendo? Siamo così insignificanti, e proprio per questo ci mettiamo al centro di questa illusione. Siamo così annichiliti dalla realtà, shockati dal venir dimenticati.

Credo che quest’aspetto sia presente in Aurora. Ma c’è dell’altro. Ci sono elementi narrativi, barriere, calma ed esplosioni di colore nelle tracce. Forse riflettono i colori all’infrared usati per le foto e il video girato in Congo? Avevi questi colori in mente quando componevi?

Certo, assolutamente. Sono una persona orientata al visivo. Penso per immagini. Più passo il tempo a parlare con altri musicisti e più parlo loro della mia musica, più comprendo che il mio modo di vedere la musica è differente dagli altri. Per me, vedi, è una cosa profondamente visiva e fisica. Posso vedere quei suoni, hanno sfumature, hanno texture e colori. Tutto acquista un certo senso quando lo tari su questi parametri, arrangi un certo spazio in questo modo. E’ molto facile per me pensare in questi termini. Se hai una palette di colori in testa, poi la traduci in musica in un certo modo. Mi viene facile anche se non sempre funziona. Allo stesso modo cerco e trovo suoni che danno vita a un certo tipo di colore, a particolari sfumature.

Mi stai dicendo che hai esperienze sinestesiche? Certe persone hanno innate queste capacità. Traducono senza pensare un suono in un colore…

Beh no, per me non è una cosa così diretta. E’ per ragioni che non riesco a spiegare. C’è un modo particolare in cui i suoni devono stare, per aver senso per me, per star bene e avere un senso preciso. Cercare queste cose nella musica di altri è sempre frustrante. Ecco perché faccio quello che faccio. Il mio lavoro è arrangiato in un modo soddsfacente e non turba il mio equilibrio interiore.

BenFrost_BoerkurSigthorsson01

Argomenti come musica e colori, mi portano a un altro tema di cui mi piacerebbe parlare con te, che è il romanticismo che attraversa la tua carriera fino all’ultimo album…

Beh, diciamo che l’essenza delle cose che faccio non è documentaristica, non è un riflesso di una fottuta mondanità in cui siamo calati. E’ una manifestazione del mondo immaginata da me, o forse un nuovo tipo ti spazio, e proprio quest’ultima affermazione credo racchiuda l’essenza del romanticismo, immaginare spazi e realtà altre. E questo potrebbe semplicemente ridursi all’immaginare due idee divergenti che esistono nello stesso tempo e spazio, come si riconciliano queste cose in un unico spazio. Certo, è un gesto romantico, di sicuro lo è.

Possiamo anche dire che il romanticismo è l’opposto del caos, così riassumendo i concetti che ci siamo detti prima, il tentativo è gestire contemporaneamente romanticismo e caos nella tua musica…

Guarda, io credo che la morte del romanticismo sia accaduta quando abbiamo aperto per la prima volta con un bisturi il corpo umano. Non è uscito nessun magico fascio di luce. Non abbiamo anima. Non c’è nessuna fottuta palla luccicante di luce…

… [tono scherzoso] Ti è per caso capitato di vedere 2001 Odissea Nello Spazio di recente? Tipo la scena iniziale con le scimmie: la celebrazione della fine di uno stato se vuoi romantico che dà l’avvio a una fase dove belligeranza e progresso sono unite inscindibilmente…

[ride, NdSA] No, non l’ho visto di recente, ma, ripeto, l’idea è nello smembrare il corpo. La fine del romanticismo sta lì. Nel momento in cui iniziamo ad analizzare le ossa dei nostri corpi animali, facciamo l’esperienza di “hey questo è soltanto un’altro fottuto animale“. Non siamo differenti dal maiale che sta nel tavolo accanto. C’è un modo molto romantico e umano di sentenziare la morte del romanticismo. Voglio dire, prendi un uomo, lo fai a brandelli, quando finisce la sua umanità? Continuiamo ad arrovellarci su queste cose mentre non abbiamo ancora trovato un equilibrio in questo crescente caos sistemico di intelligence e consapevolezza. Non credo che il caos della natura e l’organizzazione siano concetti divergenti, sono randomizzati semmai. Come non credo che il romanzo possa esistere solo nell’assenza di caos.

