La guida di SA a Black Mirror, episodio per episodio
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Luca Roncoroni
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Jacopo Fioretti
- 27 Settembre 2018
Se gli anni Dieci del terzo millennio rischiano di passare alla memoria come quelli della retromania compulsiva e dell’eterno ritorno 80s tutto neon, paillettes e fuseaux (Stranger Things e Ti Amo dei Phoenix, l’abuso del re-boot cinematografico e – da noi – il tronfio nazionalpopolare di Tommaso Paradiso, ma potremmo continuare all’infinito), Black Mirror è stata la mosca bianca nel sempre più cruciale panorama della serialità televisiva “alta”.
Con la serie di Charlie Brooker si è tornati a guardare al futuro, senza troppa speranza (eufemismo) ma ponendoci dubbi non più prorogabili riguardo alle nuove tecnologie, alle arene social e a tutto il parco di dilemmi etici a corredo. Negli anni Novanta la Bibbia per il terzo millennio era il pastiche oriental-hi-tech di Matrix, tra filosofia zen e digitalizzazione, kung-fu movie e fantascienza distopica. Dalla variante Alapin utilizzata in apertura da Deep Blue contro Kasparov nella celebre gara di scacchi del ’96 fino all’apocalissi di lamiere voluta da Skynet in Terminator, il passo successivo nell’ormai sempiterno conflitto uomo-macchina era l’annientamento del primo attraverso l’obnubilazione.
Da una parte una realtà industrial fatta di guerra e distruzione, con un’umanità schiava e resa fonte energetica per le macchine; dall’altra una (ir)realtà di perfetta imperfezione (la perfezione assoluta, come spiegato da Morpheus, non è una via praticabile per l’essere umano) costruita in provetta e abitata dagli avatar digitali di menti dormienti. Vent’anni dopo l’olocausto metaforico di Neo, l’Eletto, il Messia, il nuovo Cristo elettronico, Black Mirror risponde agli enigmi di una realtà che sembra aver superato la Matrix originaria, vivendoci dentro consapevolmente.
Il punto di forza della ricetta Black Mirror è stata la formula antologica e l’entrata narrativa a gamba tesa in medias res di ogni episodio: resettare tutto ogni volta senza mai contestualizzare nulla è una premessa teorica terribilmente efficace, che ha (quasi) sempre evitato il didascalismo di superflui spiegoni iniziali e talvolta ha costituito addirittura il nocciolo tematico di alcuni episodi, quando è stata spinta alle sue più estreme conseguenze (vedi Metalhead). Di contro, a partire dalle stagioni tre e quattro, il giochino, solo occasionalmente inceppatosi, è andando incontro a una certa prevedibilità del canovaccio: si sapeva già che prima o poi, qualcosa nella fabula sarebbe andato storto, questo però fermo restando una riflessione meta-tecnologica, che veniva comunque mantenuta.
L’acquisizione del prodotto da parte di Netflix nel settembre 2015 ha cambiato per sempre le carte in tavola. Charlie Brooker si è trovato costretto a cambiare per non collassare. E la quinta stagione, composta di soli tre episodi, ha ribadito proprio questa carenza di idee, se non un conclamato impasse. Senz’altro l’abdicazione del ruolo di oracolo.
Con l’arrivo della pandemia, nel 2020, una provocatoria campagna pubblicitaria commissionata da Netflix Spagna e Brother Ad, annunciava che il proseguo di Black Mirror non sarebbe stato trasmesso perché c’è n’era già in atto uno, ovunque, nel mondo. Charlie Brooker dichiarava all’epoca di non essere in vena di scrivere sceneggiature distopico-apocalittiche – sarebbero state di cattivo gusto – preferendogli quello che sarebbe diventato Death To, un comedy special particolare, girato come un mockumentary. Un’idea (vincente) di raccontare un anno di news pandemiche affidandone il commentario a una serie di goffi personaggi di finzione: il cospirazionista alt right, la Trump supporter, il CEO di una social media company e così via.
Un modo per sollevare gli animi e ridere di un mondo che stava affrontando un momento drammatico in attesa di tempi più adatti per raccontare la distopia cara alla serie. Gli speciali sono stati due, 2020 e 2021, entrambi con la partecipazione dell’ottimo Hugh Grant. Due diversivi in attesa di inedite ossessioni futuribili che quando approdano concretamente sullo schermo nel 2023, sempre via Netflix, mettono davanti all’evidenza che Black Mirror non è più la stessa. Ha assunto un taglio horror thriller, e il racconto di weird stories che, garantendo un più ampio margine di manovra, l’hanno allontanata, anche radicalmente, dai postulati iniziali.
Gli episodi della sesta stagione riflettono ancora sui media (vedi Joan is Awful, il più fedele al format) e la tecnologia, ma la narrazione, amplificata nel minutaggio e nella resa cinematografica (di fatto sono cortometraggi), predilige una suspense condita da abbondati dosi di violenza. Niente di impresentabile, sia chiaro, ma neppure un prodotto che si nutre di quella tensione tematica ricorrente che stava alla base delle prime stagioni.
