Battles (US)

Biografia

Figlia della matematica e della sperimentazione rock, l’ombra dei Battles si è stagliata trionfante sul panorama musicale degli anni Duemila fin dall’uscita di Mirrored (2007), il primo album in studio marchiato Warp. Con un singolo di punta quale Atlas, acclamato nel Regno Unito tanto da divenire parte della colonna sonora di programmi britannici del calibro di Skins e Torchwood, la band di New York ha catturato l’attenzione dei media internazionali e del pubblico statunitense e d’oltreoceano, ai tempi immersi fino al collo in un momento di cruciale trasformazione.

Da un lato, infatti, c’era il lento morire del globale coinvolgimento commerciale (e non) che stava puntando i riflettori sul fenomeno indie-rock DIY- aka do it yourself: “no labels, no managers”- e sul post-punk revival con esponenti di spicco quali The Strokes e Interpol, dall’altro il Regno Unito stava portando alla luce il rampollo dell’insolita commistione tra dance, mashup, new wave, breakbeat hardcore e indie: il genere nu rave. Un plot twist che ha fatto sicuramente comodo a Klaxons, Hadouken! e Late Of The Pier, per citarne alcuni, ma anche ai Battles stessi, che in questa neonata cavia transgenica a metà fra rock ed elettronica si sono immedesimati sin dal principio.

Ian Williams e Tyondai Braxton, le due menti creative del progetto, si conoscono a New York. Il primo, classe 1970, aveva concluso una gloriosa epopea indipendente sperimentando la tecnica del tapping – tanto cara a Steve Hackett (Genesis) e portata all’enorme popolarità da Eddie Van Halen – in veste di secondo chitarrista della band capostipite del math-rock Don Caballero, e capitanando il progetto che più di ogni altro ha saputo portare oltre tali confini quella lezione, gli Storm & Stress, band nata nel 1997 dalle spoglie dei Don Caballero stessi. L’altro, figlio d’arte (il padre Anthony è sia un virtuoso del jazz, sia un “matematico dei suoni”), dopo esser stato costretto da adolescente a studiare musica e clarinetto e aver sfogato alcune pulsioni musicali ascoltando Nirvana e altri eroi alternative mainstream 90s, si era buttato in una serie di sperimentazioni per loop station, chitarra e voce.

I due scoprono di essere due facce della stessa medaglia, con la lezione di Robert Fripp a fare da ponte ideale tra le loro tecniche e sperimentazioni. Nelle mani dei Battles, che si configurano di base come quartetto rock sui generis chitarra-basso-batteria-voce, la tecnica Frippertronics del leader dei King Crimson diventa quindi un terreno dialettico per loopstation, uno scontro scientificamente ordinato, oltre che di reinvenzione del math-rock stesso. In pratica Williams e Braxton, seguendo idealmente il motto di Edgar Varèse “repetita iuvant”, campionano dal vivo e con l’echoplex a pedale un segmento di un riff chitarristico mettendolo contemporaneamente in loop, per poi lavorarselo a vicenda con altri sample o semplicemente contrappuntandolo alla sei corde con un altro riff, oppure un misto di queste tecniche.

La conoscenza del bassista Dave Konopka (Lynx) e del batterista John Stanier (Helmet) nel 2002 completa infine gli assetti, e la formazione è pronta a far conosce al mondo il frutto delle sue prime session. Nel 2004 escono tre EP strumentali, EP C per Monitor Records, B EP per Di Mak Records e EPC, un’edizione speciale per il mercato nipponico, ma è soltanto tre anni più tardi, nel 2007, che la miscela di avant e indie-rock dalle fredde venature elettroniche e tempi violentemente asimmetrici del quartetto acquista una forma stabile e matura. Mirrored, infine, svela un altro segreto ben custodito dalla band: la voce, anch’essa sottoposta ai loop e al trattamento elettronico da parte di Braxton, che diventa così motore non solo ritmico ma anche armonico della band.

