Piccolo spazio umano

In occasione dell’uscita del nuovo album Occupo poco spazio, abbiamo intervistato la cantante livornese per parlare un po’ del disco realizzato insieme al produttore Enrico Gabrielli e a un gruppo di musicisti appartenenti al giro dell’indie (e dintorni) italiano. Un giro nel quale la Nostra risiede ormai stabilmente fin da quando nel ’99, con Dove sei sei, diede inizio a una nuova fase della sua carriera – passata per L’amore è fortissimo e il corpo no (2001), Tutto l’amore che mi manca (2004), Luna in piena (2007) e Vamp (2011) – che da allora l’ha vista in equilibrio tra Sanremo e canzone d’autore (con quel disco andò anche al Festival), tra indie e melodia, a guadagnarsi una stima crescente da parte dei musicisti che, ora come nei dischi precedenti, suonano con lei.

Partiamo dal nuovo disco in uscita, e partiamo proprio dal titolo: avevo letto che Luna in Piena (2007) volevi intitolarlo Mi dondolo in disparte: questo Occupo poco spazio mi sembra simile, c’è un’affinità…

Sono molto coerente (ride, NdSA).

Ti sei presa una rivincita, hai detto “stavolta lo intitolo come voglio”?

No, no (ride, NdSA), non è così. È perché, sai, ho 300 milioni di idee, poi magari le persone che mi stanno vicino mi danno consigli e a volte forse hanno anche ragione, io sono un po’ troppo esagerata. Luna in piena era comunque un titolo che mi piaceva, altrimenti non l’avrei messo. Ma appunto, Occupo poco spazio è proprio coerente. Se è per questo, ho anche cantato “sono un oggetto senza valore” (Tutto l’amore che mi manca, 2004, dall’omonimo disco, ndSA), quindi c’è un percorso tutto in un certo senso…

Infatti vedo proprio un percorso del genere, da “lei non parla mai, lei non dice mai niente” (Senza un perché, 2004) ad altre…

Beh sì: al di là di un po’ di ironia, che ci vuole sempre, le cose hanno dietro un loro perché, no? Il mio modo di pormi, il mio carattere, il mio modo di essere, di muovermi, di fare, insomma mi sento così. E però devo dire che da quando mi sento così, mi sento anche meglio, perché se uno è consapevole di occupare un piccolo spazio in questo grande caos generale che è il mondo, quello spazio diventa molto importante. Cominci a curare proprio tutte le cose che hai, le piccole cose, le persone, il lavoro, tutto quello che è il tuo mondo, perché in un piccolo spazio c’è un mondo intero. E poi, curando tutto questo, so che sono nel mondo, collegata con il resto, però consapevole che in fondo siamo comunque una piccola cosa… 

C’è questo, dietro ai ritratti femminili che stai mettendo insieme da molto tempo, forse già da Dove sei sei o forse anche da prima? Mi pare che ci sia un percorso coerente. Anche nei tuoi libri, vedo uno stare ai margini che non so se sia solo femminile o se, in generale, sia proprio di una certa attitudine verso il mondo. In parte mi hai già risposto…

Mah, queste sono le cose che mi vengono, che scrivo, che sento, che fanno parte un po’ del mio modo di essere nel mondo, di vivere: non solo la musica, ma tutto il resto. Che poi nella musica entrano tutte le altre cose, anche se per me il lavoro è molto importante, mi prende, fa parte della mia vita. Non dico che sia l’unica cosa, ma insomma è molto, perché questo è un lavoro che io faccio in prima persona su tutto, che mi piace, che mi appassiona, quindi è il mio mondo, il mio piccolo mondo, però per me è grande. Da questo nascono un po’ tutte le cose: i miei pensieri, le mie storielle – al femminile, naturalmente, perché chiaramente essendo io una donna, è il mio punto di vista, e poi comunque mi viene più naturale. Anche quando scrivo i miei libri mi dicono sempre che sono storie di donne, eccetera…ma io a questo penso sempre dopo, non mentre scrivo, perché di solito non mi do un tema che sono così brava a svolgere: quando scrivo, le cose escono come un fiume, un’urgenza, qualcosa che ti viene, e che è bello, appassionante. Però, ripensandoci, credo che la figura femminile forse mi permetta di raccontare più cose: noi siamo esseri un po’ complessi, tutto sommato, noi vogliamo guardare… quando la cosa è finita noi vogliamo andare un po’ più in là, cerchiamo sempre qualcosa più in là, non ci accontentiamo.