Prima Stagione
The National Anthem (1×01)
Accoppiarsi con un maiale in diretta nazionale per salvare una vita innocente (e la propria coscienza). Il primo episodio della serie è sia uno dei più iconici, sia uno dei meno riusciti. Il principale motivo di interesse è che il confine tra finzione e realpolitik è quantomai labile. La puntata anticipa infatti in modo inquietante e sospetto lo scandalo del Pig Gate, secondo cui il primo ministro inglese David Cameron ai tempi del college avrebbe partecipato al rito iniziatico di una confraternita che prevedeva un rapporto orale con la testa di un maiale morto. Nell’episodio, disturbante soprattutto per l’elevata empatia che si crea tra spettatore e protagonista, è abbozzata una prima riflessione sui perversi meccanismi virali del web e sul rapporto tra potere, etica e dignità personale. La domanda (retorica) lanciata nel finale è: quanto in là è possibile spingersi? È ormai impossibile uscire dal matrix digitale che ci circonda? Il titolo riprende l’omonima canzone dei Radiohead contenuta in Kid A, e non sarà affatto l’ultima citazione musicale della serie.
15 Millions Merits (1×02)
Pedalare all’infinito, per poter migliorare un avatar praticamente identico a quelli della Wii mentre un sottofondo catodico incessante e invasivo à la Foster Wallace intrattiene distraendo. L’eco del titolo è ovviamente ai proverbiali 15 minuti di celebrità di Warhol. L’unico modo per scappare da una quotidianità alienante e spersonalizzante, ovvia allegoria di una realtà consumistica e vuota con gabbie dorate rappresentate da lavoro e svaghi pilotati, è diventare famosi. In un mondo simile, cosa si è disposti a fare per scappare distinguendosi dalla massa? È giusto sfuggire al Sistema rifugiandosi al suo interno, scegliendo il compromesso al posto dell’integrità? E soprattutto, quante forme di protesta originariamente sincere sono state assimilate e neutralizzate da un Sistema capace di annientare il bastian contrario accogliendolo a braccia aperte?
The Entire History of You (1×03)
L’idea di base è potenzialmente tra le migliori di tutta la serie: un dispositivo innestato in ogni persona (in un mondo cronenberghiano di proto-cyborg) che consenta di rivedere – e proiettare – i ricordi di ciascuno come registrazioni oggettive. L’intuizione consentirebbe di scavare a piacere nelle ipocrisie dei rapporti personali, nella soggettività della memoria, nella mitizzazione delle nostalgie… Peccato che il tutto si risolva in una misera storia di corna, in cui lei tradisce lui e allora lui sbrocca. Peccato.
Seconda stagione
Be Right Back (2×01)
Rimpiazzare un caro defunto con un applicazione che ne replichi in tutto e per tutto modi di fare, di dire, senso dell’umorismo, idee e opinioni. Veramente nella realtà un bot del genere esiste già, e si chiama Replika. L’estremizzazione qui sta nello spingersi fino a una dimensione fisica della riproduzione dell’Io del defunto, che ovviamente non sarà mai davvero uguale alla matrice nonostante ne abbia imparato a memoria tutti i tratti. Finale democristiano accontenta-tutti e stavolta va anche bene così.
White Bear (2×02)
Una donna si sveglia, e non ricorda niente. Neanche il tempo di raccapezzarsi che inquietanti sconosciuti mascherati cominciano a inseguirla per ucciderla. L’intero vicinato la osserva da lontano, filmando la caccia con il cellulare. La cosa migliore di Black Mirror è che non contestualizza mai niente. Al di là di espedienti narrativi di volta in volta più o meno complessi (analessi, flash-forward, ecc), spesso l’inizio è in medias res, con lo spettatore catapultato direttamente nel vivo dell’azione in un mondo possibile dove non è mai immediato raccapezzarsi. Questo è l’episodio che più di tutti acquista un senso solo nel colpo di scena conclusivo, che scioglie l’angoscia da survival per abbracciarne una ben peggiore. All’inizio sembra tutta una semplice accusa al malato voyeurismo telefonico dei testimoni di stupri, pestaggi, eccetera, che preferiscono riprendere con il cellulare invece che intervenire. In realtà si tratta di una spaventosa riflessione sul concetto di pena e giustizia. Se la prima dev’essere commisurata al crimine commesso perché trionfi la seconda, allora fino a che punto è lecito spingersi quando la tecnologia rende tutto possibile?
