Mercury Rev (US)

Biografia

I Mercury Rev sono una band di Buffalo, stato di New York, attiva da oltre un quarto di secolo, durante il quale ha messo a punto una calligrafia pop fiabesca e visionaria, segnata da certo immaginario onirico/cinematografico (con orchestrazioni spesso fastose) e dalle avventure noise-psych consumatesi a cavallo tra 80s e 90s. La loro caratteristica principale risiede proprio in questa capacità di azzeccare una sintesi tra scorribande underground e pop orchestrale evocativo, sintesi poco probabile sulla carta ma plausibile se si ipotizza – come fanno i Rev – un humus culturale comune, una tensione immaginifica che attraversa la musicalità americana trasversalmente rispetto alle epoche e agli stili. Negli anni la loro proposta si è fatta sempre più peculiare e perciò isolata, sorta di anomalia carezzevole e luminosa che non ammette troppi seguaci ma che si distingue come un monito, o se preferite un monumento alla vitalità archetipa del pop tarato sul massimo delle potenzialità incantatrici.

Furono Jonathan Donahue (cantante e chitarrista), Grasshopper (al secolo Sean Mackiowiak, chitarrista) e Dave Fridmann (bassista) a prendere l’iniziativa di formare una band, a cui presto si unirono la flautista Suzanne Thorpe, il cantante David Baker ed il batterista Jimmy Chambers. Era il 1989. Inizialmente concentrarono gli sforzi per comporre soundtrack di documentari e film sperimentali. Degno di nota è il coinvolgimento di Donahue e soprattutto Fridmann (in veste di produttore) nell’album In A priest Driven Ambulance dei Flaming Lips. Si tratta di una connessione importante alla luce dell’album d’esordio Yerself Is Steam (Columbia, 1991), nel quale ciondolii evocativi e miraggi melodici si alternano a muraglie di suono magmatiche. Lo sconcerto di un sound che riarticolava il noise schiudendo insospettabili crepe fiabesche (delineate soprattutto dal flauto della Thorpe) guadagnò al disco discrete attenzioni tanto di pubblico che di critica, tanto da venire ripubblicato l’anno successivo con accluso l’ep Lego My Ego (contenente outtakes e versioni live alla corte del mitologico John Peel).

Due anni più tardi il sestetto pubblicò Boces (Beggars Banquet, 1993), nel quale la formula dell’esordio coagulava attorno a canzoni più definite e balzane allo stesso tempo, sulla scorta degli scossoni acidi dal retrogusto assurdo dei Flaming Lips di Hit to Death in the Future Head (1992), vera e propria band gemella in quella prima fase di carriera. A quel punto il vocalist David Baker abbandona, lasciando a Donahue il ruolo di cantante (al suo posto entrerà in formazione il tastierista Adam Snyder). Il successivo See You On The Other Side (Beggars Banquet, 1995) – titolo che allude all’incitazione che Fridmann rivolgeva alla band prima di salire sul palco – testimonierà l’adozione di arrangiamenti più raffinati, con l’introduzione di corni e clarinetto tra le altre cose, entro strutture tendenzialmente atmosferiche: la psichedelia – pure se ancora componente basilare – si stempera in un progetto evocativo che guarda sempre più al pop.

Consumato un curioso quanto effimero esperimento di musica ambient – Paralyzed Mind of the Archangel Void (1995), uscito a nome Harmony Rockets – il 1998 segnerà una svolta decisiva: fu l’anno in cui uscì Deserter’s Songs (V2 Records, 1998), nel quale elementi cameristici, americana e psichedelia convergono per allestire una sorta di colonna sonora per le residue ma ancora potenti potenzialità immaginifiche della pop music. Un po’ come il sorprendente The Soft Bulletin dei Flaming Lips – inciso nello stesso periodo, condividendo lo studio ed il produttore (Fridmann) – la parola chiave trasla dallo shock elettrico alla meraviglia orchestrale, intendendo con ciò tutto il repertorio di soluzioni strumentali e di effettistica messe a punto dal pop(rock) nelle quattro decadi precedenti, con particolare riferimento al lavoro di Phil Spector e dei Beach Boys, passando dalle evoluzioni spacey di Bowie, dal power-pop sbilanciato prog di Todd Rundgren, dal Neil Young dell’escapismo orchestrale e via discorrendo.

