Battles (US)

Biografia

In the glass house

Figlia della matematica e della sperimentazione rock, l’ombra dei Battles si è stagliata trionfante sul panorama musicale degli anni Duemila fin dall’uscita di Mirrored (2007), debut album in studio marchiato Warp, disco che ha goduto di potenti riflettori in tempi di cruciali trasformazioni.

Da un lato, il lento morire del globale coinvolgimento commerciale (e non) che era montato attorno al post-punk revival e a esponenti di spicco quali The Strokes e Interpol, dall’altro il fuoco fatuo del nu rave con le sue ibridazioni di indie, dance ed elettronica (vedi Klaxons, Hadouken! e Late Of The Pier), dall’altro ancora la maturazione di una nuova generazione di artisti innamorati di pop e psych (Animal Collective, Dirty Projectors, Tune-Yards e Of Montreal), in mezzo l’evoluzione chimico-transgenica di queste istanze, qualcosa che ha a che fare con tutto questo eppure lo trascende.

Ian Williams e Tyondai Braxton, le menti creative del progetto, si conoscono a New York. Il primo, classe 1970, aveva concluso una gloriosa epopea indipendente sperimentando la tecnica del tapping – tanto cara a Steve Hackett (Genesis) e portata all’enorme popolarità da Eddie Van Halen – in veste di secondo chitarrista della band capostipite del math-rock Don Caballero, e capitanando il progetto che più di ogni altro ha saputo portare oltre tali confini quella lezione, gli Storm & Stress, band nata nel 1997 dalle spoglie dei Don Caballero stessi. L’altro, figlio d’arte (il padre Anthony è sia un virtuoso del jazz, sia un “matematico dei suoni”), dopo esser stato costretto da adolescente a studiare musica e clarinetto e aver sfogato alcune pulsioni musicali ascoltando Nirvana e altri eroi alternative mainstream 90s, si era buttato in una serie di sperimentazioni per loop station, chitarra e voce.

I due scoprono di essere due facce della stessa medaglia, con la lezione di Robert Fripp a fare da ponte ideale tra le loro tecniche e sperimentazioni. Nelle mani dei Battles, che si configurano di base come quartetto rock sui generis chitarra-basso-batteria-voce, la tecnica Frippertronics del leader dei King Crimson diventa quindi un terreno dialettico per loopstation, uno scontro scientificamente ordinato, oltre che di reinvenzione del math-rock stesso. In pratica Williams e Braxton, seguendo idealmente il motto di Edgar Varèse “repetita iuvant”, campionano dal vivo e con l’echoplex a pedale un segmento di un riff chitarristico mettendolo contemporaneamente in loop, per poi lavorarselo a vicenda con altri sample o semplicemente contrappuntandolo alla sei corde con un altro riff, oppure un misto di queste tecniche.

Immagini dentro immagini e quindi loop. Scienza del Gibson Echoplex. Ma è un gioco con dietro una scenografia. Una savana, gusti caraibici, fusion umidiccia, appeal rock, che assume un feeling proggy à la Tortoise tra momenti serrati e sfilacciamenti (Edoardo Bridda, recensione di Mirrored)

La conoscenza del bassista Dave Konopka (Lynx) e del batterista John Stanier (Helmet) nel 2002 completa infine gli assetti, e la formazione è pronta a far conosce al mondo il frutto delle sue prime session. Nel 2004 escono tre EP strumentali, EP C per Monitor Records, B EP per Di Mak Records e EPC, un’edizione speciale per il mercato nipponico, ma è soltanto tre anni più tardi, nel 2007, che la miscela di avant e indie-rock dalle fredde venature elettroniche e tempi violentemente asimmetrici del quartetto acquista una forma stabile e matura. Mirrored, infine, svela un altro segreto ben custodito dalla band: la voce, anch’essa sottoposta ai loop e al trattamento elettronico da parte di Braxton, che diventa così motore non solo ritmico ma anche armonico della band.

Anticipato da Atlas, un singolo accompagnato da un emblematico videoclip dove la band suona in una scatola di vetro à mo di grande fratello, il debutto della band americana è un fulmine a ciel sereno.