The Waldo Moment (2×03)
L’ascesa politica di un Gabibbo blu e virtuale che cavalca il malcontento popolare, i meccanismi virali del web e gli impulsi di pancia dell’antipolitica più populista. Vale a dire indicare a tutti cosa c’è che non va ma non avere niente di valido con cui sostituirlo. L’esasperazione della maggioranza contro i privilegi di una casta politica machiavellica e foriera di promesse elettorali puntualmente disattese, il rendersi paladino di tutti perché consapevole di non essere migliore di nessuno. Il tutto avendo alle spalle uno staff capace di un marketing incessante e spregiudicato. L’episodio scorre placido e prevedibile verso il suo finale annunciato, con zero colpi di scena e nessuna battuta del logorroico orsetto che sia davvero spassosa. Che il problema sia che da queste parti questa storia l’abbiamo già vissuta e il Vaffa-Day è già roba vecchia?
Speciale
White Christmas
Una casetta sperduta, due uomini reclusi in un esilio volontario (?) che si raccontano a vicenda. Lo speciale natalizio è sicuramente da podio, grazie a una sceneggiatura schiacciasassi. Addirittura tre storie intrecciate tra loro superbamente, ciascuna con un tema interessante e spinto fino alle sue conseguenze più estreme: un reality che sfugge al controllo dei suoi creatori, il blocco social esteso IRL, la clonazione come nuova schiavitù. E in conclusione, un ulteriore spunto (che tornerà in Black Museum): con la possibilità della clonazione (in questo caso virtuale), è lecito estendere la pena per una colpa della matrice, anche alle sue copie?
Terza stagione
Nosedive (3×01)
Vivere la propria intera esistenza in funzione di un profilo social che ribalta così la sua veste di specchio e rappresentazione, diventando esso stesso il soggetto rappresentato nella quotidianità. È un esito paradossale ma tristemente verosimile, che immagina un futuro in cui il ceto sociale è definito dalle piattaforme social, principali vettori di ascesa (anche) lavorativa, rete relazionale e metro economico. Anche qui i riscontri reali – vedi l’influencer che vorrebbe pagare il suo soggiorno in hotel tramite pubblicità sul suo profilo – non mancano. Peccato per il finale buonista e fintamente liberatorio.
Playtest (3×02)
Testare videogiochi in via di sviluppo è il sogno più bagnato di ogni nerd che si rispetti. Ma cosa succede quando la simulazione diventa troppo realistica? L’episodio è un omaggio al cinema horror, un gioco a matrioska che frustra continuamente la convinzione dello spettatore di aver capito il trucco, con un protagonista irritante che incarna tutti gli stereotipi più abusati del ragazzone americano in Erasmus. Il climax di paranoia finale è sicuramente riuscito, ma l’episodio in sé lascia pochino che si faccia ricordare, a parte la location lovercraftiana.
Shut Up and Dance (3×03)
Un adolescente si masturba davanti al PC, e un hacker lo ricatta. Anche qui il riferimento alla cronaca non manca, vedi il fenomeno Blue Whale (vero o presunto tale che sia). Ricatto virtuale in un gioco al massacro, per un action serratissimo e al cardiopalma. Ma l’innocente ragazzino con cui si empatizza per tutta la durata dell’episodio, in realtà è solo un altro mostro schifoso. E allora quanto è potente e deformante la lente attraverso cui vediamo ogni cosa? Quanto cambia il nostro giudizio morale su una persona, non appena la sua intimità è smascherata ed esposta? E quanto è bravo Ser Bronn delle Acque Nere a fare il buon padre di famiglia che va ad escort?
San Junipero (3×04)
Gran parte della puntata è un godereccio divertissemente tributario dei favolosi anni Ottanta, quindi retromania a palate a suon di Belinda Carlisle e videogiochi arcade. Il tutto è però un giocoso pretesto per raccontare una tenera, commovente e crepuscolare storia d’amore che si trova indissolubilmente legata al tema dell’eutanasia, e della possibilità di scelta tra un sonno mortale e un Aldilà artificiale. Sembrerebbe avere un lieto fine, ma l’inquadratura finale lascia il dubbio: forse la verità è che tutto è ancora un plasticoso prodotto, e la felicità eterna è semplicemente un puntino tra i tanti di una corporate inumante. Ma se anche fosse, che problema c’è? La puntata è rapidamente diventata il cult assoluto dell’intera serie, vuoi perché è uscita al momento perfetto (in piena ondata di revival anni Ottanta), vuoi perché rappresenta un’ombra parziale lanciata sulla dorata retromania imperante (il finale vagamente arcigno). Dicevamo in apertura di BM come serie che torna finalmente a guardare al futuro dopo troppa retromania. San Junipero è – di fatto – la puntata in cui il giochino sembra incartarsi e incastrarsi, avviluppandosi un po’ su sé stesso. Da qui in poi infatti la serie diventa definitivamente qualcosa di più canonicamente Netflix oriented, perdendo un po’ della sua aura da scheggia impazzita nel panorama della serialità televisiva.
