Il mestiere dell’artista: intervista a Gazzelle

«E poi, e poi ci ritroveremo ancora», canta Gazzelle in Sopra, uno dei pezzi più riusciti di Punk, il suo ultimo album, uscito lo scorso 30 novembre per la forzuta Maciste Dischi. Ed è proprio quel che è successo a Bologna quest’estate, un ritrovo, a distanza di quella che mi è sembrata una vita, quando ci siamo conosciuti al Covo Club a poche settimane dall’uscita di Superbattito, il disco che a Flavio Pardini, romano, classe ’89, ha cambiato la vita.

Durante la sua esibizione al Sonic Park di Indimenticabile Festival è stato impeccabile. Flavio è cambiato, maturato: più adulto e consapevole, sembra averne viste tante, eppure i suoi testi sono rimasti quelli di sempre, a tratti ingenui, scanzonati, “da baretto con gli amici”. Dice che riempirà gli stadi tra una manciata d’anni, ma Flavio rimane, a suo modo, un outsider. È entrato nella scena quando tutti pensavano di avere avuto la loro fetta di torta, prendendosi la sua. Oggi ride e scherza più di prima, la sicurezza acquisita a colpi di soldout si sente. Accenna un saluto e inizia a raccontarci cosa gli è successo in questi mesi, ovvero quel viaggio che da Superbattito ha portato a Punk e che nelle sue parole assume i contorni di una piccola odissea

Punk è un buon disco che, al netto delle melodie ultra pop da karaoke e di una scrittura immaginifica figlia dei social network, riesce a «creare in poche righe scene filmiche e quadretti sentimentali (…) raccontando di giornate apatiche e di nottate alcoliche». Di questo, come scriveva Antonio Lamorte in sede di recensione, gliene diamo atto, e in questa direzione cinematografica vanno anche i brani più leggeri in scaletta, come Sopra e OMG, quando nel disco ad emergere è una patina dolceamara così come la vena nostalgica tipica del cantautore romano, che non si è affievolita.

Pur non essendo un disco da stroncatura, a SA Punk non fa impazzire. A noi di Futura 1993 è piaciuto, e una nota di merito va senz’altro spesa per pezzi come Tutta La Vita, brano su cui avevamo scommesso, pensando sarebbe stata la title track, e Sbatti, che ci piace per il modo in cui autocritica e confessione riescono a fondersi, senza diventare pesanti: «e io sto ancora collaudando / un piano per non starti accanto / mentre la vita mi scombussola / ogni punto fermo, ogni punto saldo».

Tutto sommato, pensiamo che Gazzelle abbia maturato in poco tempo una grande crescita artistica. Nonostante la miriade di fotocopie e progetti paralleli da cui siamo stati sommersi ultimamente, riesce a colpire nel segno. Nel bene e nel male, è unico e riconoscibile tra gli altri: grazie allora alle tanto criticate melodie ultra pop da karaoke, grazie a quel timbro vocale esausto, ripetitivo e così tanto imitato che, però, riesce solo attraverso Flavio a mostrarsi nella sua particolarità e a farci fare le sue – personalissime – scintille.

Com’è per te tornare di nuovo a Bologna? Che rapporto hai con questa città?

È bello. Tornare a Bologna è sempre bello; qui ho fatto una delle prime date del primo tour della mia vita, è stata la quarta o quinta data in assoluto. È stata incredibile, già all’epoca; anche se adesso, a pensarci, fa effetto, quella data al Covo è una delle poche che non ho scordato. Quindi mi fa effetto tornare, ormai è casa, come altre città di Italia, in cui torno sempre spesso e volentieri.

Cosa ti aspettavi all’inizio, quando hai iniziato a suonare in giro, e cosa puoi dire, oggi, di aver raggiunto di quello che ti aspettavi?

Io mi aspettavo di fare il cantante come mestiere, quindi alla fine ci sto riuscendo. C’è stato un periodo di adattamento alla cosa, durato un annetto, poi piano piano mi sono abituato all’idea, e ho acquisito anche un altro tipo di consapevolezza. Adesso lo faccio proprio in modo naturale, sono in pace con me stesso. Ho un gran senso di pace. Poi, se penso che sono solo due anni… mi impegnerò a fare in modo che duri ancora tanto.

Nella tua estetica notiamo dei riferimenti agli Oasis; chi preferisci di più tra i due Gallagher e qual è la cosa principale che ti piace di loro?

Liam. È proprio amore. Prima cosa la musica: sono canzoni incredibili ed eterne. Mi piace in generale la musica inglese, i Beatles mi fanno impazzire, poi gli Oasis, i Radiohead, i Coldplay. Tutto ciò che è inglese di solito mi piace. Per quanto riguarda gli Oasis, ho sempre avuto un gran senso di appartenenza a questo stile, così britannico. Mi piace come si vestono, la loro ironia, anche i film e le commedie inglesi mi piacciono.