E questo forse mi dà la possibilità – senza nulla togliere all’uomo, eh, per carità – di raccontare così, a livello intimo, di percorsi, di dubbi, di ansie, di un sacco di cose. E queste storie di Occupo poco spazio sono tutte storie molto dirette, anche crude, senza girare intorno alle cose. Ma perché a me piace così. Penso che in una persona la cosa interessante sia quello che realmente è quella persona, anche nelle difficoltà, anche nella ricerca, anche nella sofferenza, nell’ansia, nel dubbio; perché di solito, specialmente in questi tempi, uno si deve sempre nascondere dietro alle cose, deve sempre essere bello, perfetto. Io che non sono così ma invece da sempre, dicono i miei amici, sono disordinata, incasinata, non curo mai magari un certo tipo di aspetto, voglio cercare nelle persone e nelle cose la verità, che è la cosa più bella e più forte, una cosa che ti arricchisce e che ti fa stare bene. Allora anche le mie storie, queste donne, le metto a nudo senza paura di raccontare le fragilità, le debolezze, le difficoltà. E quindi ecco che vengono fuori queste storie un po’ così…

Senza gentilezze ma con verità, come dicevi in Guardami negli occhi (1999)…

Eh sì, “non voglio gentilezze solo verità”. Vedi, (ride, ndSA), già da allora. Alla fine è così…

Insistevo su questo discorso del femminile perché, appunto, l’ho visto nei dischi, l’ho visto nei libri, ho visto un’analisi che culmina in quel testo che nel libro si chiamava Rosario e che come canzone è diventata Le mie madri

È il mio pensiero, peccando un po’ d’immodestia (ride, ndSA). È questo, quindi racconto così.

Il nuovo disco ha questa particolarità del gruppo che ha suonato tutto insieme. Rispetto al disco precedente, che era un disco più “toscano” per luogo di registrazione e musicisti, questo pesca da tutta Italia. Cosa mi puoi dire della decisione di come registrarlo, di far suonare il gruppo praticamente live?

La particolarità non è stata registrarlo insieme, perché anche Tutto l’amore che mi manca l’ho registrato in studio con il gruppo: abbiamo fatto prima le prove, poi abbiamo registrato. E anche Luna in piena. La particolarità sta nella formazione, questa piccola orchestrina che suona con arrangiamenti un po’ sinfonici, un po’ punk, un po’ rock, un po’ classici, questo misto di strumenti, di sonorità: questa piccola orchestra che interagisce con la canzone, che diventa parte della storia, del racconto, delle emozioni, delle visioni che ti dà e che ti evoca una canzone. È questa la cosa particolare. E questi musicisti, tra l’altro, li conosco tutti, perché ci si incontra: facciamo parte dello stesso giro musicale, per cui si fanno i concerti negli stessi spazi. Li ho incontrati mille volte e a loro piace molto quello che faccio, lo conoscono tutti quanti, e mi hanno sempre detto che avrebbero voluto fare qualcosa con me. E allora, quando è arrivato il momento, li abbiamo chiamati, con Gabrielli, che è un arrangiatore, un musicista vero, completo, che conosce la musica: tutti i tipi di musica.

È questa la cosa bella, perché il mio disco non è un disco classico, pur essendoci un’orchestra. Però non può neanche essere chiamato un disco rock: c’è un po’ un misto di cose che nasce da Gabrielli. Lui è uno che sa quello che fa, che conosce anche la musica punk, che riesce a dare questi colori, queste sferzate. L’esigenza è nata da me, mentre scrivevo le canzoni, perché sentivo che queste storie avevano bisogno di strappi, di suoni, di rumori, di cose un po’ diverse: un pochino più ricche, ma non troppo. E allora, poiché scrivevo anche frasi musicali che accompagnavano la canzone e ne facevano parte, mi sono messa a fare qualche prova un po’ da me. Ho buttato giù tante frasi, tante cose, poi quando ho chiamato Enrico, l’idea gli è piaciuta, ha capito bene il progetto e si è messo a lavorare in questo senso. Abbiamo fatto un lavoro molto lungo (è durato un anno), per riuscire ad arrivare a una sintesi del genere. Però è stato bellissimo, come fare un film: montavamo, smontavamo, spostavamo, ci passavamo la palla in continuazione.