Man Against Fire (3×05)
L’episodio sembra un crossover tra un Full Metal Jacket virato in chiave minimal chic e bianco-filtrato e il classico zombie movie (Io Sono Leggenda, Z War, o magari cose più gustose come il francese The Horde). L’obiettivo è chiaramente stimolare una riflessione sul lavaggio del cervello operato ai danni di militari e popolazione sul “diverso” di turno da emarginare. L’ovvio rimando è all’Olocausto ebreo della Seconda Guerra Mondiale, con un pizzico di eccessiva retorica che in sé resterebbe anche facilmente perdonabile. Peccato che il colpo di scena risolutivo si annusi ben prima dell’immancabile e fin troppo didascalico spiegone finale, e l’opinabile scelta morale in conclusione risolve il tutto in una sorta di 15 Milioni di Celebrità 2.0. Vale a dire, se non puoi fottere il Sistema, lasciati fottere che è meglio. Quantomeno la cattiveria non è lesinata, con addirittura due famiglie crivellate di colpi.
Hated in the Nation (3×06)
Le api si sono estinte, e così l’uomo ha creato dei mini-robot che ne ricalcano aspetto e funzioni, fondamentali per l’equilibrio dell’ecosistema. Avrebbe potuto risolversi in un pasticcio confuso, data la mole di temi che affronta. Infatti si prende quasi un’ora e mezza di puntata, inevitabile per non scadere in uno spiccio bignami tritatutto. E invece tutto è sviluppato nello giusta misura. Dalla distopia ecologista passando per il labile confine tra sicurezza e privacy, fino all’hate speech del popolo di indinniati pronti a mettere alla gogna chiunque sul web. Il pubblico ludibrio da social può portare al suicidio, e in questo senso i casi di cronaca reale purtroppo non mancano. Qui il devastante colpo di scena finale si concretizza in un contrappasso che si ritorce crudelmente (?) contro gli stessi lanciatori di pomodori virtuali. Chi ha davvero torto? L’indignazione pecoreccia potrà anche muovere da giuste ragioni, ma le conseguenze rischiano troppo spesso di risultare ancora più disastrose. E allora rispondere con la stessa moneta non è la soluzione, altrimenti la spirale di vendette rischia di diventare infinita (vedi il finale aperto).
Quarta stagione
USS Callister (4×01)
Il crossover è potenzialmente una cosa davvero esaltante, visto che l’episodio mischia praticamente in parti uguali una ridanciana retromania nerd per Star Trek e risvolti creepy davvero inquietanti che riprendono le suggestioni più sadiche e paranoiche dell’Harlan Ellison di Non Ho Bocca, e Devo Urlare. Il mix viene viene sviluppato più sì che no, restando comunque un godibilissimo entertainement e poco di più. Da segnalare è il ribaltamento dell’archetipo tipicamente anni Ottanta del nerd protagonista: da buono sfigato inserito in una prevedibile parabola di riscatto sociale (che lo riabilita con i coetanei e/o con la figa di turno), qui invece è un sociopatico demiurgo che finisce pure per restarci morto. Frecciatina all’alt right da tastiera e a tutto il mondo incel?
Arkangel (4×02)
Il parental control portato alle sue massime conseguenze, o forse no. Uno degli episodi più verosimili della serie (diretto da Jodie Foster), in cui l’estremizzazione consentita dalla tecnologia è l’approdo ultimo di paranoie che già rovinano la vita a troppi disadattati vessati dalle eccessive apprensioni dei genitori. L’unica cosa importante è filtrare la violenza dal mondo che circonda la figlia, e niente può impedirlo. Non il fatto che la bambina non sia in grado di aiutare un uomo che agonizza, riconoscere il pericolo rappresentato da un animale, o che a furia di un’esistenza anestetizzata sia diventata una specie di sociopatica disagiata. Alla necessaria rimozione del filtro, comandata anziché compresa, la violenza di un mondo permeato da pornografia, sadismo ed efferatezze irrompe profluviale negli occhi vergini della protagonista. E quando la bimba diventa ragazza, e arrivano le prime esperienze tra sesso e droga, la soluzione – anziché il dialogo tra madre e figlia – non può essere che un ritorno al controllo, ulteriormente irrigidito. La morale è semplice e facilmente intuibile all’interno dei primi dieci minuti della puntata, ma quest’episodio andrebbe mostrato in tutti i corsi genitoriali. Magari avremmo in giro meno bamboccioni potenzialmente psicopatici. E nel titolo c’è forse un omaggio a Burial?