Una rock’n’roll band con fini non convenzionali

Dagli EP al debutto l’obbiettivo si è spostato dal work in progress al lavoro di squadra così come il baricentro è affare della coppia Williams-Braxton, il primo ai riff il secondo agli effetti e voci, in giochi di sponda incrociati basso-batteria. La trasfigurazione pop-rock è l’aspetto più intrigante di Atlas, un pezzo da “math-rock for the masses” seppure è un’escrescenza, il cuore tiene il ritmo di un linguaggio vivo, fatto di costrutti complessi. Frasi-riff, botte e risposte a due chitarre quando non tra il gioco ritmico e gli effetti, periodi che macinano mood, punteggiature mai lasciate al caso. Le principali e le secondarie, qualche subordinata. Negli Storm & Stress di Williams c’era molto di non-intenzionale, qui c’è un’evoluzione armonico-matematica più che il contrario.

Ha ragione Braxton quando afferma che i Battles sono una rock’n’roll band con fini non convenzionali. E dice la verità pure Ian Williams quando afferma che l’influenza delle frippertronics di Robert Fripp sia incidentale e non programmatica. Mirrored è un mondo di specchi. Immagini dentro immagini e quindi loop. Scienza del Gibson Echoplex. Ma è un gioco con dietro una scenografia. Una savana, gusti caraibici, fusion umidiccia, appeal rock e deviate sigle di cartoni animati, che assume un feeling proggy à la Tortoise tra momenti serrati e sfilacciamenti. Se vogliamo Mirrored è una risposta agli Standards della band di McEntire, una coraggiosa via che avrebbe fatto della formazione post rock un colosso invece di una grande live band (senza sorprese discografiche). Al contrario, Williams e soci hanno un tridente: teste tartaruga, cuore da cavalli di razza e un disco inattaccabile, studiatissimo eppure accessibile come nient’altro nella carriera di Williams.

E il tour che segue e tocca anche l’Italia non è da meno. Nella data a cui abbiamo assistito, all’Estragon di Bologna, la pirotecnica band replica dal vivo le tecniche per looping station e incastri di batteria e basso proposte su disco, e prova anche qualche nuovo brano che sembra indicare orizzonti più dilatati e melodici. Nel 2010 però arriva la doccia fredda. Tyondai, che l’anno precedente aveva esordito come compositore sui generis nel criticato (ma anche apprezzato) Central Market, decide di cessare la propria collaborazione con la band, lasciando spiazzati i compagni che avevano appena terminato di pianificare una tournée prevista per l’anno successivo.

Post Braxton drop

«Tyondai era parte del gruppo fin dall’inizio e, oltre al fatto che non è facile sostituire un elemento così caratteristico, trovare un nuovo membro fisso per un progetto già avviato non era una cosa che ci allettava», afferma Ian nell’intervista concessa a SA per promuovere Gloss Drop, un lavoro che esce a maggio 2011 firmato da una formazione ridotta a tre alla quale però vengono affiancati alcuni ospiti al canto come Gary Numan (My Machines), Yamantaka Eye dei Boredoms (Sundome), Kazu Makino dei Blonde Redhead (Sweetie & Shag) e il produttore cileno Matias Aguayo, con quest’ultimo ad avere per primo l’onere di sostituire nei cuori dei fan il dipartito co-fondatore nel singolo lancio Ice Cream.

Perso l’elemento melodicamente più schizzato del prisma, i Battles si trovano a riflettere nuovamente sul math rock e sulle traiettorie art-pop che proprio il wiz kid aveva cercato d’introdurre nell’ultima fase della line up originaria, ma il nuovo album rappresenta per Williams non il tentativo di fare qualcosa nel solco delle grandi produzioni Hip Hop con i featurer e tutto il resto, bensì di introdurre un linguaggio più eclettico e solare, seguendo il filo rosso di uno humour mai sottolineato a sufficienza dalla stampa.

«Penso che questa sensazione di maggior positività in Gloss Drop sia dovuta al fatto che rispetto a Mirrored abbiamo preso ulteriormente confidenza con questo progetto, e non parlo solo di strumenti ma anche di interazione tra i membri del gruppo. Con questo disco ci siamo resi conto che non avevamo più paura di fare queste cose e di farle in questo modo. A parte questo abbiamo sempre avuto un certo senso dell’umorismo. Ho il sospetto che la gente in generale ci prenda troppo sul serio rispetto alle persone che siamo oltre la musica» (Ian Williams, intervista a SA)

Anche l’artwork dell’album conferma la vena giocosa dei tre. Ad idearlo troviamo lo stesso Dave Konopka che, de facto, immagina i rinati Battles come “un grosso blob rosa” oppure come un improbabile e gigantesco gelato. Ice Cream non a caso è il singolo con il quale i tre si ripresentano al mondo. E lo fanno con ventate hawaiane, sarabande di colori e sapori, e l’irresistibile performance vocale del cantante e producer cileno, perfettamente a suo agio nell’incastrare quel misto di pop e cartoon, Collodi e Micky Mouse in cui Braxton precedentemente eccelleva. Quanto al resto, la tracklist si destreggerà abilmente su altri lidi, ampliando il ventaglio di influenze anche su sci-fi (l’opener Africastle), dub (Sundome con Yamantaka Eye dei Boredoms) e dream (Sweetie & Shag con Kazu ospite).

