Colazione sul campo di battaglia. Intervista a Ian Williams dei Battles

Il duemilaquindici è esattamente il tredicesimo anno di attività per i newyorkesi Battles, band math-rock dalle numerose sfaccettature che il 18 settembre 2015 pubblicherà il suo terzo album in studio marchiato Warp, La Di Da Di. Nati dall’incontro fra Ian Williams, Dave Konopka, John Stanier e Tyondai Braxton, i Battles hanno saputo caratterizzarsi fin dall’esordio Mirrored per un sound dinamico e che pesca dagli angoli più remoti del rock, facendo della sperimentazione una ispirazione costante. Robert Fripp (King Crimson) è stato il maestro che ha insegnato indirettamente a Williams, reduce dall’esperienza con i pioneri del math-rock Don Caballero, come tradurre la tecnica chitarristica in loop dal sapore elettronico, quello stesso metodo Frippertronics che dagli anni Settanta era stato preso in mano, sebbene in ambito ambient, da Brian Eno. La voce di Tyondai ha contribuito a donare alla musica dei Battles un tocco di estro (e forse di genio) in più, anche se nel 2010 il figlio del jazzista Anthony Braxton ha lasciato la band per seguire altri progetti. Se Gloss Drop è stata la conferma che i Battles si erano ripresi da un tale colpo e potevano sfruttare le vocalità di svariati artisti, l’uscita di La Di Da Di è la prova che anche cimentandosi con i soli strumenti, il terzetto può continuare a reggersi sulle proprie gambe.

Abbiamo incontrato Ian Williams di persona a Milano per un’intervista face to face, proprio per disquisire sulla terza opera completa dei Battles – tenuta a lungo segreta per evitare il leak di cui era caduta vittima la precedente – e della loro carriera. Ci ricordavamo un frontman un po’ chiuso in sé e difficile da sciogliere, e invece ci siamo trovati davanti un “ragazzo” di quarantacinque anni dallo humour marcato, che ama il lavoro che fa e perfettamente consapevole di potersi divertire nel farlo.

Avete creato molta hype mantenendo segreti i dettagli del nuovo disco fino ad agosto 2015, quindi la mia prima domanda è: qual è il titolo del disco e come lo avete scelto?

Il titolo è La Di Da Di, quattro parole da due lettere ciascuna, ed è semplicemente una linea di cantato, proprio come quando si canticchia “Lalalala”. Volevamo che fosse un titolo musicale, e così è stato. Esistono delle non-parole che non hanno un significato vero, nonostante posseggano dei suoni muscali di per sé. In questo album ci sono suoni e musica, ecco tutto.

Perché avete deciso di adottare questa strategia del silenzio?

In effetti è un album che probabilmente non sarà mainstream, e finirà per essere meno accessibile a un vasto pubblico; anticiparne i dettagli sarebbe stato poco divertente, in questo senso. Il nostro intento era inoltre quello di rendere l’ascolto (per chi ha potuto averlo in anteprima) oggettivo, senza che le parole potessero influenzarlo in alcun modo.

Perché avete optato per un disco totalmente strumentale?

Beh, per noi è abbastanza naturale dedicarci alla musica strumentale…

So infatti che i vostri primi EP erano puramente musicali, senza cantato…

Esatto, ma anche quando c’era la voce (gli ultimi due dischi, per intenderci), si trattava solo di un terzo dell’intero lavoro. Siamo sempre stati una band strumentale. [Tra le ultime composte, ndSA] ci sono un paio di canzoni che avevamo pensato proprio per quest’ultimo album e che credevamo avrebbero dovuto contenere del cantato, così alla fine abbiamo deciso di lasciarle da parte senza inserirle nella release.

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Cosa puoi dirci dell’artwork?

Dave, il nostro bassista, è l’artista del gruppo e si è dedicato alla realizzazione di una scultura, come fece per Gloss Drop.

Puoi dirci come è fatta?

Non so se posso raccontartelo… è pornografico! [ride, ndSA]. No, non lo è, ma tutte le immagini sono state completate, le abbiamo viste e stiamo tuttora decidendo quali utilizzare. Sono belle, anche se apparentemente non hanno nulla a che fare con La Di Da Di, eppure in qualche modo sono collegate. Molto vagamente, quando leggi il titolo dell’album e poi vedi le immagini, in una maniera strana e musicale tutto acquista un senso.

Pensi che ci sia una traccia che possa funzionare come singolo?

Non penso che ci sia una sola canzone che vada bene come singolo, in realtà. Come dicevo, non abbiamo parti cantate, quindi è un album alquanto indipendente. Amiamo tutti i pezzi del disco, non ce n’è uno che spicchi più degli altri, come singolo. Non sono sicuro che faremo uscire una canzone da sola, stiamo cercando di capire se ci converrà farlo. Cercheremo di comunicare al mondo “Hey, questo è il nostro album”, piuttosto che “Hey, eccovi il singolo”.

Dot Com mi ha ricordato l’inizio di Baba O’Reily degli Who…

Anche altre persone me lo hanno fatto notare!

Ad ogni modo, questo brano e anche il decimo sono molto positivi. È l’effetto che volevate ottenere?

Abbiamo cercato di fare canzoni di generi diversi, in questo album; volevamo sperimentare le varie emozioni attraverso le tracce. Puoi piangere in un pezzo, ma ridere in quello successivo [ride, ndSA].