Anticipato da Atlas, un singolo accompagnato da un emblematico videoclip dove la band suona in una scatola di vetro à mo di grande fratello (l’opposto del concetto di agorafobia), il debutto della band americana riscuote ampi consensi presso il pubblico e la critica specializzata. «Mirrored è un mondo di specchi», affermiamo in sede di recensione all’indomani dell’uscita dell’album. «Immagini dentro immagini e quindi loop. Scienza del Gibson Echoplex. Ma è un gioco con dietro una scenografia. Una savana, gusti caraibici, fusion umidiccia, appeal rock, che assume un feeling proggy à la Tortoise tra momenti serrati e sfilacciamenti. Segue un tour di oltre un anno che tocca anche l’Italia – li abbiamo visti all’Estragon di Bologna – dove la band ripropone dal vivo le tecniche per looping station e incastri di batteria e basso proposte su disco, e prova qualche nuovo brano che sembra indicare orizzonti più dilatati e melodici. Nel 2010 però arriva la doccia fredda. Tyondai, che l’anno precedente aveva esordito come compositore sui generis nel criticato (ma anche apprezzato) Central Market, decide di cessare la propria collaborazione con la band, lasciando spiazzati i compagni che avevano appena terminato di pianificare una tournée prevista per l’anno successivo.

«Tyondai era parte del gruppo fin dall’inizio e, oltre al fatto che non è facile sostituire un elemento così caratteristico, trovare un nuovo membro fisso per un progetto già avviato non era una cosa che ci allettava», afferma Ian nell’intervista concessa a SA per promuovere Gloss Drop, un lavoro che esce a maggio 2011 firmato da una formazione ridotta a tre elementi alla quale però vengono affiancati vari ospiti al canto, quali Gary Numan (My Machines), Yamantaka Eye dei Boredoms (Sundome), Kazu Makino dei Blonde Redhead (Sweetie & Shag) e il produttore cileno Matias Aguayo (per il singolo Ice Cream).

«Perso Tyondai, e quindi il lato melodicamente più schizzato del prisma», raccontiamo quell’anno in sede di recensione, «i Battles si trovano a riflettere nuovamente sul math e sulle traiettorie art-pop che proprio il wiz kid aveva cercato d’introdurre nell’ultima fase della line up originaria», ma il nuovo album rappresenta per Williams anche un tentativo di fare qualcosa di più eclettico e solare, seguendo il solco di uno humour mai sottolineato a sufficienza dalla stampa. «Penso che questa sensazione di maggior positività in Gloss Drop sia dovuta al fatto che rispetto a Mirrored abbiamo preso ulteriormente confidenza con questo progetto, e non parlo solo di strumenti ma anche di interazione tra i membri del gruppo. Con questo disco ci siamo resi conto che non avevamo più paura di fare queste cose e di farle in questo modo. A parte questo abbiamo sempre avuto un certo senso dell’umorismo. Ho il sospetto che la gente in generale ci prenda troppo sul serio rispetto alle persone che siamo oltre la musica». Anche l’artwork dell’album conferma la vena giocosa dei tre. «[ho creato la copertina] mentre stavamo scrivendo e arrangiando il disco ed essenzialmente si tratta di un grosso blob rosa», afferma Dave in una videointervista concessa ad NME. «Volevo che [la scultura] rappresentasse una prova concreta, qualcosa di tangibile… che avesse qualcosa di biologico».

Tra il febbraio e l’aprile del 2012 escono dunque Dross Glop 1, 2, 3 e 4, una serie di remix del lavoro pensata per la stampa su vinile, ed infine un album di remix vero e proprio, Dross Glop, a cui prendono parte, tra gli altri, Shabazz Palaces, Gang Gang DanceHudson Mohawke, Kode9 e altri ancora.

Circa due anni dopo, il 20 marzo 2015, un annuncio sulla pagina Facebook dei Battles dà la conferma che la band newyorkese sta registrando il suo terzo lavoro. Si intitola La Di Da Di ed è descritto dalla press release come «un monolite di ripetizione in crescita», in uscita il 18 settembre su Warp. Ad anticiparlo è il video di The Yabba, frutto di una live session andata in stream il 4 agosto per solo 24 ore e filmata dal regista di Brooklyn David Raboy. Nella performance vengono inoltre incluse le tracce Summer Simmer, Tyne Wear e Dot Com. Seguono le performance all’interno di Ypsigrock Festival 2016 e Club To Club 2015, e un nuovo tour, l’anno seguente, che porterà la band in Italia a settembre per due date, ad Acqua in Testa Festival di Bari e alla Latteria Molloy di Brescia.

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