Coloratissimo e multi sfaccettato, equatoriale e ipervitaminico, Gloss Drop si presenta dunque come una prova più monolitica rispetto al debutto, eppure è proprio negli episodi giocati sulla reiterazione e la matematica, che il trio porta a casa il risultato, libero com’è di scalpellare a piacimento il blob sonoro (vedi la quasi kingcrimsonina White Electric). Sono abili scultori questi nuovi Battles, ancora caotici e circensi eppure bilanciati e in definitiva maturi. Parliamo di una band che si è rimessa in carreggiata dopo un debutto che avrebbe potuto schiacciarla e che orgogliosamente pretende l’ultima parola anche – e soprattutto – nei brani condivisi con l’ospite canoro, che a parte nel caso di Aguayo non ha mai l’ultima parola bensì si presta al turbine sonoro della band e non viceversa (emblematico Eye che sembra campionato da qualche produzione dei Boredoms più che un guest vero e proprio). Un aspetto quest’ultimo che ritornerà in futuro e da lì a poco anche dal vivo, nel successivo tour, che si giova di un allestimento in grande, con megaschermi a proiettare (ovviamente in sincrono) le registrazioni video degli ospiti del disco.

La tournée verrà, infine, inframezzata discograficamente parlando dai volumi del Dross Glop, una serie di 4 con i remix del disco affidati, tra gli altri, a Shabazz Palaces (che torneranno a collaborare con il combo nel quarto lavoro), Gang Gang DanceHudson MohawkeKode9.

The Yabba Jam

E circa due anni dopo, nel 2015, partono le registrazioni per il terzo lavoro che uscirà a settembre di quell’anno. Si intitola onomatopeicamente La Di Da Di e viene anticipato durante l’estate da The Yabba, uno streaming video diretto dal regista newyorchese David Raboy contenente un’energica live session che oltre all’omonimo brano prevede l’esecuzione anche degli inediti Summer Simmer, Tyne Wear e Dot Com, ovvero l’antipasto di quel “monolite di ripetizione in crescita” – parole della stessa band – con il quale Ian e co. hanno intenzione di riaffacciarsi sul mercato. Lo fanno con un disco in tutto e per tutto strumentale, rifinito nei minimi dettagli, ancor più eclettico e brioso delle prove precedenti, forse ancora più meticcio nei suoi richiami elettronici, e dunque il marchio, ancora una volta, non poteva essere che Warp. L’artwork è ancora un’opera di Konopka: una “scomposizione” – non senza una certa ironia – di una colazione americana che sta anche a rappresentare un ideale nuovo inizio per il trio di stanza a New York. Il disco parte dal desiderio di Williams di immaginarlo come un’unica live session densa di ritmiche incalzanti, loop e refrain elettronico-chitarristici. Per certi versi è un ritorno sul luogo del delitto del primo, portentoso lavoro, un guardarsi in faccia sapendo che alla creatività di Tyondai Braxton (che con i Battles firmò solo il debutto, Mirrored) è necessario contrapporne un’altra altrettanto significativa, e questo per dare una svolta definitiva al passato.

L’impressione è che sia il cuore pulsante della band a venir fuori in quest’album, costi quel che costi. Da una parte è un continuo boicottaggio delle maniere e del manierismo, dall’altra semplicemente un ottovolante che regala non pochi momenti esaltanti, quelli cioè dove potenza, brio e controllo ruotano su prismi di giocosa spensieratezza, quelli dove Williams disperde colorate spezie esotiche nelle serpentine ritmiche disegnate da Stanier e quelli dove il sound della band da lineare si fa circolare, poi tridimensionale, poi cubico, poi ancora lineare. I Battles hanno sempre avuto un modo tutto loro di farti osservare la loro musica al di fuori di una scatola di vetro e acciaio; qui hanno voluto farci vedere che dentro al box è stata apparecchiata una grande festa, senza nostalgie o ingombranti, carnali, novecenteschi stereotipi rock.