Altri musicisti con i quali sei stato paragonato, come Christian Fennesz e Tim Hecker – con il quale hai lavorato – hanno affrontato alcuni di questi stessi temi durante la loro carriera. Cosa ammiri nel loro lavoro e come vedi il tuo lavoro in rapporto al loro?

Penso che il percorso di Tim sia un po’ più avanti rispetto al mio. Ha lavorato più di me. Si è spostato in un mondo d’astrazione. Non ho ancora abbastanza appigli per provare a fare qualcosa del genere. Tim è un maestro in questo. E’ un signore del caos! Proprio come il sistema con il quale s’approccia alla musica, è come se fosse in guerra, è una fottuta battaglia a terra con lui che traffica con teconologie che non vogliono essere controllate. E’ una cosa impressionante da vedere in evoluzione, esserne stato parte è stato importante per me. Non ho altro che ammirazione per lui.

Per quanto riguarda Christian, beh i suoi primi lavori sono incredibilmente importanti. Sono dei landmark nella musica digitale.

All’inizio della tua carriera suonavi la chitarra e usavi i layer proprio come Fennesz. Proprio lui mi raccontava in un’altra intervista alcune strategie che aveva usato per sabotare la tecnologia…

Veniamo da differenti background. Il mio uso della chitarra al tempo era il gioco di un ragazzo che veniva da ascolti dei Metallica. L’inizio della mia avventura digitale è coincisa con me che, stanco di provare a convincere altre persone a formare una band, iniziavo a fare la mia musica in solitaria. Dunque è stata una necessità, più che una scelta. Ed inoltre non è stata un’evoluzione personale partita dal movimento dance, aspetto quest’ultimo che mi distingue dalla grande maggioranza dei producer e act con i quali mi trovo a dividere il palco.

Hai suonato in una band con Oren Ambarchi però. Suonavi con lui nel passato giusto?

Beh quella era la sua band. E sì, abbiamo suonato assieme un periodo. Vorrei tornare a fare qualcosa con lui ma le distanze influenzano molto. Lui vive ancora in Australia, io in Islanda. Non è proprio facile.

Tornando all’album e in un certo senso alla dance culture accennata prima, è vero che per quest’ultimo lavoro ti sei costretto ad usare soltanto synth da mercatino al posto del piano e della chitarra? Ho letto anche che lo hai fatto in reazione ad anni di dance music che ti sei sorbito nei festival ai quali ai partecipato in veste di musicista in questi anni…

Beh la musica complessa ha spesso origini semplici. E questo è un fatto con Aurora. All’inizio ero io che provavo a fare qualcosa di dance, è iniziato tutto così per poi evolversi in qualcosa di molto differente e complicato. Quella semplice idea è diventata una piccola parte di un immagianrio molto più grande.

Hai comprato roba nuova? Hai usato dei plug-in?

Ho un sacco di differenti abiti, all’inizio trafficavo con tutto ciò che mi capitava facendomi prestare anche strumenti da altra gente. Non ho rispetto per alcuno strumento, neanche quelli vecchi. Non li feticizzo e idolatro, sono solo strumenti, mezzi per far musica.