Con l’uscita di Suzanne Thorpe e di Chambers, i Mercury Rev divengono ormai espressione del triangolo Fridmann-Grasshopper-Donahue, che salutano il nuovo millennio con un successore degno del capolavoro precedente: All Is Dream (V2, 2001) abbraccia del tutto l’estetica spacey-pop, immaginando una sorta di Jack Nitzsche – che avrebbe dovuto curare la sezione orchestrale del disco, ma scomparso pochi giorni prima dell’inizio delle incisioni – in orbita tra mellotron e chitarre luccicose. Ne esce un disco languido e lussureggiante, un tripudio agrodolce di forme fastose, col fiabesco delle melodie calibrate ad un livello quasi disneyano (per ironia della sorte, questo monumento al pop immaginifico uscì negli USA l’11 settembre del 2001). In quell’alba degli anni Zero che sempre più inseguiva la riarticolazione delle forme passate, quasi che fossero altrettanti segni di appartenenza nel sempre più folto sovrapporsi di reminiscenze stilistiche – un processo cui certo contribuì la disponibilità di mezzo secolo di scibile rock prima tramite le ristampe su cd poi via file sharing (il 2000 fu l’anno del boom di Napster) – questo disco faceva sì dei Mercury Rev i capofila del filone “psych-rock sinfonico” (che avrebbe visto tra i principali esponenti i Polyphonic Spree, band di Dallas nata nel 1999) ma con un taglio spiccatamente cinematico che trova ben pochi termini di paragone in band coeve.

Quattro anni più tardi questa inclinazione diviene un problema con lo scontato The Secret Migration (V2, 2005), appena più sbilanciato sul versante power pop ma per il resto impegnato a ripetere la formula di All Is Dream senza riuscire ad azzeccare quella particolare ispirazione, soprattutto ignorando quanto quel predecessore fosse definitivo in tal senso. Una Diamonds o una Black Forest sono di per sé ottime prove d’arrangiamento cui manca un senso preciso e densità espressiva. Sembra che, oltrepassato l’apice, i Rev siano già finiti in un cul de sac. Mentre la soundtrack di Bye Bye blackbird del regista Robinson Savary – pubblicata col titolo Hello Blackbird (V2, 2006), diciannove tracce di cui solo una è cantata – è un episodio interlocutorio con pochi slanci degni di nota (forse solo la marcia fluviale di White Birds con la sua enfasi Morricone tra caligini Eno), il successivo Snowflake Midnight (V2, 2008) dimostra altresì di voler tirare dritto su questo percorso cinematico, isolandosi in un territorio visionario che se offre pochi appigli con gli sviluppi del pop rock contemporaneo (ad esclusione forse delle opere dei “cugini” Flaming Lips, però sempre più impegnati in performance sensazionalistiche e meta-musicali) ha però il merito di definire un codice ben definito, potente, inconfondibile. Echi beachboysiani quindi, così come particelle Pink Floyd e persino King Crimson, citazioni catodiche (la OST di X-Files in Butterfly’s Wings), apparizioni wave (i miraggi Depeche Mode di Runaway Raindrop) e motorik Kraftwerk (Senses On Fire) in un album che li vede nuovamente ispirati, al punto da indurli a pubblicarne un “gemello” – Strange Attractor (Yep Records, 2008) – in free download.

Ben sette saranno gli anni di silenzio prima del successivo, ottavo album The Light in You (Bella Union, 2015), che li vede per la prima volta muoversi senza la supervisione del vecchio compagno e producer Dave Fridmann. I Mercury Rev del 2015 sono una band ormai classica con un taglio ed un’angolazione peculiari, la cui missione è tenere viva la potenzialità immaginifica del pop-rock, ricorrendo persino – per la prima volta – agli intriganti codici del blue eyed soul. Una battaglia forse anacronistica in un’epoca che alla meraviglia preferisce la sensazione rapida, però – come scrive Solventi in recensione, «se si è disposti a credere ad un pop rock che utilizzi tutti gli espedienti orchestrali, elettrici ed elettronici per convincerci – ancora una volta – che tutto è sogno, se accettiamo che l’incantesimo si divori questa deliziosa e a tratti stucchevole velleità, allora ci si troverà ad ascoltare un disco gagliardo, suggestivo, avvincente».

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