Space-gazing. Intervista a Grimm Grimm

In occasione della seconda parte del tour italiano di Koichi Yamanoha, in arte Grimm Grimm, che toccherà il 13 luglio Pesaro (per Zoe Microfestival 2017), il giorno successivo Chiaverano (per A Night Like This), il 15  Pistoia (per lo Psychedelic Garden Party) ed infine il 17 Roma (secret show), abbiamo scambiato due chiacchiere con uno degli ultimi culti in campo dream pop, anche se per uno come lui bisognerebbe coniare una nuova etichetta che comprenda le parole folk, space e il postfisso -gaze – accorciando viene space-gaze e tradotta in parole povere è musica sospesa, angelica, dai retrogusti malinconici, intimamente seduttiva. Al suo attivo, una precedente esperienza come frontman della punk band psichedelica Screaming Tea Party, a cui è seguito un debut single a nome Grimm Grimm pubblicato per una piccola etichetta gestita da niente-di-meno-che Kevin Shields (My Bloody Valentine) assieme a Charlotte Marionneau (Le Volume Courbe), e un album, Hazy Eyes Maybe, edito dalla ATP Recordings nel 2015, che lo ha messo sulla mappa come un songwriter perso in una bolla spazio temporale tutta sua, un marziano piovuto sulla terra che elabora i brani come uno shoegazer dei 90s, eppure li arrangia come un sognante folksinger – perdonateci il gioco sui decenni – dei 70s. L’aspetto che più ha colpito nel segno nella poetica di Yamanoha risiede però nella sua grazia e freschezza, quel senso di (musica) cosmica che lui riesce ad infonderci allargando le maglie di una scrittura che è come un onirico flusso di coscienza. Come hanno sottolineato anche i tipi di Quietus, non parliamo dell’ennesimo act retromanicaco, citazionista e nostalgico. La freschezza di Grimm Grimm sta in una ricetta semplicissima che lavora sui confini dei sopracitati generi riuscendo ad infonderci un quid già piuttosto personale e riconoscibile, ottenuto senza troppe venerazioni, mitologie o calcoli intellettuali.

Le sue canzoni sembrano composte in uno stato di profonda meditazione, tra la veglia e il sogno, ma la formula non è statica, tantomeno monolitica: un episodio come Tell The Truth è già un piccolo classico di dream pop di quelli da far invidia al catalogo Kranky – anzi, cosa stiamo dicendo – Mercury Rev, nientemeno. Da sottolineare nell’album anche deliziosi valzer lunari, angelici interludi, e autentiche gemme come Robert Downey Syndrome, pura elegia psichedelica, una traccia che parte bucolica per poi puntare dritta su Marte. Invitandovi a recuperare l’ascolto dell’esordio discografico di Yamanoha, ci fermiamo qui con le nostre considerazioni e vi lasciamo all’intervista che gli abbiamo fatto di recente vis a vis.

È la prima volta che abbiamo avuto la fortuna di fare due chiacchiere. Negli ultimi due anni hai suonato molto in Italia. Si contano più di quaranta concerti. Quando è scattata quest’affinità elettiva con il nostro paese e come si è evoluta nel tempo?

Con l’Italia sembra che le connessioni siano molteplici. Quando abitavo a Tokyo ho studiato la vostra lingua all’Università. Poi quando ho formato la mia prima band, gli Screaming Tea Party, in formazione avevo una batterista italiana. Il suo nome è Teresa e suona attualmente come Tetamona. È affascinante, forse ero italiano in una delle mie vite passate, chissà. Quel che è certo è che dopo tutti questi concerti e i piatti di pasta consumati ogni giorno mi sento come un trovatore italiano, o qualcosa del genere [ride, ndSA].

Quali sono le tue città italiane preferite, i posti che ami di più, e quali sono gli artisti che ti hanno colpito maggiormente?

Mi piace il Sud. Lamezia è la mia città preferita finora. Non so dirti perché. Luca di Spaghetti Sunday mi ha portato al mare prima di un concerto. Era inverno e non c’era nessuno lì eppure …c’era qualcosa. Per qualche ragione, mi ha ricordato un film francese, Betty Blue.

Vivi in Gran Bretagna da tanti anni ormai. Ti senti ancora giapponese? Quale posto consideri la tua casa in questo momento?

