• Mag
    19
    2017

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Thrill Jockey

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Anche nel vasto universo musicale – forse l’ultima vera istanza dello scibile umano a preservare un senso d’ignoto, ed un retrogusto esotico, oltre che ad abbattere nota per nota ogni confine geografico, in una mescolanza di suoni, influenze e tradizioni – il senso d’appartenenza è una questione tremendamente seria: anche se lo scorso anno non ci siamo stupiti del fatto che Jonny Greenwood, britannico doc, abbia collaborato con un’orchestra di suonatori indiani diretta da un compositore israeliano, o che un paio di primavere fa i canadesi Suuns, unendo le forze con il producer Jerusalem in my Heart, ci abbiano ammaliato con ghirigori assurdi ed arabesche proiezioni elettroniche, un duo di New York ci ricorda quanto ritornare alle radici (e non solo del genere) sia comunque un nobile esercizio per omaggiare l’excursus artistico del proprio luogo di provenienza.

I due newyorchesi rispondono ai (bizzarri) appellativi di Ego Sensation e Dave W., ed hanno assemblato uno tra i macchinari sonori più diabolici e rumorosi che molti ascoltatori abbiano affrontato da una decina d’anni a questa parte: White Hills, nel corso della sua esistenza frenetica, ha scavato a fondo, fino alle radici della psicopatìa fatta musica, rispecchiandosi tanto nell’opera dei Throbbing Gristle e dei Tangerine Dream (lo split con i mancuniani Gnod, datato 2012), quanto in quella degli Hawkwind e degli MC5 (l’ottimo Hp-1, sempre 2012), fornendone una chiave di lettura molto personale e “mutante”. Poi, con la loro fatica del 2015, intitolata Walk for Motorists, il duo ha per così dire polarizzato l’opinione della sua nutrita nicchia di seguaci, abbandonando, pur senza clamore, i lidi già battuti di uno psych-space rock oppiaceo e a lenta combustione, e riempiendo il proprio studio di cianfrusaglie elettroniche, moduli e Tascam con nastri zeppi di sinistre voci e loop inquietanti, tentando di proporre quindi una propria visione del kraut e del synth-rock anfetaminico tanto vicina a Berlino Ovest quanto alle sordide cronache urbane narrate nei brani dei Suicide. Si dice che la metropolitana newyorchese negli anni Settanta fosse uno dei luoghi più pericolosi d’America: i White Hills accendono la DeLorean e viaggiano indietro nel tempo riscaldando le valvole a colpi di fuzz assordanti, provando a calarsi in un immaginario da guerriglia urbana stile The Warriors (Walter Hill, 1979), carburata a suon di sostanze chimiche e ritmi frenetici dei Ramones di Rocket to Russia; l’esperimento si chiama Stop Mute Defeat, titolo che si staglia come un mantra-murales sui mattoni rossi di una warehouse fatiscente.

Esperimento riuscito? Direi di sì: Ego e Dave riprendono il loro mostro laddove l’avevano lasciato, proseguendo le mutazioni alanveghiane (A trick of the Mind) e mescolandole ad insoliti e curiosi esercizi di field recordings (Importance 101), pur mantenendo un minimo contatto con le visioni cosmiche dei padri putativi Hawkwind (Overlord, traccia che già dal titolo omaggia a suo modo il prolifico ensemble britannico). Ma i Nostri stupiscono quando decidono di avventurarsi laddove non avremmo mai pensato, sempre imponendo la propria acida impronta sui beat tardo-ottantiani dei Beastie Boys (i pattern ritmici filo-hip hop della claustrofobica Sugar Hill), oppure condendo di loop e phaser le paranoie urbane della title track, quasi guitar-free, ad eccezione di un solo iper-filtrato ed inintelligibile – e che, anzi, ricorda quasi più l’elettronica da rave del primo Moby, che un gruppo di stralunati capelloni.

I White Hills somministrano agli ascoltatori la loro amara e ipnotica medicina, quest’assurdo decotto di paranoie sintetiche e stravaganze biomeccaniche alla Giger, cucinato nell’alambicco di un krautrock decelerato e molto vicino agli incubi e alle visioni industriali di Genesis P-Orridge – dove l’unica cosa che pare avvicinarsi al passato recente della band è il ferino singolo Attack:Mode, il cui titolo dovrebbe già rendere l’idea dei suoi nobili intenti – mappando la storia occulta di una New York ammantata da tutti colori del buio, bagnata da colate di eroina e popolata da gargoyles e da androidi/drag queens, dove coabitano la darkwave, certa psichedelia decolorata ed anti-caleidoscopica, la straniante narrazione burroughsiana e un coacervo di tante altre belle cosette che faranno felici tutti i cuori neri di questa grama Madre Terra.

18 Maggio 2017
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