Come disegnare baffi alla Gioconda. Intervista ai Maisie

«Tutta la storia dei Maisie, almeno dal 2005 in poi, è un disegnare baffi alle Gioconde»: potrebbe bastare questa frase di Alberto Scotti (50% del nucleo storico dei Maisie, con l’altro 50% rappresentato da Cinzia La Fauci) riferita alla poetica ricca di inventiva e certamente poco ortodossa di una delle formazioni più originali e coraggiose degli ultimi vent’anni musicali italiani, per inquadrare i Maisie. A parte l’inevitabile approfondimento su un disco monumentale – in molti sensi – come Maledette Rockstar (sulle nostre pagine potete recuperare la recensione dedicata), con Scotti, La Fauci e il produttore dell’album, Emiliano Rubbi, nell’intervista che segue si è parlato anche di società, qualità audio, politica, social network e altro ancora. Senza tralasciare qualche appunto critico su una scena musicale italiana sempre più timorosa di suonare diversa e originale rispetto a ciò che accade oltreconfine o magari a certe tendenze indie ormai istituzionalizzate e sfociate in un buon successo commerciale.

142 minuti di musica, 31 brani, due CD: ci ho messo due giorni per ascoltare il disco in maniera approfondita e scrivere la recensione, giorni vissuti “pericolosamente” tra Padre Pio, Marchionne, Berlusconi, Ghedini, Vittorio Sgarbi, Sandro Bondi, Gesù, Ligabue, Alan Sorrenti, la “sinistra” italiana, Pippo Franco, eccetera eccetera (giusto per citare alcuni dei protagonisti di Maledette Rockstar). Nove anni di silenzio e vi ritroviamo con in mano una bibbia per il perfetto fan dei Maisie, e probabilmente con il vostro miglior disco di sempre. Da dove siete partiti per arrivare alla logorrea inarrestabile e pungente di questo lavoro?

Alberto: Semplicemente dalla voglia di raccontare, a modo nostro, la realtà che ci circonda, le cose che vediamo e soprattutto quelle che ci fanno arrabbiare. Un complimento molto bello lo abbiamo ricevuto da un ammiratore che ci ha detto che i nostri testi sono belli perché si seguono come delle storie. La logorrea è intimamente connessa al mio carattere. Sono un terrone esuberante e tutto mi sembra sempre troppo poco. Più sale, più peperoncino, più olio, più canzoni, più di tutto. Temo di essere chiassoso nell’anima. Se dovessi organizzare una cerimonia nuziale verrebbe fuori una roba al cui confronto il boss dei matrimoni sembrerebbe sobrio ed elegante. Non so perché sono fatto così, bisognerebbe interpellare uno psichiatra. Che poi, a proposito di psichiatria, credo di avere problemi di personalità multipla, quindi magari un giorno verrà fuori un altro Alberto e ci metteremo a far dischi minimalisti di 30 minuti con testi criptici dal contenuto esoterico.

Un ipotetico giovane ascoltatore che non conosca i Maisie, come dovrebbe affrontare un disco “ingombrante” – in senso positivo – come Maledette Rockstar?

Alberto: Non ne ho la più pallida idea. Temo che troverebbe grossissime difficoltà. Il punto è che i ragazzi vengono su in un contesto di dittatura della leggerezza, della velocità. Tutto deve essere concepito per essere consumato il più rapidamente possibile e non lasciare traccia. Una specie di trionfo del concetto di “intrattenimento puro”. Musica, cinema, sono sacchetti di patatine, succhi di frutta con la cannuccia. Noi veniamo davvero da un altro mondo, e se ci mettessimo a cercare di scimmiottare le regole di quello presente risulteremmo semplicemente patetici e, soprattutto, non ne trarremmo alcun piacere. Per cui, niente, temo che continueremo a fare le cose a modo nostro, finché là fuori ci saranno orecchie disposte ad ascoltare. Comunque, se sapessimo che un giovane ha apprezzato il nostro lavoro, anche solo uno, ne saremmo a dir poco felicissimi. Non abbiamo nulla contro i ragazzi. Ce l’abbiamo con chi ha costruito la società nella quale si trovano a vivere. A noi il mondo così com’è non piace. Poi magari qualcuno lo trova bellissimo, per carità. Da quando ho saputo dell’esistenza di gente che trova buono il tofu non mi stupisco più di nulla.

