“A big, scary wedding”: intervista a Girl Band

I Girl Band sono tornati dopo quasi un lustro, da un pozzo profondo: da Holding hands with Jamie (2015), un album capace di rimettere l’Irlanda sulla mappa dei grandi, atteso dopo anni di attività live che hanno in qualche modo definito le qualità peculiari della band. Un approccio ombelicale e rituale allo strumento, il cui potenziale ritmico è drasticamente acuito; figure e dinamiche perfettamente incastrate, seppur nella loro stortura, come in un’architettura progettata con metodo e perizia; un frontman praticamente sull’orlo dell’embolìa durante le performance.

A memoria, ricordo poche band che hanno contribuito a riscrivere il concetto di efferatezza come il quartetto dublinese, in special modo nel contesto di generi musicali la cui ragione sociale è essenzialmente mondare l’apparato uditivo di chi li ascolta, inveire contro lo status quo o evocare scenari di guerra facendo molto, molto rumore. I Girl Band trasfigurano questo approccio in qualcosa di più cinematico e astratto: con gli strumenti, qui usati come timer impazziti per scandire sessioni di iperventilazione; con le dinamiche di suono, che tratteggiano movimenti che non paiono appartenere al contesto creativo di una rock band, quanto più a quello di un ensemble alle prese con la sonorizzazione del Nosferatu di Murnau.

Ballani, nella recensione all’album, coglie perfettamente il parallelismo scrivendo: «[…] quello che i dublinesi attuano sulla carcassa della pop song è uno scempio simile a quello con cui il serial killer di Seven trasformava in opere d’arte i cadaveri delle proprie vittime». Ed è proprio il bassista Daniel Fox, interpellato via Whatsapp, che ci spiega la relazione (casuale ma anche no) tra questo nuovo progetto e il cinema: «Inizialmente The Talkies [locuzione gergale che negli UK fa riferimento ai film muti con le didascalie, ndSA] era uscito come titolo fortuito per il lato b di Going Norway, il primo singolo. Solo dopo aver finito tutti i pezzi per l’album, abbiamo iniziato a proporre un po’ di titoli che però non ci soddisfacevano, per cui abbiamo riutilizzato quello lì».

«Ci siamo resi conto – prosegue Fox – che il titolo suonava appropriato non tanto per i nostri gusti cinematografici, quanto per il fatto che l’album si configura come un breviario di frasi contorte, un manuale sull’utilizzo bizzarro del mezzo linguistico». Tra sospiri aritmici e grida convulse, il frontman Dara Kiely delizia l’ascoltatore con fini giochi di parole, allitterazioni, crasi e altri espedienti narrativi che si vanno a incastonare perfettamente nel design cervellotico dell’opera: «Dara si è posto molti limiti, ha voluto sfidare la propria capacità comunicativa – aggiunge – La performance di Kiely va ponderata sul parametro di catarsi emotiva e su quanto si dà a livello fisico e vocale, ma anche sulla capacità di generare un output linguistico estremamente elaborato (ad esempio, l’abolizione assoluta dei pronomi). Questa potrebbe essere la sua pietra miliare compositiva e il brano Aibophobia ne è il segnale lampante, l’apice della metatestualità nel contesto dell’album: il titolo fa riferimento a una rara fobia dei palindromi, e il testo è esclusivamente fondato sugli stessi».

La linea vocale (come i suoni del resto) emerge nel mix lasciandosi dietro una scia di eco rovesciate, come quelle che si sentono nel dialogo tra Cooper e Laura Palmer nella Loggia Nera del telefilm di culto Twin Peaks. «Credo che abbia lavorato sui testi qualcosa come un mese intero o giù di lì: il nostro contributo è stato quello di approvare o meno certe soluzioni, qualora ce ne fosse stato il bisogno». Bravo Dara, quindi, ma per completare questo monologo surrealista (in cui emergono pure le figure di Jaap Stam, violentissimo difensore centrale olandese, e quella del Teletext, da noi noto come Videotel) c’è bisogno di un apparato sonoro, che qui si fa complesso e stratificato come non mai: «Realizzare questo album per noi è stata una vera sfida», spiega Fox, facendo anche riferimento al periodo di iato in seno alla band che ha comportato l’annullamento di un tour, tra le altre cose. «Era la prima volta che ci ritrovavamo tutti assieme per comporre e registrare un album, e questo ci è servito come collante, come meccanismo propulsivo».