Cosa vorresti avere di quel mondo? Cosa vorresti fosse tuo?

Vorrei esser nato inglese, vorrei essere nato in Inghilterra, essere un cantante inglese. Così, sarei stato davvero inglese, piuttosto che un italiano che cerca di esserlo.

Ricordo un’altra tua data al Siren Festival (2017), un po’ di tempo fa. C’erano anche Ghali e Calcutta. Ai tempi cercavi di inserirti in una scena già affermata: eri un po’ un outsider. Sei stato quello che è riuscito a distinguersi per primo da questa marea di fotocopie che sono arrivate in seguito…

Sì, penso di esser uscito al momento giusto, nel posto giusto e ovviamente anche con il talento giusto. Prima ancora I Cani, poi Thegiornalisti, Calcutta, che ha aperto la porta diciamo del “sottosopra” (ride, ndSA), poi sono arrivato io quell’anno, insieme ad altri come Giorgio Poi, Carl Brave e Franco126; io penso che quelli con il talento usciti in quell’anno siano riusciti comunque a prendersi la loro fetta di mercato e il loro posizionamento artistico. Poi, obiettivamente, nell’ultimo anno e mezzo è uscita così tanta roba che, poi, non so quanto durerà, perché è tutto una copia di una copia. Sento alcune cose e mi sento copiato, da una parte ci volo, perché vuol dire che è davvero successo qualcosa.

Ti senti ancora un po’ un outsider in questa scena?

Io, comunque, penso di essere l’unico vero “principe dell’indie” (ride, ndSA).

Ti saresti mai aspettato di fare i palazzetti a distanza di veramente pochissimo? Come è stato?

Non pensavo così presto. Pensavo di farli prima o poi nella mia vita, era un sogno. Ma non mi aspettavo così velocemente. È stato bello.

Il tuo rapporto con il pubblico è cambiato in qualche modo?

No, è sempre uguale. Mi fa strano fare il Forum, o il Palalottomatica; però, dopo aver visto che erano pieni, mi sono detto che allora è stato giusto farli. L’importante è sempre fare le cose con la giusta umiltà, non mi piace fare il passo più lungo della gamba. Sapevo di venire da date particolari, come le due all’Atlantico a Roma, con un totale di settemila persone. Abbiamo rischiato un pochino, ma non troppo. Quest’estate, ad esempio, a Roma, dopo il Palalottomatica ho fatto l’Auditorium, che comunque è un posto più piccolo (cinquemila persone); preferisco fare date strapiene, piuttosto che andare in giro per forza e non riempire davvero.

Senti di aver vissuto un po’ tutta la vita, o di averla davanti? Come la stai vivendo?

No, in realtà io voglio fare ancora tanto. Se ci penso ho fatto due dischi, e se li paragono a carriere di altri artisti che mi piacciono due album sono niente. Sono ancora relativamente giovane, ho un’età forse giusta per iniziare a scrivere forse in modo più maturo.

Una cosa che vorresti portare avanti di te, e una cosa che invece vorresti cambiare…

Vorrei portare avanti il fatto che comunque non mi sono adeguato al mainstream, quindi cercare di mantenere la mia identità, non voglio fare a tutti i costi le hit, voglio fare musica di qualità, per sempre. Con i pro e i contro della cosa: non mi interessa diventare miliardario, non inseguo quello. Inseguo solo la qualità, vorrei lasciare un segno nella storia, che forse è più difficile. L’unica cosa che cambierei.. pensando al tour precedente in cui ho fatto circa 100 date berrei un po’ meno. Col senno di poi posso dire che ho fatto dei danni permanenti, non mi ricordo molto. Ora sto facendo una vita un po’ più vigilata e tranquilla.

Ma infatti ti vediamo un pochino più quadrato, cosa è successo? Cosa è cambiato?

Ma sì, è che all’inizio non capisci niente, mi sono ritrovato in un mese dal tagliare la pizza, in una pizzeria, al suonare in giro per l’Italia; quindi anche la mia testa ha detto: ok, wow, finalmente vita, mi diverto. Me la sono goduta, il primo tour è stato davvero punk, quindi ovviamente tutto questo crea un’esperienza che poi ti porti appresso, da cui impari.

Quindi, Punk un po’ meno punk…

Sì, il primo disco era meno punk ma la cultura che c’era dietro lo era decisamente di più. Mi sono divertito tantissimo, così tanto che non me lo ricordo. Quando non ti ricordi le cose vuol dire che ti sei divertito: le cose belle, in generale, non te le ricordi, ricordi solo le brutte.

23 Settembre 2019
23 Settembre 2019
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