La guida di SA a Black Mirror, episodio per episodio

Se gli anni Dieci del terzo millennio rischiano di passare alla memoria come quelli della retromania compulsiva e dell’eterno ritorno 80s tutto neon, paillettes e fuseaux (Stranger Things Ti Amo dei Phoenix, l’abuso del re-boot cinematografico e – da noi – il tronfio nazionalpopolare di Tommaso Paradiso, ma potremmo continuare all’infinito), Black Mirror è stata la mosca bianca nel sempre più cruciale panorama della serialità televisiva “alta”. Con la serie di Charlie Brooker si è tornati a guardare al futuro, senza troppa speranza (eufemismo) ma ponendoci dubbi non più prorogabili riguardo alle nuove tecnologie, alle arene social e a tutto il parco di dilemmi etici a corredo. Negli anni Novanta la Bibbia per il terzo millennio era il pastiche oriental-hi-tech di Matrix, tra filosofia zen e digitalizzazione, kung-fu movie e fantascienza distopica. Dalla variante Alapin utilizzata in apertura da Deep Blue contro Kasparov nella celebre gara di scacchi del ’96 fino all’apocalissi di lamiere voluta da Skynet in Terminator, il passo successivo nell’ormai sempiterno conflitto uomo-macchina era l’annientamento del primo attraverso l’obnubilazione. Da una parte una realtà industrial fatta di guerra e distruzione, con un’umanità schiava e resa fonte energetica per le macchine; dall’altra una (ir)realtà di perfetta imperfezione (la perfezione assoluta, come spiegato da Morpheus, non è una via praticabile per l’essere umano) costruita in provetta e abitata dagli avatar digitali di menti dormienti. Vent’anni dopo l’olocausto metaforico di Neo, l’Eletto, il Messia, il nuovo Cristo elettronico, Black Mirror risponde agli enigmi di una realtà che sembra aver superato la Matrix originaria, vivendoci dentro consapevolmente.

Il punto di forza della ricetta Black Mirror è stata la formula antologica e l’entrata narrativa a gamba tesa in medias res di ogni episodio: resettare tutto ogni volta senza mai contestualizzare nulla è una premessa teorica terribilmente efficace, che ha (quasi) sempre evitato il didascalismo di superflui spiegoni iniziali e talvolta ha costituito addirittura il nocciolo tematico di alcuni episodi, quando è stata spinta alle sue più estreme conseguenze (vedi Metalhead). Di contro, specie nelle ultime due stagioni, il giochino sembra essersi occasionalmente inceppato, andando incontro a una certa prevedibilità del canovaccio, per cui si sa già che prima o poi, inevitabilmente, qualcosa nella fabula DEVE andare male innescando l’edificante riflessione meta-tecnologica che vuole essere il fine ultimo della serie. In tutto questo l’acquisizione della serie da parte di Netflix nel settembre 2015 non sembra aver giovato particolarmente alle fortune di BM: pur senza snaturarne l’essenza e confezionando alcuni degli episodi migliori in assoluto, gli scricchiolii di cui abbiamo detto si sono palesati proprio a partire da quel momento. In attesa di una quinta stagione cruciale per capire in che direzione si muoverà la fortuna dello show, ripercorriamo tutti gli episodi delle quattro stagioni precedenti, tra capolavori, tonfi inaspettati e sufficienze di mestiere.

Prima Stagione

The National Anthem (1×01)

Accoppiarsi con un maiale in diretta nazionale per salvare una vita innocente (e la propria coscienza). Il primo episodio della serie è sia uno dei più iconici, sia uno dei meno riusciti. Il principale motivo di interesse è che il confine tra finzione e realpolitik è quantomai labile. La puntata anticipa infatti in modo inquietante e sospetto lo scandalo del Pig Gate, secondo cui il primo ministro inglese David Cameron ai tempi del college avrebbe partecipato al rito iniziatico di una confraternita che prevedeva un rapporto orale con la testa di un maiale morto. Nell’episodio, disturbante soprattutto per l’elevata empatia che si crea tra spettatore e protagonista, è abbozzata una prima riflessione sui perversi meccanismi virali del web e sul rapporto tra potere, etica e dignità personale. La domanda (retorica) lanciata nel finale è: quanto in là è possibile spingersi? È ormai impossibile uscire dal matrix digitale che ci circonda? Il titolo riprende l’omonima canzone dei Radiohead contenuta in Kid A, e non sarà affatto l’ultima citazione musicale della serie.

