Going (back) to the Darklands. Intervista ai Jesus and Mary Chain

Abbiamo intervistato al telefono Jim Reid, voce dei Jesus and Mary Chain, prima che l’emergenza COVID-19 spingesse la sua band a riprogrammare per l’inizio dell’anno prossimo l’intera rosa di date di The Jesus and Mary Chain Play Darklands, il tour-evento in cui risuoneranno dal vivo per intero il secondo album Darklands (avevano fatto lo stesso già nel 2015 per il loro supercalifragico debutto Psychocandy). L’unico concerto italiano, lo show all’Alcatraz di Milano previsto inizialmente il 1° aprile 2020, ha ora una nuova data ufficiale: 23 febbraio 2021.

Jim ha parlato con noi a viso aperto, con il suo tono schietto anche se un po’ schivo e il suo accento scozzese verace, di questo anniversario – chiamiamolo così – di Darklands, un disco importante, molto amato dai fan del complesso scozzese, che hanno richiesto a gran voce questo tour, e a suo modo simbolico di un’idea precisa che i fratelli Reid hanno messo in pratica in modo pervicace nell’arco di tutta la vita della loro creatura: reinventare la band a ogni album (anche per sfuggire a etichette evidentemente poco gradite, come pure si evince dalla nostra chiacchierata). E Darklands a suo tempo – è il 1987 – lo fa in modo quasi clamoroso. Dopo che Psychocandy con l’urto acidissimo del suo feedback e delle sue chitarre sulfuree ha scavato una breccia nella scena musicale di metà anni ’80, tirandosi dietro decine e decine di band spinte ad alzare un muro di distorsioni e osare a suon di decibel, ecco che il suo seguito azzera tutto. Il secondo album di un gruppo in dirompente ascesa nel Regno Unito fredda tutti quanti erano in fissa per il rumore delle chitarre ed esibisce invece un pop eccentrico e in chiaroscuro, dai toni lievemente dark, che porta in primo piano, senza più le iniezioni di rumore bianco a farne la deflagrare la forma, tutta la straniante bellezza, la seducente ambiguità delle melodie uscite dalla penna di William e Jim Reid. Non sappiamo se il prossimo album, a cui i Jesus And Mary Chain stanno lavorando, terrà fede a questa idea di reinvenzione costante, un tasto su cui Jim batte puntualmente anche nel corso dell’intervista. Per ora la notizia è appunto questa, che c’è un nuovo album in arrivo, anche se i tempi sono ancora tutti da decifrare.

Girerete l’Europa suonando Darklands per intero. Avete fatto la stessa cosa per Psychocandy qualche anno fa, vi avevamo visti a Ferrara, e ora tocca a Darklands. È un’idea che avevate già in mente da tempo o lo avete deciso più di recente?

Quando abbiamo riportato in tour Psychocandy in tanti ci dicevano che avremmo dovuto farlo anche per Darklands. Era un’idea che avevamo nel cassetto da allora, se così si può dire. Anche se non è che ci siamo seduti a pensare più di tanto, dopo il successo della tournée di Psychocandy ci siamo detti: “be’, al diavolo, perché no?”.

Come giudichi Darklands dalla prospettiva di oggi?

È un disco di belle melodie… Onestamente, non penso sia meglio o peggio degli altri nostri album. Ricordiamo bene perché abbiamo fatto tutti i nostri dischi e li abbiamo fatti in un certo modo, uno per uno, e per noi si difendono tutti bene. Ma poi ci sono quelli che hanno una risonanza particolare per le persone, per il nostro pubblico. Guarda, io lo farei volentieri un tour dedicato a Munki, ma penso che non verrebbe a vederci nessuno! Darklands invece tocca delle corde particolari in chi ama la nostra band, quindi lo portiamo volentieri in concerto. Ci fa piacere che dopo tutti questi anni in tanti hanno ancora voglia di ascoltare le sue canzoni, di prendere un biglietto per sentirlo suonare per intero. E quindi perché no…

Supernova Festival Genova 2018

Darklands rappresentava una sfida per il momento in cui lo avete fatto uscire. Era una sfida perché era il seguito tanto atteso di un disco importante come Psychocandy, ma anche perché metteva alla prova il vostro stesso pubblico: vi avevano etichettati come la pop band “rumorosa” e quel rumore lo avete tolto di mezzo… Quand’è che tu e William avete deciso, o avete come dire “sentito”, che tipo di album sarebbe stato?

Ti dirò, onestamente dopo Psychocandy non avevamo molto bene idea di come muoverci. Avevamo un po’ paura ed eravamo un po’ nervosi. Sembrava che tutti si aspettassero di vederci fare più o meno lo stesso. Volevano uno Psychocandy numero due ma era proprio quello che non avevamo intenzione di fare. L’avevamo già fatto, Psychocandy, e sapevamo di non volere un altro disco che suonasse allo stesso modo. Non eravamo più nel 1985, quello era il passato, adesso era il 1987 ed eravamo andati avanti… Anche se non è che fossimo proprio sicuri della nostra direzione. Così abbiamo pensato un po’ a cos’era stato Psychocandy, voglio dire, il suono delle chitarre era sulla bocca di tutti ma, dal nostro punto di vista, non si parlava abbastanza delle canzoni. Allora abbiamo deciso che il secondo disco avrebbe messo davanti a tutto le canzoni, che non ci si sarebbe stato nient’altro in mezzo. E sai cosa, ci piaceva anche l’idea di fare un po’ uno scherzo a tutti quanti, perché sapevamo che un po’ tutti avrebbero detti “Ma il feedback dov’è? E le chitarre, che fine ha fatto il rumore?”, cose così. Di fatto, è così che è andata.

