Fermalo, zittiscilo, e infine sconfiggilo. Intervista ai White Hills
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Tommaso Bonaiuti
- 22 Giugno 2017
I White Hills sono, sin dalla loro nascita, uno dei baluardi della sperimentazione sonora applicata al concetto ormai tanto abusato ed inflazionato di psichedelia. Il duo, composto da Dave W. ed Ego Sensation, che da anni ha posto le sue radici a New York, ha però sempre saputo trascendere i meri concetti che definiscono e racchiudono un genere, una scena, uno specifico movimento che si sviluppa attorno ad una determinata zona geografica: i nostri sono dei musicanti cosmopoliti che volgono la loro attenzione verso più coordinate, dialogano tanto con le oscure istituzioni d’oltreoceano (la collaborazione perpetua con i mancuniani Gnod, ad esempio), quanto con le istanze cosmiche di certo space rock settantiano, passando per una mitologia di personaggi, collaboratori, progetti che si sono avvicendati senza soluzione di continuità (e privi di un vincolante senso logico) nel giro di poco più di un decennio.
In una ricerca perpetua del sound, degna dei migliori musicologi, i nostri si sono spinti nel corso degli anni a giocare e modellare una materia oscura che può tradursi in fiumi di riverberi chitarristici, come in ossessive jam elettroniche: la loro ultima fatica, Stop Mute Defeat, è l’ennesimo passo che porta questa creatura mutaforme verso le lande desolate dell’industrial e le sferragliate del power electronics, imbevute di tenebrose liturgie che puntano il dito e s’interrogano sui mali della società odierna. Ne abbiamo parlato con il deus-ex della faccenda, Dave W., raggiunto telefonicamente durante una delle tante tappe del loro tour europeo.
Cominciamo parlando dei vostri esordi: all’inizio dei White Hills, vi siete spostati da San Francisco a New York che sono entrambe città molto stimolanti dal punto di vista creativo, ideali per band che, come la vostra, seguono un percorso sperimentale affermandosi all’interno di una nicchia, o di una specifica scena. Perché avete deciso di allontanarvi da una città in cui avreste potuto prosperare?
Per quanto lo possa sembrare (e in un certo senso lo è), San Francisco vive un po’ – come dire… – sulle proprie spalle: la gente è interessata alla musica ed è culturalmente molto attiva, certo, ma è anche pigra e le scene sono tra di loro chiuse, incontaminate e ottusamente esclusive. Da questo punto di vista, San Francisco è anche peggio di LA. Quindi ok, c’erano e ci sono tuttora tanti fattori che spiegano perché quel luogo venga ancora considerato un epicentro di creatività – penso a band che erano all’apice quando io ero un ragazzino, come i Flipper, o i Tuxedomoon.
Nei Sessanta, per dire, avevi da una parte i Jefferson Airplane e all’altro capo degli Stati Uniti i Velvet Underground, due band che ti fanno capire tuttora l’immensa differenza che c’è tra Frisco e NY. Abbiamo scelto New York principalmente perché, in quel periodo storico, ci sembrava una città molto più stimolante e propensa a incentivare nuove realtà e band emergenti.
Stiamo parlando della fine dei Novanta, giusto? Com’era l’ambiente musicale newyorchese, quando vi siete mossi lì?
C’erano tante cose che c’interessavano, altre meno; molte realtà con le quali avvertivamo dei punti di contatto, ed altre che ci sembravano distanti anni luce da come concepivamo la musica al tempo. La scena punk e post-punk stava vivendo una sorta di seconda giovinezza, c’erano gruppi che ammiravamo moltissimo già dagli esordi, come gli Yeah Yeah Yeahs, o i Chk Chk Chk, che come noi si erano trasferiti dalla California. Diciamo che già era fortissimo tutto quello che girava attorno a James Murphy ed alla DFA Records, ma stava anche per esplodere tutta l’ondata indie rock – gli Strokes, gli Interpol… – che però non sentivamo dalla “nostra parte”. Abbiamo conosciuto tanta gente nuova e questo un po’ ci ha aiutati a sentirci meno dispersi e soli in quella enorme giungla.

Poi c’è stato il 9/11 …
…ed è stato un durissimo colpo per la coscienza collettiva, la città cadde in un profondo stato di depressione che si abbatté come una specie di sortilegio. Era tremendo, la gente era disillusa e terrorizzata, smise di uscire di casa ma poi ci fu una sorta di reazione… la mia fu la più immediata: mi chiusi in studio lavorando a delle tracce che fossero quantomeno uno specchio (se non una reazione appunto vera e propria) a tutto quello scempio. Era musica molto oscura ed affascinante. Provai per un po’ a lavorare con i field recording raccolti qua e là in tutta New York, catturavano bene l’atmosfera che si respirava in quel periodo.
Brani che poi sarebbero andati a comporre, circa quattro anni dopo, il vostro, anzi, il tuo primo album, No game to Play, del 2005. Ed è in quel periodo che hai conosciuto Julian Cope…
Sì, il disco uscì per la sua etichetta (Fuck Off and Di, ndr) ed inizialmente ero molto onorato di collaborare con lui, salvo poi rendermi conto che Julian Cope è un maniaco del controllo offuscato dalle droghe. Cope è egocentrico, vuole possedere tutto e, a tratti, si comporta come un bambino bizzoso per ottenerlo, farebbe di tutto per ammettere che è suo il merito del tuo successo, delle tue fatiche. Lui voleva possedere i White Hills, le mie proprietà intellettuali, i miei brani, e non sto solamente parlando di questioni contrattuali: quell’uomo ti chiederebbe anche l’anima, se potesse.
Facciamo un salto in avanti per parlare della vostra ultima fatica in studio, Stop Mute Defeat. L’album è spiazzante… già dal precedente (Walk for Motorists, 2015, Thrill Jockey) avevate cercato di avventurarvi su nuovi sentieri, qui il percorso sembra condurvi ad sound debitore, tra le altre cose, della New York di fine anni Settanta, di certo post-punk e dei Suicide…
Io credo che i White Hills non siano definibili come una band-da-una-canzone-sola, un one-trick pony: molti artisti si rifugiano nella loro comfort zone, riproponendo la stessa formula per anni, molto spesso costruendoci attorno una carriera anche di successo. Io ed Ego, come persone e creativi, ci facciamo spingere dal desiderio di sperimentare e improvvisare, giocare con la materia, e farci stupire dal risultato; raramente, se non mai, ci troviamo tra noi due e diciamo “Ok, adesso facciamo un album alla Suicide”. Piuttosto, il nostro obiettivo è quello di guardarci indietro, prendere ciò che abbiamo fatto in passato e destrutturarlo pezzo per pezzo. Comunque, se parliamo di influenze, potrei citare l’hip hop newyorchese degli esordi…