Il Circo Barnum di personaggi e storie che viene fuori dal vostro nuovo lavoro sarà anche teatrale, surreale e per certi versi estremo, ma mi pare purtroppo ben rappresentativo della situazione sociale che viviamo tutti i giorni sulla nostra pelle…

Alberto: Come dicevo sopra, tutti i miei testi nascono da fatti di cronaca o da avvenimenti vissuti in prima persona. Comunque da storie “reali”. Cerco di trasformare in canzoni tutti quei fatti che mi sembra possano assumere valenza metaforica, “universale”. Sia fatti minori, insignificanti, ad esempio Barbara D’urso che nel suo show abbraccia il “nanetto” Pingping ad altezza tette [il riferimento è al brano L’atroce vendetta del nanetto Pingping, ndSA], che importanti casi di cronaca italiana, come quello di Wilma Montesi [nel brano Wilma e il diavolo, ndSA]. In Pingping ho visto tutti noi, trattati dai media come bambini ritardati. Ho immaginato Wilma come una donna che, a modo suo, tentava di ribellarsi a un destino da mediocre piccolo borghese. Un tentativo di scalata (sociale) al cielo finito tragicamente.

Certo che piccole “vendette” personali come Folkpolitik ci fanno sentire un po’ meglio, però. Come vi è venuto in mente di scrivere un brano come quello e di vestirlo con quei suoni?

Alberto: La canzone è nata dalla considerazione del fatto che la pressoché totalità degli uomini politici, degli esponenti dell’arte e della cultura del nostro tempo, a differenza di quelli del passato (pensiamo alla Prima Repubblica) appare, al contempo, tragica e grottesca, buffa e patetica. Mai davvero solenne, autorevole, spaventosa. Berlusconi non ha neanche lontanamente l’oscura, luciferina tragicità di un Andreotti. Vittorio Sgarbi è un D’annunzio di serie Z. Così come Renzi non è neanche la pallida copia di un De Mita e così via. “Personaggetti”, per dirla alla De Luca. Con Donato abbiamo pensato a costruire un’atmosfera horror alla Comus e farci muovere dentro le nostre squallide, divertenti marionette. Abbiamo immaginato un dietro le quinte della politica simile ai rituali massoni del Monicelli di Un borghese piccolo piccolo.

Ascolto la cover della Che Fico! originariamente cantata da Pippo Franco e mi rendo conto che c’è molto dei Maisie in quella canzone. Un recupero di quella che viene generalmente considerata “cultura di serie B” e che invece ha una sua dignità, certamente sociologica ma probabilmente anche musicale…

Alberto: Come ho già detto in molte occasioni, io credo che il patrimonio della nostra musica leggera, in termini di bellezza, inventiva, poesia non abbia assolutamente niente da invidiare alla canzone d’autore. C’è un mondo di meraviglie che aspetta solo di essere visitato. Basta liberarsi dai preconcetti, buttare a mare la spocchia, aprirsi. Io intorno ai vent’anni ho vissuto una fase in cui ascoltavo solo roba che consideravo “intellettualissima”: i gruppi della 4AD, Nick Drake, ecc… Ero un vero cretino. Un giorno in radio fui rapito da una canzone di Nicola Di Bari e capii definitivamente che la bellezza è ovunque. Basta saperla cercare. Darsi un tono facendo i colti, storcendo il naso di fronte a tutto ciò che non risponde ai canoni estetici del mondo a cui abbiamo deciso di voler appartenere, è spesso un modo per nascondere aridità, povertà d’animo. Parafrasando i Vanzina: sotto la spocchia niente. Oggi posso tranquillamente alternare l’ascolto di Un Vagone per Frosinone con quello di Sheets of Easter e sono felice così.

Il disco è una girandola di collaborazioni con moltissimi musicisti, a volte anche in fase di scrittura dei brani. Al momento, però, chi rientra in pianta stabile nella band e chi vi seguirà per le date dal vivo?