15 Millions Merits (1×02)

Pedalare all’infinito, per poter migliorare un avatar praticamente identico a quelli della Wii mentre un sottofondo catodico incessante e invasivo à la Foster Wallace intrattiene distraendo. L’eco del titolo è ovviamente ai proverbiali 15 minuti di celebrità di Warhol. L’unico modo per scappare da una quotidianità alienante e spersonalizzante, ovvia allegoria di una realtà consumistica e vuota con gabbie dorate rappresentate da lavoro e svaghi pilotati, è diventare famosi. In un mondo simile, cosa si è disposti a fare per scappare distinguendosi dalla massa? È giusto sfuggire al Sistema rifugiandosi al suo interno, scegliendo il compromesso al posto dell’integrità? E soprattutto, quante forme di protesta originariamente sincere sono state assimilate e neutralizzate da un Sistema capace di annientare il bastian contrario accogliendolo a braccia aperte?

The Entire History of You (1×03)

L’idea di base è potenzialmente tra le migliori di tutta la serie: un dispositivo innestato in ogni persona (in un mondo cronenberghiano di proto-cyborg) che consenta di rivedere – e proiettare – i ricordi  di ciascuno come registrazioni oggettive. L’intuizione consentirebbe di scavare a piacere nelle ipocrisie dei rapporti personali, nella soggettività della memoria, nella mitizzazione delle nostalgie… Peccato che il tutto si risolva in una misera storia di corna, in cui lei tradisce lui e allora lui sbrocca. Peccato.

Seconda stagione

Be Right Back (2×01)

Rimpiazzare un caro defunto con un applicazione che ne replichi in tutto e per tutto modi di fare, di dire, senso dell’umorismo, idee e opinioni. Veramente nella realtà un bot del genere esiste già, e si chiama Replika. L’estremizzazione qui sta nello spingersi fino a una dimensione fisica della riproduzione dell’Io del defunto, che ovviamente non sarà mai davvero uguale alla matrice nonostante ne abbia imparato a memoria tutti i tratti. Finale democristiano accontenta-tutti e stavolta va anche bene così.

White Bear (2×02)

Una donna si sveglia, e non ricorda niente. Neanche il tempo di raccapezzarsi che inquietanti sconosciuti mascherati cominciano a inseguirla per ucciderla. L’intero vicinato la osserva da lontano, filmando la caccia con il cellulare. La cosa migliore di Black Mirror è che non contestualizza mai niente. Al di là di espedienti narrativi di volta in volta più o meno complessi (analessi, flash-forward, ecc), spesso l’inizio è in medias res, con lo spettatore catapultato direttamente nel vivo dell’azione in un mondo possibile dove non è mai immediato raccapezzarsi. Questo è l’episodio che più di tutti acquista un senso solo nel colpo di scena conclusivo, che scioglie l’angoscia da survival per abbracciarne una ben peggiore. All’inizio sembra tutta una semplice accusa al malato voyeurismo telefonico dei testimoni di stupri, pestaggi, eccetera, che preferiscono riprendere con il cellulare invece che intervenire. In realtà si tratta di una spaventosa riflessione sul concetto di pena e giustizia. Se la prima dev’essere commisurata al crimine commesso perché trionfi la seconda, allora fino a che punto è lecito spingersi quando la tecnologia rende tutto possibile?

The Waldo Moment (2×03)

L’ascesa politica di un Gabibbo blu e virtuale che cavalca il malcontento popolare, i meccanismi virali del web e gli impulsi di pancia dell’antipolitica più populista. Vale a dire indicare a tutti cosa c’è che non va ma non avere niente di valido con cui sostituirlo. L’esasperazione della maggioranza contro i privilegi di una casta politica machiavellica e foriera di promesse elettorali puntualmente disattese, il rendersi paladino di tutti perché consapevole di non essere migliore di nessuno. Il tutto avendo alle spalle uno staff capace di un marketing incessante e spregiudicato. L’episodio scorre placido e prevedibile verso il suo finale annunciato, con zero colpi di scena e nessuna battuta del logorroico orsetto che sia davvero spassosa. Che il problema sia che da queste parti questa storia l’abbiamo già vissuta e il Vaffa-Day è già roba vecchia?