Crocodile (4×03)
Lui e lei a spasso in macchina, investono per sbaglio un ciclista e si sbarazzano del corpo. Un thriller talmente innevato che sembra scandinavo, e (forse) il peggior episodio della serie prima della debacle targata quinta stagione. L’espediente tecnologico è lo stesso di The Entire History of You, ma proprio identico, solo inspiegabilmente retrodatato. Perché non si capisce come mai per rivivere i ricordi si utilizzino dei ridicoli televisorini a tubino catodico. E come mai all’improvviso la minutissima protagonista riesca a trasportare cadaveri su e giù per il mondo, e si diverta a prendere a martellate gente a caso. L’angoscia di una rapidissima spirale psicotica è resa strabuzzando gli occhi e sbavandosi il trucco a suon di lacrimoni (da coccodrillo). Si veste castigatissima, il marito è rincoglionito e non si accorge di nulla, alla recita scolastica le truccano il figlio come Gomez de La Famiglia Addams. Meno male che alla fine il topo pone fine alle sue (e alle nostre) sofferenze, non se ne poteva più. Non c’è allegoria, non c’è insegnamento, c’è solo un thriller (fintamente) tecnologico girato davvero male.
Hang the DJ (4×04)
Alla ricerca del partner ideale, supportati da un’applicazione che mostra in tempo reale quanto manchi alla fine della relazione in corso. L’episodio sembra partire prendendo di mira le app di incontri (Meetic, ecc.), ammonendo lo spettatore a godersi ogni istante accanto alla persona amata di turno senza, vivendo nel momento e senza ansie nel futuro. Poi gradualmente la paranoia di un sistema totalizzante e con una vita di coppia votata unicamente al mero accoppiamento sessuale serpeggia sempre più invadente. Tutti i dubbi accumulati durante la puntata (questi scopano e basta dalla mattina alla sera? Senza fare mai bambini? E in questo posto nessuno invecchia?) vengono sciolti dal twist conclusivo, che traghetta verso l’unico finale della serie lieto al 100% (anzi, 99,5%). O forse no, perché l’ironia resta: solo attraverso la ribellione all’app è possibile raggiungere la felicità (iniziare la relazione di una vita), ma la ribellione è esattamente quello che l’app prevede. La citazione del titolo è alla canzone Panic dei The Smiths, che a sua volta parla di ribellione anti-sistemica.
Metalhead (4×05)
L’ansia motrice è la stessa di Terminator: una macchina che ti insegue per ucciderti, implacabile e inarrestabile. Ci sono dei cani robot senza testa e senz’anima che uccidono tutto, uomini e animali indistintamente. Il contrasto tra carne e lamiere è disturbante e a tratti quasi intollerabile, in una post-apocalissi brutale e inanimata. Le premesse teoriche della serie sembrano spinte alle conseguenze più estreme: la completa assenza di contestualizzazione dell’incipit in medias res si traduce in un’assenza di spunti riflessivi “educativi” che, a differenza di altri e meno felici precedenti all’interno della stessa BM, è un assoluto godimento: l’episodio è pura azione, adrenalinica e mai filtrata, permeato da una violenza che risulta ancora più disturbante proprio perché aliena e senza significato.
Black Museum (4×06)
Episodio antologico e di raccordo: i tanti e gustosi easter egg che rimandano a episodi precedenti della serie sembrano rispondere alla volontà di ricondurre tutto ad un unico universo narrativo, come se tutte le puntate fossero in realtà ambientate nello stesso mondo. La struttura a matrioska sulla falsariga di White Christmas non è però altrettanto oliata ed efficace: la sensazione è che le tre storie “a finestra” siano b-sides riciclate da idee non abbastanza forti da reggere sulle proprie spalle un intero episodio. Vince comunque il premio simpatia il mitico dottor Dixon, che ci porta per mano a scoprire le gioie del sado-masochismo più estremo. Purtroppo le altre due storielle sono poca roba, il colpo di scena finale è facilmente intuibile sin dall’inizio e il cast non fa molto per migliorare la situazione. Peccato.
Bonus – Bandersnatch
Esperimento sulla carta interessante ma forse nemmeno tanto: una puntata interattiva in cui è lo spettatore – attraverso telecomando – a scegliere tra varie opzioni disponibili per il proseguimento della trama. Il riferimento più immediato è ai libri game (serie cult dagli anni ’90 come Lupo Solitario oNinja), piuttosto che a videogiochi come Fuga da Monkey Island. E proprio quello videoludico è il mondo in cui si muove la trama, di una pochezza traballante e superflua (Playtest a sua volta non era stato poi così memorabile). A fine visione resta l’impressione di aver sperimentato un tentativo di riflessione metafilmico in cui il contenuto è assolutamente subordinato alla forma, che per la prima volta nella serie diventa essa stessa il nodo concettuale da cui partono le frecce delle possibili riflessioni instillate.
Quinta stagione
Striking Vipers (5×01)
La prima puntata della quinta stagione inizia esattamente da dove aveva lasciato Crocodile: una scrittura ormai disinnescata che spara a vuoto, cercando di accontentare tutti e finendo per non soddisfare nessuno. Siamo ancora in tema videogames dopo Playtest e Bandersnatch, ma stavolta si parla di identità sessuale e delle sue sfumature più lievi: il rapporto tra i due protagonisti non è esattamente gay, e siamo più che altro dalle parti delle dinamiche di gender. Eppure il tono generale sembra decisamente reazionario, e il rifiuto di prendersi qualsiasi tipo di rischio pesa inevitabilmente sul risultato finale. Più che un disastro vero e proprio, un trattatello di inutilità.