Provavi a fare dance music… lecito chiederti se hai iniziato a frequentarla a qualunque livello…

Penso che ci siano molte regole non scritte nella musica di qualsiasi genere. C’è gente che fa dance o rock e non mette mai in discussione nessuna di queste regole tacite. Come dire: una drum machine deve stare a un certa frequenza e tempo, la techno deve avere certi bpm. Ci sono così tanti pre-set nella musica contemporanea che veramente poca gente ha intenzione di metterli in discussione senza entrare in un mondo di un certo tipo di sperimentazione, quello cioé dove un ascoltatore deve attraversare un ponte verso un qualcosa di alienante e disturbato. Non credo che il mio lavoro sia particolarmente ostico ed è sempre sorprendente apprendere come venga descritto dalla gente come qualcosa di massicciamente sperimentale. Non credo proprio che sia un’osservazione accurata. Piuttosto credo che sia un tentativo d’ingannare l’orecchio, presentargli una cosa che non è. Con la gente che allo stesso tempo reagisce a questa musica a un livello viscerale.

Hai sempre sottolineato in altre interviste il valore della sottomissione al suono e i tuoi live hanno volumi non proprio bassi. Penso anche all’uso che i Throbbing Gristle fecero dei loro impianti per mandar via un accampamento di nomadi o agli esperimenti dei Pan Sonic nei bunker. Sono da sempre molto affascinato da questo approccio alla musica…

Sono un grande fan dei Pan Sonic e adoro ascoltarli. Dei TG ho un grande rispetto ma non sono per nulla legato a quell’idea belligerante e sadica dell’esperienza sonora. Quello che cerco di fare nella mia musica è trascendere lo spazio, tendere all’estasi a un certo punto, creare qualcosa che sia più grande di quando è iniziata. Che cresca anche al di fuori di me e dell’audience e che nei suoi momenti più belli esista al di fuori del tempo. Voglio perdermi nella musica. La sottomissione è tanto dalla mia parte, quando da quella di chiunque altro. Non voglio vedermi al centro di quella musica. Voglio disintegrarmi in essa.

Puoi raccontarmi qualcosa dei tuoi lavori per le compagnie di danza?

Sono sempre stato interessato dalla danza e dal corpo. In un altro mondo forse, avendo fatto altre scelte, probabilmente avrei potuto essere anch’io un ballerino. Ho soltanto trovato un altro modo di esprimermi. Ho fatto qualcosa per Ewan Mcgregor e Akron Kahn. C’è qualcosa di rigoroso nei loro lavori, un tipo di astrazione fisica ma applicata al mondo reale. Il loro è un lavoro che ha un’interazione diretta con il corpo e la gente. E’ una cosa che mi affascina molto. Loro puntano alle stesse cose: la disintegrazione dell’io in favore di qualcosa di più grande, e di sicuro all’interno di restrizioni. Ad esempio quelle dettate dal corpo stesso, limiti che cercano sempre di valicare. E’ affascinante far parte di tutto questo. Vedere come la mia musica possa lavorare con o contro queste situazioni o creare un dialogo che abbia effetto sull’audience in un modo mai banale.

Quando ti è stato commissionato di arrangiare sezioni d’archi come te la sei cavata? E’ un processo veloce per te comporre questa musica?

No, sono un terribile musicista in quel senso. E sono anche un scarso compositore. Ecco perché chiedo aiuto a un sacco di gente per molti di questi aspetti. E’ un po’ come dire: arrangiare archi non è proprio la mia lingua madre. Non la parlo fluentemente. D’altro canto ho le mie idee, so come dovrebbe funzionare questa cosa. So cosa vorrei dire e posso avvalermi di un buon numero di amici che sanno occuparsi degli aspetti tecnici molto meglio di me, per cui chiedere aiuto è la cosa più giusta da fare. Non sono solo su un’isola. E questo vale anche  musicalmente. Non sono quel compassato genio solitario che ha bisogno di far tutto da solo. Sono un collaboratore. Riconosco tutti i miei errori, che sono molti, ed ecco perché amo lavorare con gente che è migliore di me. Penso di aver costruito una carriera circondandomi di gente migliore di me. Non voglio essere il tipo in vista, piuttosto un piccolo lavoratore. Mi stimola a lavorare più duramente. E rende anche le cose più dure.

I più letti