Poi quando è arrivato il momento, abbiamo pensato che l’unico modo fosse quello di entrare in studio e di verificare tutto lì, ascoltando. Facendo cose al computer, parlando, ti sembra di arrivare a un risultato, però finché non verifichi sul campo… Non è stato come negli altri dischi, in cui si poteva fare una prova con chitarra basso e batteria col computer e realizzarla. Qui c’è proprio tutto un intreccio di arrangiamenti e di strumenti. Dopo questo lasso di tempo abbastanza lungo, siamo andati in studio e lì abbiamo capito che l’impostazione era giusta, che era quella che io cercavo. Enrico ha capito benissimo, anzi, ha migliorato il tutto, facendo un lavoro veramente eccezionale.

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Le canzoni comunque le avevi già finite quando hai contattato Enrico o lui è in qualche modo coautore?

Sì, le avevo finite tutte: un paio le ho tolte, ne ho fatta un’altra, ma il progetto era tutto chiaro in testa.

Avete lavorato un po’ in pre-produzione e poi siete andati a suonare, dunque…

Sì. Abbiamo anche ascoltato tanta musica, ci siamo mandati reciprocamente tante cose: non per copiare, ma per cercare di capire da che parte andare. E questa è una cosa che a me piace tantissimo, questa ricerca, quando incontri un altro te e tutto diventa un rapporto umano, bellissimo, che ti aiuta a capire altre cose: è un lavoro molto interessante…

Stilisticamente, nelle melodie del disco, ho sentito qualcosa della tua fase precedente, a volte gli anni ’60, a volte gli anni ’80. Proprio nella composizione, più che nell’arrangiamento. Vista da fuori, la tua carriera sembra divisa in due parti, più o meno da Nada Trio (il disco del ’96 registrato con Fausto Mesolella e Ferruccio Spinetti degli Avion Travel in cui Nada rileggeva in una nuova veste alcuni suoi classici, ndSA). È una semplificazione: sono sicuro che tu vedi molta più continuità tra le due fasi, non questo stacco netto. Eppure da lì in poi, soprattutto dal ’99, è come se fosse iniziata una nuova identità: forse qualcosa c’era già in L’anime nere (1992), però da fuori sembra che Nada Trio sia stato lo spartiacque. E mentre nelle canzoni dell’ultimo disco ritrovo qualcosa della prima parte della tua carriera, mi pare che la seconda fase della stessa abbia un prodromo in Ho scoperto che esisto anch’io (il disco del 1973 scritto da Piero Ciampi, ndSA)….

Esatto. Lo stavo dicendo. Diciamo che a parte i miei esordi, che ormai si conoscono bene, ho ricominciato con il disco di Piero Ciampi. E lì ho preso un po’ coscienza di quello che stavo facendo, di quello che ero (ride, NdSA), della musica: con Ciampi si è aperto un mondo e da lì ho cominciato, ho fatto cose più o meno giuste, sempre alla ricerca di qualcosa, anche se non era facile per me riuscire a fare quello che volevo dopo aver avuto un successo come quello che ebbi agli esordi, dopo quello che ero diventata nell’immaginario dei discografici e degli addetti ai lavori. Abbattere certe cose è stato piuttosto difficile. Il mio percorso, però, è cominciato lì. Poi sicuramente da L’anime nere, che ho faticato a fare, perché nessuno mi credeva. In più ero anche una donna e così quando scrivevo, raccontavo e mi mettevo in gioco, ci sono sempre state maggiori difficoltà. Non è che voglio fare un discorso femminista, però è la verità.

A un certo punto, diciamo da Dove sei sei in poi, ho cominciato ad essere finalmente quello che volevo essere. Forse ancora non c’ero riuscita, dal punto di vista espressivo ma anche della fattibilità. Poi da lì in poi ci sono sempre stata fino in fondo, in tutti i sensi. Quindi mi prendo tutte le responsabilità (ride, NdSA).

Un breve accenno al discorso “femminile”: come ha fatto Ciampi a scrivere quei testi, così efficaci e belli nel dare un ritratto di donna? Che poi il ’73 era un periodo particolare, di cambiamento, nei rapporti tra i sessi ma anche nella morale comune. Un processo che era cominciato qualche anno prima, ma che negli anni ’70 era in pieno svolgimento…

Quando me lo presentarono io non lo conoscevo; e quando qualcuno ebbe l’idea…

Ennio Melis?