Smithereens (5×02)
Analizzando la sua dimensione formale, l’episodio vorrebbe essere la naturale evoluzione dell’approccio registico della serie. Smithereens diventa il luogo in cui script e regia fanno convivere minimalismo (anche musicale, vedi la partecipazione alla soundtrack di Ryuichi Sakamoto) e ambizioni da blockbuster, tesa narrazione di genere ed echi teatrali, ariosi spazi aperti e interni claustrofobici e asettici. Anche in questo caso però, in un discorso analogo a Bandersnatch, la cura certosina in sede di regia e fotografia e un’interpretazione magistrale di Andrew Scott si rivelano uno splendido e splendente guscio irrimediabilmente vuoto. Il punto di partenza per l’invettiva sono ancora i paradossi delle identità digitali (arrivati alla quinta stagione, uno spunto non poi così rivoluzionario, ecco), ma poi il discorso si allarga senza soluzione di continuità, disperdendosi in una raffica di pallettoni che vorrebbe colpire tutto ma finisce col non prendere nulla.
Rachel, Jack e Ashley Too (5×03)
L’episodio con guest star Miley Cyrus poteva essere un esperimento interessante, e invece si è rivelato il peggior capitolo della serie senza che nemmeno Crocodile potesse sperare anche solo di competere. La riflessione tecnologica è totalmente assente (non lasciatevi ingannare dall’inutilissima cyber-doll), dato che il tema portante vorrebbe essere l’utilizzo di brani e identità artistiche non autorizzato dall’artista stesso in vita (dai concerti ologrammati agli album postumi). Una problematica vecchia quanto la registrazione del suono, ma non sta qui il problema principale. Miley Cyrus interpreta sé stessa nella fase Hannah Montana – o nella fase Wrecking Ball, insomma prima che potesse reinventarsi come personaggio vagamente freak nel mondo del pop da classifica – e la puntata si risolve unicamente in un pasticciato buddy movie che rimbalza inefficace tra personaggi troppo stererotipati e cliché narrativi di una stanchezza inenarrabile. Il finale vorrebbe suonare liberatorio e rock, ma lascia solo un’appicicaticcia sensazione di strisciante imbarazzo.
Sesta stagione
Joan è terribile (6×01)
La stagione comincia con un episodio dedicato al sottofilone satirico della serie di Brooker. La storia è quella di una donna che un giorno viene contattata dal suo ex con cui scappa un bacio malandrino e, tornata a casa, trova sulla sua versione di Netflix chiamata Streamberry, una serie intitolata Joan è terribile, con protagonista Salma Hayek, dedicata alla sua vita a partire dalla scappatella. Innesco che serve alla puntata per una riflessione sullo stato della simulazione strutturata a scatole cinesi, concentrandosi su come essa sia incompatibile con la realtà che narrativizza. Paradosso dello spettatore che vuole avvicinarsi al vero solo se è falso.
Loch Henry (6×02)
Dopo una riflessione sul rapporto tra spettatore e la realtà dietro ciò che vede, ci sta benissimo una riflessione sul costo della realtà, sempre con la suddetta Streamberry come crocevia. Lo spunto continua ad essere metatestuale (cominciando, così, a delineare il senso generale della stagione) e l’idea è ricreare un’indagine crime di due aspiranti documentaristi. Un percorso in cui ogni tappa è di natura narrativa, sia essa in forma orale, scritta o audiovisiva. Varie versioni di una verità univoca, ma che, solo se filtrata diventa interessante. Altrimenti rimane solo il dramma, la miseria e tutte quelle cose da cui non si possono prendere le distanze.
Beyond the Sea (6×03)
Realtà univoca, filtrata, narrata, falsa oppure (perché no?) alternativa. Alternativa come quella in cui prende corpo la storia di Cliff e David (Aaron Paul e Josh Hartnett), due astronauti che riescono a sopravvivere alla quotidianità della loro missione solo vivendo nei corpi delle loro copie carbone sulla Terra. Un evento tragico ne distrugge però una e i due si ritrovano a condividere il medesimo corpo. Una realtà per due non è però sostenibile perché non si condividere tutto alla pari, da qui nasce lo squilibrio di potere, principale generatore di aggressività, specialmente quando è squilibrio di potere nel controllo. Le strade, alternative, rimangono sopraffazione o bilanciamento.
Mazey Day (6×04)
È ancora rapporto tra realtà e finzione il protagonista della stagione, raccontato in questo episodio attraverso il cortocircuito del media narrativo, che stavolta è il più ficcante tra tutti: la fotografia. La storia è quella di Bo, una paparazza interpretata da Zazie Beetz, che dopo avere (con un suo “incredibile” scoop, ça va sans dire) procurato il suicidio di una star, torna a fare la fotografa d’assalto per scovare la realtà dietro un’altra vita davanti ai riflettori. La realtà che uccide, la realtà mostruosa, ma anche la realtà che piace così tanto ai clienti, che sono famelici, bramosi e feroci ancora più di lei.