Speciale

White Christmas

Una casetta sperduta, due uomini reclusi in un esilio volontario (?) che si raccontano a vicenda. Lo speciale natalizio è sicuramente da podio, grazie a una sceneggiatura schiacciasassi. Addirittura tre storie intrecciate tra loro superbamente, ciascuna con un tema interessante e spinto fino alle sue conseguenze più estreme: un reality che sfugge al controllo dei suoi creatori, il blocco social esteso IRL, la clonazione come nuova schiavitù. E in conclusione, un ulteriore spunto (che tornerà in Black Museum): con la possibilità della clonazione (in questo caso virtuale), è lecito estendere la pena per una colpa della matrice, anche alle sue copie?

Terza stagione

Nosedive (3×01)

Vivere la propria intera esistenza in funzione di un profilo social che ribalta così la sua veste di specchio e rappresentazione, diventando esso stesso il soggetto rappresentato nella quotidianità. È un esito paradossale ma tristemente verosimile, che immagina un futuro in cui il ceto sociale è definito dalle piattaforme social, principali vettori di ascesa (anche) lavorativa, rete relazionale e metro economico. Anche qui i riscontri reali – vedi l’influencer che vorrebbe pagare il suo soggiorno in hotel tramite pubblicità sul suo profilo – non mancano. Peccato per il finale buonista e fintamente liberatorio.

Playtest (3×02)

Testare videogiochi in via di sviluppo è il sogno più bagnato di ogni nerd che si rispetti. Ma cosa succede quando la simulazione diventa troppo realistica? L’episodio è un omaggio al cinema horror, un gioco a matrioska che frustra continuamente la convinzione dello spettatore di aver capito il trucco, con un protagonista irritante che incarna tutti gli stereotipi più abusati del ragazzone americano in Erasmus. Il climax di paranoia finale è sicuramente riuscito, ma l’episodio in sé lascia pochino che si faccia ricordare, a parte la location lovercraftiana.

Shut Up and Dance (3×03)

Un adolescente si masturba davanti al PC, e un hacker lo ricatta. Anche qui il riferimento alla cronaca non manca, vedi il fenomeno Blue Whale (vero o presunto tale che sia). Ricatto virtuale in un gioco al massacro, per un action serratissimo e al cardiopalma. Ma l’innocente ragazzino con cui si empatizza per tutta la durata dell’episodio, in realtà è solo un altro mostro schifoso. E allora quanto è potente e deformante la lente attraverso cui vediamo ogni cosa? Quanto cambia il nostro giudizio morale su una persona, non appena la sua intimità è smascherata ed esposta? E quanto è bravo Ser Bronn delle Acque Nere a fare il buon padre di famiglia che va ad escort?

San Junipero (3×04)

Gran parte della puntata è un godereccio divertissemente tributario dei favolosi anni Ottanta, quindi retromania a palate a suon di Belinda Carlisle e videogiochi arcade. Il tutto è però un giocoso pretesto per raccontare una tenera, commovente e crepuscolare storia d’amore che si trova indissolubilmente legata al tema dell’eutanasia, e della possibilità di scelta tra un sonno mortale e un Aldilà artificiale. Sembrerebbe avere un lieto fine, ma l’inquadratura finale lascia il dubbio: forse la verità è che tutto è ancora un plasticoso prodotto, e la felicità eterna è semplicemente un puntino tra i tanti di una corporate inumante. Ma se anche fosse, che problema c’è? La puntata è rapidamente diventata il cult assoluto dell’intera serie, vuoi perché è uscita al momento perfetto (in piena ondata di revival anni Ottanta), vuoi perché rappresenta un’ombra parziale lanciata sulla dorata retromania imperante (il finale vagamente arcigno). Dicevamo in apertura di BM come serie che torna finalmente a guardare al futuro dopo troppa retromania. San Junipero è – di fatto – la puntata in cui il giochino sembra incartarsi e incastrarsi, avviluppandosi un po’ su sé stesso. Da qui in poi infatti la serie diventa definitivamente qualcosa di più canonicamente Netflix oriented, perdendo un po’ della sua aura da scheggia impazzita nel panorama della serialità televisiva.