Cosa pensi vi abbia ispirato, durante la registrazione di La Di Da Di?

“Ispirazione” è una parola stramba, perché lavori duramente, devi presentarti di giorno in giorno al lavoro dalle 9:00 del mattino fino alle 5:00 del pomeriggio, devi metterti lì e iniziare a creare musica e suoni. Un po’ come pescare: aspetti che arrivi un pesce che si mangi la tua esca, e non sai nemmeno quando giungerà. Potrebbe essere anche parecchio noioso, ma è necessario portare pazienza e rimanere lì, e forse qualcosa abboccherà. Magari ti verrà in mente una bella melodia, un bel pezzo, quindi non si tratta, a mio parere, di ispirazione. La musa non verrà in tuo aiuto, se ti vedrà al lavoro.

Dove avete registrato l’album?

Ormai registriamo sempre nello stesso studio, che si trova a Rhode Island, a quattro ore di macchina da New York, perciò abbastanza lontano da permetterci di non farci distrarre dalle nostre vite nella città. Lo studio si chiama Machines With Magnets e gli ingegneri del suono che ci lavorano sono nostri amici, capiscono il nostro processo creativo. Inizialmente abbiamo fatto la pre-produzione per conto nostro, a casa, dato che abbiamo uno spazio in cui provare proprio a New York. Abbiamo registrato un bel po’ di loop e poi i ragazzi dello studio ci hanno aiutati nel raccoglierli tutti, pulendo e rifinendo ogni cosa.

C’è un suono particolare che questo studio possiede e che non potreste trovare da nessuna altra parte?

Sicuramente. Pensiamo che la nostra qualità sonora sia stata completamente plasmata da questo studio. Se un’altra band provasse a registrare con loro, niente di tutto ciò suonerebbe come suonano i Battles.

Hai usato strumenti nuovi per La Di Da Di?

Sì, in questo caso un Moog Voyager, e a livello digitale ho smanettato con Ableton. Ho scelto di non usare tracce separate, coordinando tra loro ritmo e melodia.

Parlando appunto del vostro sound, mi verrebbe da dire che le campane sono spesso presenti nei vostri lavori. Come mai?

Uhm… Cattolici! Scherzo… Beh, sono cattolico, ma il fatto è che il nostro batterista, John, ha delle campane, gli piacciono molto e sono strumenti basilari. Esistono da molto tempo, ancor prima che comparisse la chitarra.

Come pensi che sarà suonare le nuove canzoni?

Credo sarà magnifico. Non vedo l’ora di farlo. Ci siamo esibiti in quattro date la settimana scorsa e ne abbiamo eseguite tre o quattro ogni volta. È stato abbastanza bello dal vivo.

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Tornando al passato, come fu il vostro primo concerto quando iniziaste a suonare insieme come Battles?

Questa è una storia che non conoscono in molti: aprimmo un concerto per i Les Savy Fav, perché vidi il bassista della band in giro per strada. Lui mi chiese che cosa stessi combinando e io gli risposi che stavo mettendo su una band. Allora lui mi chiese se volessimo aprire un loro concerto il 19 dicembre 2002, entro un paio di settimane, e io gli risposi che per me era ok. Sapevamo a stento cosa stessimo facendo. Fu entusiasmante, ma suonammo solo quattro pezzi sul palco. Per il nostro secondo live scegliemmo il nome di Deux Battles, che se lo pronunci in americano suona come “Da Battles”, uno stupido gioco di parole. E poi smisi di fare ulteriori stupidi giochi di parole, e così finimmo per chiamarci Battles.

Chi furono i vostri primi fan?

Direi senza dubbio i ragazzi di New York, dato che i nostri primi show erano lì. Vedo ancora, tra la folla, qualcuno di loro ai nostri concerti, ed è una bella cosa.

La vostra musica suona un po’ come se ci fosse dello humour al suo interno, ed effettivamente anche tu sembri un tipo simpatico…

Credo che sia divertente, perché sono buffo anche se non intendo esserlo. Il mio essere divertente è una tragedia! Dave invece è davvero simpatico, racconta barzellette, cosa che io non faccio.

Ad esempio, Atlas suona divertente e cattiva allo stesso tempo…

John, il batterista, voleva creare un beat shuffle e così costruimmo la canzone intorno al suo ritmo. Una storia recente dello shuffle vuole che sia nato come genere negli anni Settanta con band glam-rock quale Gary Glitter con la sua Rock & Roll pt. 1 and 2, e sia stato poi ricontestualizzato negli anni Duemila grazie ad alcuni dj techno tedeschi, ma era solo semplice techno piatta. John ascoltava quello schifo e disse: “dobbiamo assolutamente fare della techno shuffle tedesca!”. Lo declinammo poi verso in una versione più rock’n’roll. Ty scrisse la melodia vocale, mi disse che la prese dall’italiano Ennio Morricone, ma non ho ancora capito da quale pezzo.

La mia domanda finale è: come incontrasti Tyondai?

Lui venne a vedere una mia esibizione da solista al CBGB, gli piacevano le cose che avevo fatto nelle mie band precedenti (Don Caballero and Storm & Stress). Era giovane e io ero un grizzly di 32 anni, lui ne aveva solo 22 o qualcosa del genere. Ty si era appena trasferito a New York, era un uomo giovane e fuori di testa, ed è così che tutto ebbe inizio.