Demone 79 (6×05)
Alla fine della variopinta galleria di versioni della realtà arriva, lust but not list, quella assurda. In questo caso una realtà assurda come quella dell’apocalisse, annunciata ad un’immigrata indiana in UK di nome Nida da un demone immigrato nella nostra dimensione di nome Gaap. Due cuori e una capanna. Per evitare questo terribile scenario, la ragazza dovrà uccidere tre persone che non si sono macchiate di omicidio, altrimenti oblio eterno, punizione per tutti. Da cui inizia la striscia di sangue della ragazza, che a malincuore tenta di salvare capra e cavoli, casomai fosse possibile. Magari la realtà è che non ci sia niente da salvare, se non la formula “due cuori e una capanna”.
Settima stagione
Gente comune (7×01)
Sulla scia della stagione precedente, che vede la serie di Brooker raccontare sempre più il presente, lasciando la narrazione sci-fi solo a realtà o dimensioni alternative (spesso e volentieri del passato, tra l’altro) inizia anche questa. La storia è di una comune coppia innamorata sconvolta da una malattia fulminante che costringe la “nostra” lei (Rashida Jones) in coma irreversibile. Per salvarla il “nostro” lui (Chris O’Dowd) farà un patto con un diavolo hi-tech. Un episodio di straordinaria efficacia nel raccontare il controllo della tecnologia vassallo del capitalismo sulle nostre vite. Un controllo crudele che può negare o permettere il senso della vita stessa.
Bestia nera (7×02)
Di fatto (tolto qualche aggiustamento narrativo) siamo ancora nel presente, anzi, in un presente con uno sguardo rivolto al passato. La storia è di una capa ricercatrice di un’azienda che produce cioccolato che vede tornare nella propria vita un fantasma del college con un nome che è tutto un programma: Verity. In appena cinque giorni si consuma la materializzazione del classico pensiero paranoide in cui il senso di colpa dei tempi che furono ha l’incontrastabile potere revanscista di distruggere il tempo attuale. La colpa, dopotutto, lega anche più dell’amore, chi meglio di lei può rappresentare una forza in grado di superare anche quella dello spaziotempo?
Hotel Reverie (7×03)
La puntata più complessa della settima stagione nasce da une riflessione che si lega a doppio filo con quella che ha mosso l’arco di puntate precedente. L’idea è quella di entrare nel tessuto esistenziale del remake della pellicola classica proponendo la solita formula del veicolo tecnologico transdimensionale. Il film diventa una vita in cui l’alieno consapevole perché proveniente dall’esterno interviene, stravolgendone la natura, cambiandone il corso, sfumando realtà e finzione. Un’operazione sfaccettata e non sempre perfettamente a fuoco, confezionata all’interno di una puntata pensata per avere a sua volta una struttura classica, così da provocare più cortocircuiti linguistici possibili.
Come un giocattolo (7×04)
Il collegamento tra Bandersnatch e questo episodio è così palese che non serviva neanche il cameo del Colin Ritman di Will Poulter, ma tant’è. Almeno così è strachiaro per tutti. Ancora passato con un tocco di sci-fi e una sorta di immediato futuro, ma al centro c’è il videogame e, nello specifico, la sua capacità di passare da simulatore a creatore di una vita alternativa grazie al codice digitale. La struttura è quella di un giallo in cui l’assassino gioca una partita di potere con i propri aguzzini nel tentativo di manipolarli, ma la riflessione verte totalmente su come ormai l’esistenza che ha addirittura i propri natali nel computer può sovrascrivere quella reale (?).
Eulogy (7×05)
Indovinate? Sì, ancora passato. Stavolta una storia d’amore passata, fatta di rimpianti e non detti, quindi la cosa migliore con cui rovinarsi anche la giornata più bella dell’ultimo secolo. Una puntata intimista affidata alla maestria di Paul Giamatti, interprete di un uomo di mezz’età che, con l’aiuto di un AI virgiliana, si avventura nei meandri della love story giovanile che gli ha cambiato la vita attraverso le foto che scattò in quel periodo. Lo scopo è ricordare il volto dell’oggetto del suo amore. Per farlo però dovrà, ovviamente, abbandonare il proprio punto di vista e abbracciare quello di lei. Non si può pretendere di riconoscere qualcosa se non si ha la voglia di vederla nella sua interezza.