Cinzia: Come certamente sa chi ci segue, i membri stabili dei Maisie, presenti in ogni declinazione per più di due decenni, siamo sempre noi, Cinzia e Alberto. Ma ci piace moltissimo stare in buona compagnia e invitare vari musicisti a contribuire con la loro arte e la loro creatività. Io e Alberto non siamo primedonne: ci piace dividere gli spazi, assegnare compiti e distribuire la “responsabilità” creativa. Questo ha fatto dei Maisie una famiglia allargata, o family, nel senso che aveva per i Gong. Ci siamo resi conto che in questa family c’erano elementi che appartenevano tutti a uno stesso gruppo: il chitarrista, il batterista, il bassista di questa formazione hanno suonato con noi in vari pezzi per il disco successivo a Maledette rockstar (che, per la cronaca, è quasi tutto registrato). A quel punto ci è sembrata una bella idea conclamare il fidanzamento tra i Maisie e questa band sorella, “Il Paradiso degli Orchi”, della provincia di Brescia, suonando insieme anche dal vivo. Per cui suoneranno con noi in quanto membri della Maisie family. Inoltre, per festeggiare il ventennale dei Maisie, nelle varie date, città per città, avremo ospiti i musicisti presenti in Maledette Rockstar e nei dischi precedenti. Per cui family in movimento! Con, alla voce, Cinzia La Fauci. E chi se no??

Mi pare che il vostro album, con la grande varietà di stili e i mille spunti peculiari che offre, sia anche una bella lezione di personalità rivolta alle giovani generazioni di musicisti. La tendenza oggi, molto di più rispetto a dieci o vent’anni fa (non parliamo poi degli anni sessanta / settanta / ottanta italiani, musicalmente un momento di grande libertà creativa), mi pare che sia rientrare già da subito in uno stile riconoscibile. C’è una gran paura di suonare “storti” o “diversi” da ciò che accade oltreconfine o magari da certe tendenze indie sfociate in un certo successo mainstream. Quando anche una forma d’arte creativamente libera come la musica diventa un calcolo delle opportunità, c’è da preoccuparsi seriamente…

Cinzia: Ehm… è un discorso che mi è capitato, ahimè, di fare spesso. Le nuove generazioni sembrano addomesticate, ammansite. Non solo musicalmente. Un musicista mi aveva chiamata poco tempo fa per propormi di produrre il suo disco con Snowdonia e mi diceva: «Io e il mio produttore artistico stiamo pensando bene a come creare il mio personaggio…». Io non ci potevo credere, ero imbarazzata per lui… Tu devi creare il tuo personaggio? O sei ciò che sei e porti quello sul palco e nella tua musica, o è una pagliacciata. Ma la loro idea di “professionalità” era questa ridicola imitazione del mainstream, questo calcolo della costruzione del “prodotto”, fatta nel periodo storico in cui tu non avresti alcun motivo di avere briglie e costrizioni… (inutile dire che la collaborazione non si è concretizzata).

Ma tenendomi stretta al tema della domanda, non esiste più un mercato musicale (per varie ragioni complesse che non discutiamo qui adesso), non essendovi il relativo fatturato, viviamo in un’epoca in cui non esistono più coloro che da ciò traevano profitto: le major, le grandi case discografiche, i manager con il sigaro in bocca che opprimevano l’artista ribelle… le regole da loro dettate, le restrizioni a cui veniva sottoposto l’artista per accontentare il mercato, hanno cessato di avere senso. In sostanza, non avere più un mercato porta con sé il vantaggio di essere libero di creare come vuoi, di esprimerti come desideri, di mescolare, innovare, stridere, ricercare soluzioni nuove. Non sei obbligato a fare pop, né a creare melodie e arrangiamenti rassicuranti: potresti fare dischi che suonano come ti pare e piace. Invece assistiamo a un conformismo e a una piattezza incredibili. La fantasia non è andata al potere e nessuna vera esplosione di creatività ci ha sommerso.