…esatto; quando ebbe l’idea di farci incontrare per fare qualcosa insieme, la prima cosa che disse Ciampi fu: “io devo stare con questa persona”. Non fisicamente, dal punto di vista sessuale, ma nel senso di “devo stare un periodo con questa persona, devo conoscerla, devo sapere chi è per vedere se…”. Quindi, prima che lui scrivesse quelle canzoni, siamo stati insieme così, come amici e come vita in comune, per più di un anno. Lui si identificava molto, un po’ come faccio io. Come ti ho detto, mi piace vedere le cose dal di dentro, proprio quelle cose che uno tende a nascondere inconsapevolmente (o a volte anche consapevolmente) per cercare di non essere un peso, di essere migliore agli occhi degli altri, perché così si deve essere, perché così è più semplice. Lui proprio scavava in me, in un momento che per me era il momento della ribellione, della scoperta della vita e delle cose: avevo neanche 19 anni, quando ho conosciuto Piero. E quindi lui ha scavato in quel mio mondo, in quel mio carattere, e ha scritto cose che per una ragazza di quell’età erano abbastanza forti, abbastanza universali. Però era il suo modo, di vivere, di vedere le cose, di sentirle.

Per me è stata una scuola fondamentale. E’ da lì che ho cominciato a dire: “o faccio le cose fino in fondo o non le faccio”. Ti può capitare, in genere, di cantare una bella canzone di qualcun altro. Un conto, però, è così, un conto è proprio scavare, sperimentare, scrivere, conoscere. Farlo, ti dà modo di conoscerti, di comunicare con gli altri, è tutta un’altra storia.

Trovo che Confiteor, tra la tua performance, l’arrangiamento e l’esecuzione, sia un manuale per aspiranti musicisti.

Grazie, ma era Marchetti il genio.

Però incontrasti ostilità per quel disco…

Sì, al momento in cui uscì sì. Poi nel tempo è stato un disco importante, molto rivalutato, anche dalla gente. Nel momento in cui uscì fu preso proprio male, mi dicevano “ma che stai facendo?”.

Gli addetti ai lavori, i colleghi…?

Sì, un po’ dal mondo della musica, e infatti non arrivò nemmeno alla gente, perché sai deve comunque passare attraverso di loro, non puoi andare porta a porta. Ora mi muovo in questo modo, però ai tempi no. E ai tempi non fu preso bene, era uno stacco piuttosto netto con quello che avevo fatto, e le cose drastiche, ecco, non sono per questo nostro Paese…

A proposito di richiami, nel nuovo singolo, L’ultima festa, riprendi quasi letteralmente il testo di Asciuga le mie lacrime (2004), col suo discorso sulla musica come funerale di un certo tipo di umanità, ma chiaramente da un punto di vista diverso: cos’è cambiato in questi anni tra le due canzoni, tra i due punti di vista?

Ma guarda, mi verrebbe da dire proprio quel che dico nella canzone: “questo mondo che sta morendo”. Allora era solo un po’ nell’aria, perlomeno avevamo solo una leggera percezione, mentre adesso ci siamo proprio dentro. Questa canzone probabilmente mi è uscita anche per questa ragione, perché siamo circondati da drammi, da una vita complicata, anche se io personalmente sono fortunata; però le cose le sento, le vivo, le vedo, mi toccano, mi fanno male. E allora quando uno si trova a scrivere, anche se non è proprio il mio stile scrivere canzoni di protesta o smaccatamente sociali, può succedere che escano canzoni così. Anche se poi il brano ha sempre una visione poetica, comunque. Io direi che sarebbe ora che questo mondo morisse veramente per rinascere. Ecco, in fondo è una canzone di speranza (ride, NdSA).

Per concludere: andrai di nuovo in tournée coi Criminal Jokers?

Sì, con loro e con altri musicisti: una viola, un trombone, per fare appunto il disco, per renderlo così, come è.

Diciamo formazione del tour di Vamp con in più qualche aggiunta…

Esatto. 

E quando parte?

Il 22 marzo, con una fase iniziale in club e teatri. Ci vediamo lì.

Foto di Silvia Rotelli

21 Aprile 2014
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