Man Against Fire (3×05)

L’episodio sembra un crossover tra un Full Metal Jacket virato in chiave minimal chic e bianco-filtrato e il classico zombie movie (Io Sono Leggenda, Z War, o magari cose più gustose come il francese The Horde). L’obiettivo è chiaramente stimolare una riflessione sul lavaggio del cervello operato ai danni di militari e popolazione sul “diverso” di turno da emarginare. L’ovvio rimando è all’Olocausto ebreo della Seconda Guerra Mondiale, con un pizzico di eccessiva retorica che in sé resterebbe anche facilmente perdonabile. Peccato che il colpo di scena risolutivo si annusi ben prima dell’immancabile e fin troppo didascalico spiegone finale, e l’opinabile scelta morale in conclusione risolve il tutto in una sorta di 15 Milioni di Celebrità 2.0. Vale a dire, se non puoi fottere il Sistema, lasciati fottere che è meglio. Quantomeno la cattiveria non è lesinata, con addirittura due famiglie crivellate di colpi. 

Hated in the Nation (3×06)

Le api si sono estinte, e così l’uomo ha creato dei mini-robot che ne ricalcano aspetto e funzioni, fondamentali per l’equilibrio dell’ecosistema. Avrebbe potuto risolversi in un pasticcio confuso, data la mole di temi che affronta. Infatti si prende quasi un’ora e mezza di puntata, inevitabile per non scadere in uno spiccio bignami tritatutto. E invece tutto è sviluppato nello giusta misura. Dalla distopia ecologista passando per il labile confine tra sicurezza e privacy, fino all’hate speech del popolo di indinniati pronti a mettere alla gogna chiunque sul web. Il pubblico ludibrio da social può portare al suicidio, e in questo senso i casi di cronaca reale purtroppo non mancano. Qui il devastante colpo di scena finale si concretizza in un contrappasso che si ritorce crudelmente (?) contro gli stessi lanciatori di pomodori virtuali. Chi ha davvero torto? L’indignazione pecoreccia potrà anche muovere da giuste ragioni, ma le conseguenze rischiano troppo spesso di risultare ancora più disastrose. E allora rispondere con la stessa moneta non è la soluzione, altrimenti la spirale di vendette rischia di diventare infinita (vedi il finale aperto). 

Quarta stagione

USS Callister (4×01)

Il crossover è potenzialmente una cosa davvero esaltante, visto che l’episodio mischia praticamente in parti uguali una ridanciana retromania nerd per Star Trek e risvolti creepy davvero inquietanti che riprendono le suggestioni più sadiche e paranoiche dell’Harlan Ellison di Non Ho Bocca, e Devo Urlare. Il mix viene viene sviluppato più sì che no, restando comunque un godibilissimo entertainement e poco di più. Da segnalare è il ribaltamento dell’archetipo tipicamente anni Ottanta del nerd protagonista: da buono sfigato inserito in una prevedibile parabola di riscatto sociale (che lo riabilita con i coetanei e/o con la figa di turno), qui invece è un sociopatico demiurgo che finisce pure per restarci morto. Frecciatina all’alt right da tastiera e a tutto il mondo incel?

Arkangel (4×02)

Il parental control portato alle sue massime conseguenze, o forse no. Uno degli episodi più verosimili della serie (diretto da Jodie Foster), in cui l’estremizzazione consentita dalla tecnologia è l’approdo ultimo di paranoie che già rovinano la vita a troppi disadattati vessati dalle eccessive apprensioni dei genitori. L’unica cosa importante è filtrare la violenza dal mondo che circonda la figlia, e niente può impedirlo. Non il fatto che la bambina non sia in grado di aiutare un uomo che agonizza, riconoscere il pericolo rappresentato da un animale, o che a furia di un’esistenza anestetizzata sia diventata una specie di sociopatica disagiata. Alla necessaria rimozione del filtro, comandata anziché compresa, la violenza di un mondo permeato da pornografia, sadismo ed efferatezze irrompe profluviale negli occhi vergini della protagonista. E quando la bimba diventa ragazza, e arrivano le prime esperienze tra sesso e droga, la soluzione – anziché il dialogo tra madre e figlia – non può essere che un ritorno al controllo, ulteriormente irrigidito. La morale è semplice e facilmente intuibile all’interno dei primi dieci minuti della puntata, ma quest’episodio andrebbe mostrato in tutti i corsi genitoriali. Magari avremmo in giro meno bamboccioni potenzialmente psicopatici. E nel titolo c’è forse un omaggio a Burial?