Sentivate che il vostro songwriting era un po’ sottovalutato e lo avete messo più in evidenza quindi?

Sì, per Darklands ci siamo dati questa direttiva. Quando lavori a un nuovo disco, vuoi sempre fare qualcosa di nuovo. Uscire con un altro album come Psychocandy era qualcosa che davvero per noi non aveva senso. Un gruppo che non si reinventa a ogni disco per noi è un gruppo che non si impegna abbastanza. Una cosa che amavo di David Bowie è che ogni volta usciva con un nuovo album, suonava completamente diverso dal precedente. È davvero una bella cosa, penso, ed è quello che cerchiamo di fare sempre anche noi.

foto di Fransca Sara Cauli, Ferrara Sotto Le Stelle 2015

Hai riascoltato Darklands per il tour? Ci sono dei brani o dei momenti a cui sei legato in particolare?

Non ascolto quasi mai i nostri dischi. Se ho un brano preferito di Darklands? Non è a me che lo devi chiedere. Ascoltare la tua musica non è come ascoltare quella degli altri. Voglio dire, sarebbe strano se mi mettessi a sentire i dischi dei Mary Chain per piacere. Per me è come sfogliare un album di vecchie fotografie. Se oggi ascoltassi Psychocandy [sic] mi verrebbero in mente tutti i ricordi di allora, alcuni belli e altri poco piacevoli. Mi piace invece suonare quelle canzoni in concerto [evidentemente riferito a Darklands, NdSA]. Abbiamo sempre in scaletta Darklands e April Skies e non vedo l’ora di suonarle ancora. Ci sono dei pezzi dell’album che non credo abbiamo suonato neppure ai tempi: non mi ricordo di aver mai fatto in concerto Down on Me o About You. Forse sì, ma proprio non mi ricordo, quindi sarà divertente poterle suonare.

Chi vedremo sul palco con te e William? Vuoi parlarci un po’ di loro?

Siamo ormai gli stessi da qualche anno. Brian Young suona la batteria con noi dal 2012. Mark Crozer, al basso, c’è dal 2007. E poi c’è Scott Von Ryper, che è un po’ l’ultimo arrivato. Suona in una band, i Black Ryder, con cui abbiamo fatto un tour in America qualche anno fa. Ci siamo trovati bene e si è integrato bene con noi. Ormai sono tre o quattro anni anche per lui.

Tanti anni fa i Jesus and Mary Chain erano ancora un po’ in incubazione, quando eravate solo tu e tuo fratello e suonavate in casa le vostre canzoni… Ci avete messo un po’ a formare una band vera e propria, ma ho pensato che forse è proprio quel lungo periodo passato a pensare al vostro stile che vi ha resi unici. Cosa ne pensi, sei d’accordo con me o hai un’altra idea?

Sì, è lì che sono che nati i Jesus and Mary Chain. Quando e io William tiravamo tardi la sera chiacchierando di un mondo ideale, di musica, libri, film ideali, del “perché nessuno faceva questo e quest’altro…”. In quelle sere abbiamo messo le basi per la nostra band. E quella nostra idea di come fare musica, quel “marchio” che abbiamo creato nel 1984 mentre stavamo alzati tutta la notte a parlare… è il motivo per cui facciamo musica ancora adesso. E gira tutto intorno a quello che non ti piace quando ascolti la musica alla radio. Non tanto a quello che ti piace ma a quello che non ti piace. Ed è così anche oggi se sento cosa passa la radio, ma era lo stesso nel 1984. Se non ti piace niente di quello che c’è in giro, allora devi crearlo tu quello che ti piace – e così è sempre stato per noi.

A proposito di creare quello che ti piace, la parola shoegaze, ti dice qualcosa? Per molti siete stati i pionieri di quel suono; che effetto vi fa avere ispirato tante band?

Shoegaze, mah. A essere onesto non so cosa vuol dire. È qualcuno di NME che se l’è inventato e non so davvero di cosa stessero parlando. Capisco che cosa si intende per shoegaze, e quali band dovrebbero esserlo, ma mi suona tutto un po’ sciocco. Non lo so. Non lo so che significa.

Sono tre anni ormai che è uscito Damage and Joy. State lavorando su pezzi nuovi? Avete un nuovo disco in programma?

Abbiamo registrato alcune canzoni e stiamo per registrarne altre. Dovremo probabilmente fermarci quando comincia il tour [questo ovviamente prima che fosse rinviato, NdSA] ma la nostra idea è di uscire con un nuovo album alla fine di quest’anno o all’inizio del prossimo… ma ci sarà un nuovo disco.

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