Perché accade? Non so esattamente, ma certamente circostanze sociali e arte vanno di pari passo… le stesse frotte di giovani, in politica, sono conservatrici o assopite, poco pronte a rischiare. I giovani sono sempre stati, di decennio in decennio, intrinsecamente, il simbolo del rinnovamento, dell’energia vitale, del desiderio propulsivo di cambiamento. Ora invece sembrano più punk le madri dei figli. E i figli con la giacchetta elegante a imbarazzarsi della madre con la cresta e l’orecchino al naso. Ed è verissimo che anche la più sciatta delle proposte mainstream degli anni 60/70/80 sembra ultra-rivoluzionaria rispetto all’indie contemporaneo. La nostra rockstar evirata in copertina sembra essere un simbolo anche di questo: manca la forza esplosiva, l’energia di rottura, come se fossero state sapientemente estirpate da decenni di politica indirizzata proprio a questo fine.

Mi è piaciuta molto la qualità del suono di questo disco, la dinamica, la pulizia della registrazione, il mastering, in un momento in cui vanno per la maggiore album sonicamente piatti come una piadina romagnola e con i volumi sparati (non parliamo poi delle piattaforme per l’ascolto gratuito in streaming, roba che ti viene da rivalutare le cassettine registrate male che andavano negli anni ottanta). C’è stato molto lavoro dietro?

Emiliano [Rubbi, produttore di Maledette Rockstar, ndSA]: Vorrei tirarmela e rispondere: “No, figurati, è roba che abitualmente faccio in un pomeriggio, massimo due”. Ma la verità è che si è trattato di un lavoro parecchio lungo e laborioso. Alberto e Cinzia, oltretutto, sono dotati di super-udito, roba che si accorgono pure se un respiro è troppo alto o una sillaba leggermente troppo marcata. Oltretutto l’idea era di “vestire” ogni brano nel miglior modo possibile, adattando mix, approccio e produzione in generale alle caratteristiche sonore specifiche che volevamo dare a ciascuna canzone in scaletta. Quindi sì, c’è stato molto lavoro dietro. Mi fa piacere che si percepisca, però.

Cinzia: Sappi che questa domanda in particolare mi ha fatto gioire!! Che chi ne capisce si accorga che ogni pezzetto dei passaggi descritti è curato, cesellato con amore e attenzione. Non c’è un momento o una fase in cui abbiamo buttato là, per non perder tempo e “tantononseneaccorgenessuno” (cosa che, ahime, ti dicono nove fonici su dieci). Emiliano Rubbi (oltre che una meravigliosa persona che adoriamo!!) è un produttore attento, paziente, appassionato e ultra professionale. E per quanto riguarda il mastering, che ha curato Maurizio Giannotti, volevamo esattamente quello: potente ma dinamico, non sparato solo sui volumi esagerati per sentire tutto pulsare nello stomaco. Volevamo un mastering potente dove occorresse esserlo, e leggero dove la musica lo fosse anch’essa.

Maledette Rockstar è un disco che da un lato richiede all’ascoltatore un confronto attivo, ovvero di essere interpretato (un po’ come succede con l’arte contemporanea) e sorbito con calma, e dall’altro ha un po’ l’aspetto dell’invettiva politica, della forte “critica di pancia” nei confronti di certi aspetti della società civile. Ma l’arte (e in particolare la musica) può avere ancora una valenza politica?

Alberto: Io penso politico. Sono fatto così, sono cresciuto così. E’ inevitabile per me. Non saprei fare diversamente, anche volendo. Le cose che scrivo hanno sempre una valenza politico-sociale. Un pezzo dei Maisie è sempre un piccolo comizio, un invito a cambiare lo stato delle cose, se non con la presa del palazzo d’inverno, almeno nel nostro quotidiano. Già semplicemente smettere di smanettare sullo smartphone mentre parli con un altro essere umano potrebbe essere l’inizio del percorso che conduce al paradiso socialista. Poi, intendiamoci, non sono tipo da pezzi “diretti” alla 99 Posse (band che rispetto tantissimo, eh…). Scrivo politico a modo mio. Qualcuno dice che sono un moralista. Che dire? Ha perfettamente ragione.