Crocodile (4×03)

Lui e lei a spasso in macchina, investono per sbaglio un ciclista e si sbarazzano del corpo. Un thriller talmente innevato che sembra scandinavo, e (forse) il peggior episodio della serie. L’espediente tecnologico è lo stesso di The Entire History of You, ma proprio identico, solo inspiegabilmente retrodatato. Perché non si capisce come mai per rivivere i ricordi si utilizzino dei ridicoli televisorini a tubino catodico. E come mai all’improvviso la minutissima protagonista riesca a trasportare cadaveri su e giù per il mondo, e si diverta a prendere a martellate gente a caso. L’angoscia di una rapidissima spirale psicotica è resa strabuzzando gli occhi e sbavandosi il trucco a suon di lacrimoni (da coccodrillo). Si veste castigatissima, il marito è rincoglionito e non si accorge di nulla, alla recita scolastica le truccano il figlio come Gomez de La Famiglia Addams. Meno male che alla fine il topo pone fine alle sue (e alle nostre) sofferenze, non se ne poteva più. Non c’è allegoria, non c’è insegnamento, c’è solo un thriller (fintamente) tecnologico girato davvero male.

Hang the DJ (4×04)

Alla ricerca del partner ideale, supportati da un’applicazione che mostra in tempo reale quanto manchi alla fine della relazione in corso. L’episodio sembra partire prendendo di mira le app di incontri (Meetic, ecc.), ammonendo lo spettatore a godersi ogni istante accanto alla persona amata di turno senza, vivendo nel momento e senza ansie nel futuro. Poi gradualmente la paranoia di un sistema totalizzante e con una vita di coppia votata unicamente al mero accoppiamento sessuale serpeggia sempre più invadente. Tutti i dubbi accumulati durante la puntata (questi scopano e basta dalla mattina alla sera? Senza fare mai bambini? E in questo posto nessuno invecchia?) vengono sciolti dal twist conclusivo, che traghetta verso l’unico finale della serie lieto al 100% (anzi, 99,5%). O forse no, perché l’ironia resta: solo attraverso la ribellione all’app è possibile raggiungere la felicità (iniziare la relazione di una vita), ma la ribellione è esattamente quello che l’app prevede. La citazione del titolo è alla canzone Panic dei The Smiths, che a sua volta parla di ribellione anti-sistemica.

Metalhead (4×05)

L’ansia motrice è la stessa di Terminator: una macchina che ti insegue per ucciderti, implacabile e inarrestabile. Ci sono dei cani robot senza testa e senz’anima che uccidono tutto, uomini e animali indistintamente. Il contrasto tra carne e lamiere è disturbante e a tratti quasi intollerabile, in una post-apocalissi brutale e inanimata. Le premesse teoriche della serie sembrano spinte alle conseguenze più estreme: la completa assenza di contestualizzazione dell’incipit in medias res si traduce in un’assenza di spunti riflessivi “educativi” che, a differenza di altri e meno felici precedenti all’interno della stessa BM, è un assoluto godimento: l’episodio è pura azione, adrenalinica e mai filtrata, permeato da una violenza che risulta ancora più disturbante proprio perché aliena e senza significato.

Black Museum (4×06)

Episodio antologico e di raccordo: i tanti e gustosi easter egg che rimandano a episodi precedenti della serie sembrano rispondere alla volontà di ricondurre tutto ad un unico universo narrativo, come se tutte le puntate fossero in realtà ambientate nello stesso mondo. La struttura a matrioska sulla falsariga di White Christmas non è però altrettanto oliata ed efficace: la sensazione è che le tre storie “a finestra” siano b-sides riciclate da idee non abbastanza forti da reggere sulle proprie spalle un intero episodio. Vince comunque il premio simpatia il mitico dottor Dixon, che ci porta per mano a scoprire le gioie del sado-masochismo più estremo. Purtroppo le altre due storielle sono poca roba, il colpo di scena finale è facilmente intuibile sin dall’inizio e il cast non fa molto per migliorare la situazione. Peccato.

Classifica

Ecco allora la nostra personalissima classifica finale degli episodi dell’intera serie, dal più valido al più scarso:

  1. White Bear
  2. Hated in the Nation
  3. White Christmas
  4. 15 Milion Merits
  5. Shut Up and Dance
  6. San Junipero
  7. USS Callister
  8. Metalhead
  9. Be Right Back
  10. Hang the Dj
  11. Nosedive
  12. Arkangel
  13. The Entire History of You
  14. Playtest
  15. Man Against Fire
  16. The Waldo Moment
  17. Black Museum
  18. The National Anthem
  19. Crocodile
27 settembre 2018
27 settembre 2018
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