A partire dalla sopracitata The Yabba (di cui è disponibile anche un videoclip), va in scena un trio di androidi con chip emozionali più o meno funzionanti, alle prese con una personale concezione di world rock futurista. Stainer, con la batteria microfonata, pesta duro sulle pelli e guida le danze; Williams, più divaricato che mai, si divide tra tastiera e la proverbiale chitarra; Konopka va di effetti, ma anche di chitarra e basso, tanto che nei momenti più intesi non ha neppure più senso capire chi sta suonando cosa: è il sound a dominare, ed è pieno di wah wah più che di riffoni, è un gioco di mordi e fuggi, iperboli electro e crescendo organico più che una strategia di sponde, potenza e birilli da buttare giù. Poi c’è tutto il gioco – trasfigurato naturalmente – delle nazioni, con anche qui i Battles ad ampliare ancor di più il loro spettro di possibilità – Giappone per The Yabba, Africa (citando Graceland di Paul Simon) per FF Bada, Germania per Dot Com, Austria per Tyne Wear – come anche quello delle tradizioni: funk per Summer Simmer (con tanto di moog e altre analogiche stranezze), noise à la Oneohtrix Point Never e romantic wave per Cacio E Pepe, minimalismo à la Terry Riley per Non-Violence, potenziali riferimenti a Henry Mancini (compositore che firmò la colonna sonora di Touch Of Evil di Orson Welles) in Tricentennial, overture per Megatouch, bandismo di strada per Luu Le, e così via, lungo una scaletta che si ascolta come un’unica, stordente gara a staffetta, un caleidoscopio di colori in movimento, un viaggio lisergico sull’Autobahn nell’epoca del digitale e del 3D.

Williams e Co. sono tornati alle fondamenta del loro sound, per superarle senza tradirle, ma, coerentemente, ampliandone anche lo spettro e approfondendone le timbriche nei limiti di una formula che è puro sturm und drang macchinico, e dunque svelata nei suoi meccanismi più intimi. Tutto ciò che rende magici i Battles è il gioco di regia, l’obiettivo che gira dinamico attorno a tre musicisti alle prese con una materia viva, fatta di vetro e acciaio, scossa da una bella dose di elettricità.

Nuove progadeliche spremute

Per il seguito di La Di Da Di serviranno ben 4 anni e quando la formazione si ripresenta d’emblée con Titanium 2 Step, un bel bordone avant rock con Sal Principato dei Liquid Liquid a ricamarci sopra come solo lui sa fare, vengono immediatamente chiarite due cose: il nuovo disco segnerà un ritorno alle collaborazioni ma è anche il prodotto di una formazione ridotta a duo.

«Abbiamo avuto timore, per la prima volta, che le cose non funzionassero. Io ero piuttosto scettico, e non nego che ci siano stati momenti in cui abbiamo seriamente meditato di gettare il panno. Ma John era sicuro che le cose sarebbero andate per il verso giusto, che avremmo fatto un buon album e che ce la saremmo cavata alla grande, anche in due: l’ha accolta come una sfida vera e propria. Quell’uomo ha la tempra di un samurai»
(Ian Williams, intervistato da Tommaso Bonaiuti nel backstage di Club To Club 2019)

La quarta miscela apparecchiata da Williams e Stanier s’intitola Juice B Crypts ed arriva sul finale degli anni ’10, a oltre un decennio di distanza dal primo iPhone, la cui uscita ha coinciso con il loro debutto e, grossomodo con il periodo di massima freschezza di Animal Collective, Dirty Projectors, Tune-Yards e Of Montreal. Aspetti liminari di un disco che – secondo quanto riporta la press – è un ritorno a casa, in quella New York che riavvolge il nastro almeno a uno dei suoi ospiti (il sopracitato Principato). Eppure Juice B Crypts, in questo mimare un presente apolide, iper-connesso e hi-tech, non abita in nessun luogo, è un caleidoscopio senza capo né coda incollato per scintillanti brandelli di musica esplosa e bozzoli latin soul (Xenia Rubinos) così come rap (Shabazz Palaces), world (Tune-Yards) e psych (落差草原 WWWW ).

Gli ipervitaminici Battles del 2019 sono la indie band accaduta dopo il big bang digitale che pensa prog (hey…c’è Jon Anderson degli Yes) e si ostina nei loop, un blob traslucido che non abita l’oggi della protesta politica, non parla di climate change e non campiona Greta Thunberg, ovvero non si pone su un piano altro ma, anzi, rappresenta lo stato delle cose, esasperandolo, con un filo di sarcasmo che a dire il vero s’è consumato nel processo.

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