Mi ha sempre incuriosito conoscere l’idea (estetica, progettuale) alla base del progetto Maisie: quale era quando siete partiti, ormai più di vent’anni fa, e quale è oggi? E quali sono gli artisti a cui facevate e fate riferimento?

Alberto: Quando abbiamo iniziato eravamo degli inetti assoluti. Il nostro bassista è diventato tale solo per essere uno dei Maisie: “Posso suonare con voi?”. “Cosa suoni?”. “Il basso”. “Da quanto lo suoni?”. “Da ora, ne avete uno? Imparo presto”. Io peggio di lui. Eravamo animati da uno spirito edwoodiano. Per cui, anche se avessimo voluto avere dei modelli di riferimento da emulare, non ne saremmo stati capaci. Le influenze c’erano ma si mescolavano tutte, filtrate dalla nostra imperizia. Oggi siamo un po’ migliorati ma l’attitudine rimane quella. Alle volte mi sveglio con in mente l’idea di fare un pezzo alla Deuter ma poi ne viene fuori uno alla Rolling Stones. Non c’è verso.

Come nasce un vostro brano? A prima vista mi pare che tutto cominci con il testo e che la musica arrivi in un secondo momento…

Alberto: Diciamo che i brani partono dal testo un buon 80% delle volte. La cosa buffa è che io sono dotato di una capacità istintiva che potrebbe fare la nostra fortuna, ma siccome sono un caso psichiatrico, non la sfrutto. Io riesco a scrivere con grande facilità in metrica regolare, con rime e tutto. Verrebbero fuori quadratissimi pezzi pop ma ne sono sempre insoddisfatto. Per cui prima le faccio, poi le smonto, tolgo le rime, deformo le metriche, aggiungo accordi. Tutta la storia dei Maisie, almeno dal 2005 in poi, è un disegnare baffi alle Gioconde.

Alberto, nel tuo frequentatissimo profilo Facebook mescoli sarcasmo, bacchettate alla politica, provocazioni, divertenti analisi dei fenomeni di costume e dei fatti di cronaca. La cosa forse più interessante di questo strano mezzo di comunicazione è il dialogo che si instaura con le persone, una volta circoscritto il tema di discussione, dialogo che naturalmente può anche sfociare – purtroppo – nell’offesa personale o nella maleducazione gratuita. Da questa esperienza cosa hai capito a proposito del nostro essere “italiani in piazza” (seppur virtuale) che prima non avevi compreso?

Alberto: Dirò una banalità, ma quello che sui social mi fa più impressione è il constatare lo spaventoso degrado etico, estetico delle classi popolari. Io sono cresciuto con l’idea che al mondo ci fosse una certa percentuale di stronzi, una certa percentuale di persone geniali e poi tanta “brava gente”. Per “brava gente” intendo quelle persone normali, magari “semplici”, senza una cultura particolarmente elevata ma comunque con valori solidi di solidarietà, amicizia, rispetto. La brava gente che incontravi, ci parlavi un po’ di calcio, un po’ di cibo e poi: “come sta tua moglie?” e cose così. Oggi ti trovi davanti a soggetti ringhianti, che delirano di pulizie etniche mentre postano foto di cuccioli su agghiaccianti sfondi con rose e arcobaleni. Nessuno ha più saputo dialogare con il popolo negli ultimi trent’anni. La gente viene scientificamente fatta sguazzare nella più crassa ignoranza, avvelenata dalla propaganda fascista e dal più bieco verbo consumista. La sinistra popolare si è dissolta nel nulla, forse l’ultimo freno alla barbarie assoluta è rappresentato da ciò che rimane del cattolicesimo sociale, messo anch’esso sotto scacco dal liberismo capitalista trionfante. Tutti i giorni quando entro su Facebook mi chiedo: come si fa a ristabilire un contatto con queste persone? Quando mi imbatto in una persona normale, che parla di fica e calcio o di cucina e tv, senza mettere di mezzo forche e ruspe, alzo gli occhi al cielo e ringrazio la Madonna per la grazia ricevuta.

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