Da dove inizia il processo creativo che porta a risultati come quelli che sentiamo nell’album? «Noi funzioniamo come metronomi: ci fidiamo del senso ritmico che possediamo, ognuno di noi ha provato a suonare una batteria, a un certo punto della propria vita. Non seguiamo un canovaccio, spesso ci troviamo in studio senza altri membri della band, così se una volta ad esempio ci siamo io e Alan (Duggan, chitarra, ndSA), ci sediamo e proviamo varie soluzioni con pedali ed effetti; registriamo degli overdub, che poi sottoponiamo a Adam (Faulkner, batteria, ndSA), il quale ci aiuta molto a sviluppare i “movimenti” che compongono un nostro pezzo – a seconda del ritmo, ad esempio, o di come riesce a direzionare il peso specifico e il passo di una partitura. Lavoriamo molto sul concetto di pieno-vuoto, e questo ci permette di riempire spazi con gli strumenti».

Se cercate qualche performance della band su YouTube, noterete come questi rumori apparentemente senza senso e direzione siano ottenuti mediante una tecnica peculiare, una sorta di shredding figlio del retaggio thrash metal più sperimentale mescolato a uno slap mutante che ricorda molto lo stile di Jah Wobble. Tuttavia, Fox mi confessa di essere partito da ispirazioni molto melodiche per forgiare il suo stile e il suo suono così caratteristici: «Quando ho iniziato il primo approccio allo strumento, ero poco più che adolescente: provavo ad ascoltare un sacco di roba strana, ma i bassisti che mi piacevano di più erano Bruce Foxton (The Jam) e Andy Rourke (The Smiths) per il modo in cui creavano partiture molto melodiche, apparentemente semplici ma in realtà molto elaborate».

The Talkies non avrebbe avuto il suono crudo ed echeggiante che lo caratterizza, se non fosse stato registrato ed adattato alle possibilità ambientali di un vecchio rudere nelle Midlands irlandesi: «Abbiamo registrato l’album in questa grande villa, la Ballintubbert House a County Laois. La struttura appartiene a un tipo per cui lavoravo, che è stato gentile nel concedercela nel periodo della bassa stagione: in primavera e in estate vengono celebrati molti matrimoni, feste e ricevimenti; noi abbiamo registrato in inverno, per cui non c’era nessuno e ogni mattina era piuttosto strano svegliarsi nella propria camera e girare in questo parco con un labirinto e uno stagno. Abbiamo riempito le grandi sale con i nostri strumenti, esplorando le capacità di quei luoghi, catturando l’ambiente con microfoni panoramici, cose così. È finito per diventare una specie di enorme laboratorio/sala prove, con il risultato che molte parti sono state registrate in zone diverse della villa: la chitarra in un piano, il basso in un altro, e così via».

Il punto di svolta, però, è un’intuizione che ricorda molto quella che ebbe “Bonzo” Bonham quando registrò la celeberrima parte di batteria di When the Levee Breaks nel profondo sottoscala della Headley Grange Mansion: «Parte del rudere era stato costruito come struttura termale, cui è stato possibile accedere attraverso una scala a spirale discendente, questa culminava in una sorta di pozzo, che noi abbiamo scherzosamente soprannominato “Il Pozzo delle Anime”; quel pozzo è presente in gran parte dell’album, soprattutto per le parti di batteria, che volevamo far suonare come un qualcosa che venisse dall’aldilà».

A questo punto, mi chiedo se per loro, oltre al tour, è in programma un eventuale ritorno come wedding band della mansione nel periodo estivo: «Certo – esclama Dan – faremo da band per un grande, inquietante, matrimonio». Press foto di Rich Gilligan.

26 Ottobre 2019
26 Ottobre 2019
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