Non sono sicuro di sentirmi più troppo giapponese, tuttavia vorrei morire in Giappone quando sarà il mio momento. Per essere del tutto sincero ho sempre sentito di non far parte di alcun posto in particolare. A Londra, è vero, mi sento più rilassato. E questo perché è un posto così caotico e pieno di ogni razza, dove a nessuno importa chi sei e come ti vesti.

Sempre rimanendo in tema UK: che rapporto hai con i musicisti e le scene musicali della città?

C’è una location a cui sono molto affezionato ed è vicina a dove abito, si chiama Cafe Oto e ogni tanto ci suono anche. Penso di essere connesso maggiormente con i musicisti che gravitano attorno a me, anche se non rappresentano o non formano una vera e propria scena. Poi a dirla tutta la cosiddetta “scena” è in continua mutazione: va e viene e non la seguo davvero. È eccitante quando qualcosa di nuovo succede all’interno di qualche camera da letto o garage, ma quando quella chimica diventa un trend conclamato e la gente inizia a suonare più “sicuro” è un po’ come se quella magia si spegnesse e con essa anche il rapporto tra le persone che l’hanno originariamente fatta scattare.

Il tuo primo singolo è stato pubblicato dalla Pickpocket Records, un’etichetta gestita da Kevin Shields (My Bloody Valentine) e Charlotte Marionneau (Le Volume Courbe), due artisti che hanno avuto un enorme impatto sulla musica dei 90s, sia rock che non, sia a livello nazionale che internazionale. Oggi la tua proposta sembra quella di una shoegaze band che suona in una modalità più intima, acustica, come se fosse folk music degli anni Settanta. Che legame senti tra questi aspetti della tua musica e la loro?

Sono cresciuto nei 90s e decisamente tutte quelle band hanno esercitato una forte influenza su di me, senz’altro. Io penso però che le mie radici musicali siano da individuarsi nella musica barocca del 16° e 17° secolo e nel punk rock a cavallo tra 60s e 70s. E a questo aggiungerei la mia personale definizione di punk, che non si identifica nello «scagliarsi contro i governi o suonare musica contorta e distorta», piuttosto in un essere reali e onesti con se stessi.

Hai scelto una foto del Teufelsberg per la copertina del tuo album. Non è una scelta così inusuale, molti artisti la usano come location per i loro video, photo shoot e quant’altro. Lì comunque c’è qualcosa che parla della tua musica…

La foto è stata scattata con una macchina giocattolo da uno dei miei amici, era il 2013 ed eravamo in giro da quelle parti. Quel che amo in generale è andare a visitare posti in rovina o abbandonati, vecchi parchi divertimento, ospedali in disuso, ecc. Alcuni pensano che siano location deprimenti, per me non lo sono: quando vedo rovine come quelle penso ad altre creature che popolano l’universo e a cose tipo il passato, il presente e il futuro. Quando sono lì sento il mio battito accelerare, proprio come quando ti innamori. È forse proprio indagando questi sentimenti che suono la musica che suono.

Dal tuo ultimo lavoro è passato un po’ di tempo, stai incidendo nuova musica. È in arrivo un nuovo lavoro?

L’ho finito circa un mese fa e un amico – Ghengis – che suona di base noise dub – lo ha missato quasi nella sua interezza. Fai conto che 1/3 dei pezzi saranno elettronici.

Suonerai anche al A Night Like This il 14 luglio. Hai dato uno sguardo alla line up? Vedi qualcuno che senti più affine alla tua musica e ai tuoi gusti?

È proprio un bel festival quello che mi citi, non troppo piccolo e nemmeno troppo grande. Preferisco questa dimensione ai festival corporate anche perché è proprio in questi posti che puoi veramente gustarti le performance. Penso che darò un occhio ai Sequoyah Tiger quando sarò lì.

10 luglio 2017
10 luglio 2017
Leggi tutto
Precedente
Flow #041 – Limousine rosa fra le case popolari Flow #041 – Limousine rosa fra le case popolari
Successivo
Twin Peaks: The Return, commento alla parte 9 David Lynch - Twin Peaks: The Return, commento alla parte 9

Altre notizie suggerite