USS Callister: Infinity (7×06)
Dopo una sorta di spinoff, qui abbiamo il vero e proprio sequel di USS Callister, primo episodio della quarta stagione. Il cast è presente in toto (da Cristin Milioti a Jesse Plemons, passando per Jimmi Simpson e Billy Magnussen), così come scenografie, tono e logiche del racconto, che è sempre quello che di proporre una satira di Star Trek ipotizzando come poterlo posizione nel nostro presente. Quindi, ancora, il videogame. Se però nella “prima parte” l’idea era quello di ragionare sulla necessità di una divisione tra i due piani, stavolta c’è una riflessione dopo che l’unione tra essi è già avvenuta. Probabilmente l’episodio più divertente e divertito dell’intera stagione.
Black Mirror – Classifica definitiva degli episodi (Stagioni 1–7)
Top 15
- White Bear (St.2)
Disturbante, intelligente, sconvolgente. Il ribaltamento finale è ancora uno dei momenti più iconici della serie. - White Christmas (Speciale natalizio)
Struttura a incastri perfetta, Jon Hamm superlativo, e una delle riflessioni più cupe sull’identità e la punizione. - San Junipero (St.3)
Unica eccezione luminosa nell’universo di Black Mirror, malinconico e utopico, un episodio che ha segnato un’epoca. - Hated in the Nation (St.3)
Thriller sociale di grande tensione, con una critica lucida alla cultura dell’odio online e all’automatizzazione cieca. - Joan Is Awful (St.6)
Satira metatelevisiva brillante sul controllo algoritmico e la perdita d’identità nell’era dello streaming. - 15 Million Merits (St.1)
Visionario, emotivo, disperato. Una delle critiche più feroci al capitalismo dello spettacolo. - Shut Up and Dance (St.3)
L’episodio più spietato: nessuna tecnologia futuristica, solo l’orrore dell’essere visti. Sorprendente fino all’ultima scena. - Be Right Back (St.2)
Lutto e simulazione emotiva. Uno degli episodi più toccanti, con Domhnall Gleeson e Hayley Atwell. - Common People (St.7)
Una delle critiche più dirette e dolorose alla diseguaglianza nella sanità. Episodio sociale, asciutto e potente. - USS Callister (St.4)
Omaggio al mondo sci-fi con un villain indimenticabile. Ironico, brillante e profondo. - Eulogy (St.7)
Drammatico e introspettivo, riflette sul modo in cui costruiamo la memoria degli altri — e la nostra. Paul Giamatti straordinario. - Metalhead (St.4)
Minimalismo e sopravvivenza. Atipico, ma potente. -
Hang the DJ (St.4)
Una riflessione su amore e controllo algoritmico, tra i pochi episodi a sfiorare un finale ottimista. -
Nosedive (St.3)
Satira lucida e visivamente accattivante sull’ossessione per il consenso sociale. -
Loch Henry (St.6)
Meta-thriller su true crime e turismo del dolore. Un episodio inquieto e moderno, con buoni momenti di tensione.
Episodi interessanti ma non al vertice
- The Entire History of You (St.1)
Gelosia e sorveglianza emotiva. Un cult, anche se invecchiato meno bene. - Demon 79 (St.6)
Un’eccezione stilistica per il tono pulp, ma tematicamente affilato: fanatismo, razzismo e apocalisse morale. - Beyond the Sea (St.6)
Un cupo dramma rétro di isolamento e perdita che riflette sull’identità maschile e la brutalità del dolore. - Plaything (St.7)
Meno incisivo dei migliori, ma stimolante nel modo in cui riflette su narrazione e gioco. - Hotel Reverie (St.7)
Non ha l’impatto emotivo di San Junipero, ma cerca qualcosa di simile. Meritevole. - Arkangel (St.4)
Diretto da Jodie Foster, riflette sul controllo parentale. Interessante, ma prevedibile.
Episodi meno riusciti
-
Playtest (St.3)
Buona idea, sviluppo non all’altezza. -
Man Against Fire (St.3)
Un messaggio importante, ma troppo didascalico. -
Mazey Day (St.6)
Eccessivo nel colpo di scena, ma apprezzabile come riflessione sul voyeurismo. -
The Waldo Moment (St.2)
Satira politica che non ha retto il tempo. Forse più profetico che riuscito. -
Black Museum (St.4)
Fan service eclettico, ma manca di coesione. -
The National Anthem (St.1)
Episodio di apertura scioccante, ma meno profondo dei successivi. -
Bandersnatch (Interattivo)
Esperimento tecnico affascinante ma faticoso nella ripetitività. -
USS Callister: Into Infinity (St.7)
Piacevole, ma non necessario. Meno impatto del primo. -
Striking Vipers (St.5)
Interessante per il tema queer e l’identità, ma narrativamente debole. -
Smithereens (St.5)
Performance solida (Andrew Scott), ma episodio troppo lineare. -
Crocodile (St.4)
Eccessivamente cupo e forzato, con un finale grottesco. -
Rachel, Jack e Ashley Too (St.5)
Episodio “pop” e semiserio, tra i più criticati per tono e scrittura.
Articolo di Luca Roncoroni. I commenti delle stagioni 6 e 7 sono di Jacopo Fioretti