Di fatti ho avvertito un po’ di hip hop nell’album, nella fattispecie nei pattern ritmici ed in alcune parti di cantato…
Hai ragione. Tra l’altro, i nostri piani iniziali per quest’album erano del tutto differenti, mi spiego: noi non volevamo fare un full-length, avevamo in mente la pubblicazione di una serie di 12”, un po’ sullo stile delle prime uscite della Sugar Hill Gang, che sono stati un punto di riferimento costante durante tutta la lavorazione dei brani. Ci affascinava molto il loro modus operandi, come pubblicavano le tracce, quei singoli con una sorta di remix/versione alternativa dello stesso brano sul lato B. L’etichetta (Thrill Jockey, ndr) non la pensava allo stesso modo, così ne è venuto fuori un album, ma è da lì che tutto è partito, è da lì che è nata l’idea di destrutturare i brani, in chiave quasi industrial…
Molte cose mi hanno fatto pensare ai Throbbing Gristle o ai Coil, ma anche a Basinski ed ai suoi Disintegration Loops. Percepisco anche un certo distaccamento dalla vostra formula-tipo, qui c’è più sostanza e meno “cibo per il cervello” (per dirla proprio con Cope) …siete più orientati verso uno strana forma ibrida di EDM. Anche l’atmosfera ne risente, è molto pesante, caotica e dispersiva. Del resto, ci si sente spaesati anche solo a pensare alla quasi totale assenza di chitarre…
Ero stufo, stufo marcio di dipendere da quello strumento. Sai un cosa, io credo che te, come artista, per crescere, debba porti quante più volte possibile in situazioni poco confortevoli: la chitarra, i wah-wah, tutti quei riverberi, erano una sorta di manto protettivo per me, dietro al quale potevo celarmi senza correre il rischio di sbagliare o di fare un passo a lato un po’ troppo lungo. Ero piuttosto scoraggiato dalla prospettiva per cui non potessi e dovessi mettermi in gioco: con questo disco ci siamo posti in una condizione di sfida, per la quale la composizione e la relativa costruzione di un brano non dovesse più dipendere da una melodia suonata con la chitarra, ma più da pattern ritmici – ecco, forse, la ragione per cui ci senti anche dell’EDM.

Anche a livello dei testi percepisco uno scarto piuttosto netto rispetto ai vostri lavori precedenti…
Beh, non eccessivamente. Sin dal nostro primo album ci siamo preoccupati più o meno della stessa tematica, ovvero della percezione del reale e di ciò che ci circonda: siamo un po’ come filosofi, non diciamo a nessuno come e cosa pensare, ma parliamo di ciò che vediamo, delle esperienze che ci circondano e di quelle che ci riguardano.
In tal senso, mi pare di capire che l’album sia una sorta di risposta a ciò che sta avvenendo in questo momento nel vostro paese…
Premetto che l’album è stato scritto e concepito prima dell’elezione di Trump, se è ciò a cui alludi; il fatto che questo sia accaduto in un certo senso amplifica molti dei significati che vengono trasmessi dall’album. E’ molto oscuro, ansioso, ok, ma ha anche un lato positivo, un messaggio: tu hai il potere di fermare (Stop) tutto questo, di zittire (Mute) i fottuti politici, di sconfiggerli (Defeat) negando loro il preconcetto e la mera convinzione che il vero potere stia nei soldi e nella disinformazione; bisogna combattere per sradicare il potere dalle mani di stronzi mangiasoldi, l’ansia e la preoccupazione non sono l’antidoto per farlo, sono solo armi a loro favore per non permetterti di uscire di casa e vedere un futuro migliore, per lasciarti divorare dalle tue paure.
Si chiama terrorismo psicologico, ed è l’arma più pesante e dannosa che possano utilizzare su di te, più dei missili terra-aria o del gas nervino. È vero, l’album può lasciarti addosso una sensazione di nausea, spaesamento, disillusione, ma non è un caso che finisca con una traccia (la title-track per l’appunto) che è la più uptempo dell’album: è davvero fortificante e porta con sé un messaggio di speranza, di sicurezza. TU hai il controllo, TU puoi fermare tutto questo: spegni la televisione, diffida i mezzi d’informazione corrotti, non andare più sui fottuti social, non mangiare cibo in scatola, non incentivare i fast food, non permettere a nessun cazzo di broker cocainomane o cravattaro di giudicare ciò che sei in base al tuo conto in banca o alle tue scelte di vita, non lasciarti governare dall’idea che i soldi possano comprare tutto: tu puoi fermarlo, tu puoi zittirlo, tu puoi sconfiggerlo.
