Recensioni

7.5

Vi ricordate di Holding Hands With Jamie, Il debutto sulla lunga distanza dei Girl Band? Se ne parlò anche da queste parti sottolineando l’efferatezza di un album che aveva ben pochi termini di paragone nel Regno Unito. A dispetto del candido aspetto da bravi ragazzi anglosassoni, i quattro infierivano con un sound siderurgico, privo del più elementare conforto melodico, in cui ogni brano pareva uscito dagli incubi di Glenn Branca o dal delirio psicotico di qualche No Wave band. Sembrava che il gruppo fosse destinato a predicare nel deserto e invece, quattro anni dopo, ecco proliferare una scena (quella dublinese) che su quel materiale ha saputo costruire con intelligenza e grande creatività. Stiamo parlando di protagonisti dell’anno in corso, come Fontaines DC e Murder Capital (ma in arrivo ci sono anche i Just Mustard, Silverback e molti altri) che nel corso delle interviste non hanno mancato di ricordare come la musica intransigente dei Girl Band sia servita loro da stimolo per forgiare uno stile personale, in cui le aspirazioni dei testi si fondono con il furore chitarristico.

Con queste premesse le aspettative per il nuovo album di Dara Kiely e soci erano altissime. C’era curiosità per capire se i Girl Band avrebbero saputo ribadire il proprio ruolo di prime mover e collettivo artistico all’avanguardia; oppure se avrebbero amministrato le attenzioni con un lavoro magari interessante ma decisamente più appetibile.  Sono dubbi legittimi, che però vengono ridicolizzati da un album che sposta di qualche tacca il livello di tolleranza alla brutalità, sottoponendo l’ascoltatore a una serie di prove che hanno come contropartita un’esperienza emotivamente unica. Non è neppure una questione di violenza, per lo meno non nel senso in cui siamo soliti aplicarla al rock. Il sound The Talkies ha più a che vedere con il disagio provocato da un crollo nervoso, con gli attacchi di panico che da cui è afflitto il singer Dara Kiely e che vengono sadicamente simulati nell’opener Prolix inducendoci in uno stato di ansia che non ci abbandonerà per il resto del disco.

Da Going Norway in poi, si assiste ad una mostra delle atrocità in cui ogni cosa è diversa da quello che sembra. Ogni suono è trattato in modo da ottenere l’effetto più contundente. Le chitarre, ad esempio, non generano riff ma latrati distorti che mescolandosi con il freddo suono dei synth trasmettono l’impressione di danzare all’interno di un’officina a pieno regime. Brani come Caveat hanno la solidità e brillantezza metallica della techno, persino una loro sordida forma di fascino pop. Ma quello che i dublinesi attuano sulla carcassa della pop song è uno scempio simile a quello con cui il serial killer di Seven trasformava in opere d’arte i cadaveri delle proprie vittime (e un brano come Shoulderblades, con quel groove malato, che assomiglia più a uno spasmo incontrollabile, è lì a dimostrarlo). L’elemento più disturbante, tuttavia, resta lucida la follia della voce di Kiely; il tono ironico e la teatralità sadica con cui il cantante affronta i suoi cinici racconti, donando loro un raggelante afflato anthemico.

Detto che non consiglierei The Talkies ai deboli di cuore, è indubbio che i Girl Band, in questo preciso momento, stiano realizzando qualcosa di unico e sinceramente originale.  Una musica che travalica i generi e che lascia intravvedere scampoli di un futuro assai prossimo (per quanto agghiacciante).

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