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8.5

Forse ce lo siamo dimenticato, ma anche negli anni ’70, nei quali la trasgressione vendeva e la qualità andava in classifica, esisteva lo star system; e non scherzava.

Un sistema in cui, accanto alla Milva che cantava Brecht, a Ornella Vanoni che poteva mandare in classfica Tenco, a Patty Pravo, a Mina che ormai faceva quello che voleva (perfino cantare le torbidezze di Malgioglio), c’erano anche Orietta Berti e Gigliola Cinquetti, e, in mezzo, le figlie del beat come Caterina Caselli, ragazze ye-ye / baby dive con la loro versione addomesticata delle trasgressioni rock.

Nada era partita così quando, a 15 anni e mezzo, aveva esordito a Sanremo con la storica Ma che freddo fa; la quale però, insieme al vocione e a un certo piglio mostrato nelle interviste, suggeriva altre inquietudini. Inquietudini che dopo un po’ iniziano a manifestarsi nell’insofferenza sempre maggiore verso la macchina commerciale che le ha programmato un repertorio più melodico e meno beat rispetto alla canzone del debutto. La Nostra inizia così a tormentare il capo della RCA Ennio Melis, storica figura di manager attento anche alla qualità, l’uomo che ha inventato i cantautori e che, contro gli scarsi risultati commerciali e le difficoltà di gestirla umanamente, continuava a coltivare in scuderia l’anima inquieta di Piero Ciampi.

Davanti alle insistenze della cantante diciannovenne che vorrebbe “fare altro”, il manager ha l’intuizione di metterli in contatto. Tra i due nasce subito una grande intesa umana, e anche un disco fatto di brani del cantautore preparato con l’aiuto dei consueti sodali, il suo musicista Gianni Marchetti e Pino Pavone, disco che dovrebbe costituire il salto della cantante verso un’identità artistica più personale.

L’intento dell’album – che esce a novembre 1973 – è chiaro già dal titolo, e dopo 30 secondi diventa chiaro anche il suo significato: archi e piano da musica leggera dell’epoca, e Nada che prima va dietro alla melodia e poi la sbeffeggia, come a dire che la sua immagine è un conto e la realtà è un altro (e il testo dice proprio questo), e che quello che di lei si è visto fino a quel momento sta per essere bruciato – insieme al sentimentalismo da riviera – sul fuoco di canzoni che oscillano tra dramma, ironia livornese, svagatezza innocente, realismo, una follia che non ha paura di sfiorare il ridicolo e la disinvoltura spiazzante con cui tutto ciò viene accostato e si fonde.

Confiteor prosegue tra tocchi leggeri e languidi, come l’interpretazione di una cantante che insieme ai suoi pensieri segreti rivela una sensualità sorniona, mentre una chitarra con distorsione compressa tipicamente 60s, un’altra col tremolo e un’armonica a bocca dialogano con l’orchestra contrappuntando il testo in un pezzo che trasforma la marcetta-Modugno dell’originale (tra l’altro, il primo 45 giri di Ciampi) in un manuale di arrangiamento e di interpretazione.

E la definizione della nuova identità della cantante prosegue nell’andamento malinconico di Sovrapposizioni (Ciampi è tra i pochi che possono scrivere una canzone seria aprendola con “Zan Zan Zan Zambaro era il suo nome”, per parlare dei turbamenti della crescita di una ragazza che impara ad amare da adulta grazie alla storia con un forzuto del circo), nei toni drammatici di Sul porto di Livorno (la versione autografa di Piero, minimale e dimessa, verrà dopo), nell’abbandono di Eri proprio tu; oppure nella leggerezza sbarazzina del corteggiamento tutto visivo e cromatico di una sublime La passeggiata, nella narrazione quasi gaberiana di Ma chi è che dorme insieme a me o nella falsa leggerezza di Lui è un folle (una confessione ad un’amica sulla paura suscitata dal fidanzato: scritta quando c’era ancora il delitto d’onore e riletta in tempi di sensibilità al femminicidio, lascia inquieti), prima che la conclusiva Esisto anch’io, tra ironia e aperture pinkfloydiane, riassuma tutto il disco ribadendone l’idea nel ritornello.

Ne esce il ritratto di una donna, più che di una ragazza, libera e consapevole come si cominciava ad essere all’epoca, per la quale essere “moderna” non era solo Mary Quant o l’impegno formato TV di certo beat: un ritratto di sorprendente efficacia, soprattutto se si considera che è stato scritto da un uomo.

Il centro emotivo del disco però (nonché l’inopinato singolo estratto) è la disperata Come faceva freddo: titolo analogo al primo successo della musicista, anche se siamo distanti anni luce. Qui Ciampi, che sapeva rivelarsi spietatamente anche grazie a una voce che abbatteva ogni filtro tra vita e arte, mette in bocca a Nada uno dei suoi autoritratti più drammatici, in un testo in cui una donna ricorda un amico pittore tipicamente maudit, morto perché incapace di uscire dalla sua vita autodistruttiva (“e mentre lui moriva d’inedia/io lo scongiuravo dall’unica sedia”): si potrebbe riferire al conterraneo Modigliani, ma a noi sembra un evidente gioco di specchi nel quale Ciampi sta parlando di sé.

Troppo, forse, anche per l’epoca: il disco infatti è un insuccesso clamoroso, che attira verso la cantante critiche feroci e ostilità da parte di uno star system per il quale era uscita troppo dal seminato. Forse era troppo presto – e forse lo è anche ora – perché Britney Spears si mettesse a cantare Daniel Johnston (o Scarlett Johansson, Tom Waits, per dire), o forse era una conferma che Ciampi, col successo commerciale, più che a pugni, ci ha sempre fatto a coltellate.

Nada andrà avanti cercando altre collaborazioni di livello (la Reale Accademia di Musica, Paolo Conte) e dedicandosi al teatro, prima di rientrare alla grande nelle classifiche (Ti stringerò, e soprattutto Amore disperato). Poi, quando la discografia considererà conclusa la sua carriera nel pop, la Nostra inizierà la sua seconda vita artistica, prima rileggendo il suo vecchio repertorio con Mesolella e Spinetti degli Avion Travel nel progetto Nada Trio (forse un’anticipazione di Musica Nuda), poi dedicandosi a quello stile tra indie e canzone d’autore, tra melodia e coraggio che ancora oggi persegue e i cui remoti prodromi giacevano in questo lontano capolavoro.

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