L’irrequieta fugacità dell’emul-rock

Teletrasporti

Stiamo assistendo negli ultimi tempi (due anni, più o meno) ad una proliferazione di gruppi che fanno della citazione stilistica una vera e propria cifra espressiva. Fedeli all’assunto del “grande futuro dietro le spalle”, è nel cospicuo serbatoio del passato che questi nuovi alfieri sonici affondano lo scandaglio, estraendone quantità sterminate di elementi, forme e – talvolta – sostanze che rielaborano con piglio febbrile, mossi da un’urgenza asprigna, sferzanti e rapidi come i tempi che corrono.

Sono ragazzi, spesso giovanissimi. Emulano musica e musicisti che li hanno preceduti con piglio famelico e dissacrante, celebrandone il dogma e la dissoluzione assieme. Tentano, al pari dei più folli ingegneri della chimica umana, di clonare il DNA dei vari Lou Reed, Ian Curtis, Brian Wilson e Jonny Rotten credendo di rintracciare in queste sofisticate simulazioni le chiavi di intangibili porte della percezione. La neue welle che incarnano si teletrasporta nello spirito di un epoca che non ha vissuto ma che avrebbe tanto voluto vivere oppure (eppure) la fa a pezzetti in virtù di inesorabili (e talora efficaci) taglia e cuci.

Nell’aria si sentono umori di ogni tipo, come se nella loro camera da letto ci fosse una finestra che si affaccia sul cortile di Woodstock, sorta di stargate che proietta più o meno nitidamente una credibile dimensione parallela senza assi temporali e spaziali. In questo mondo “altro” succede di tutto, basta allargare o restringere l’occhio della telecamera e focalizzare l’attenzione su uno o più particolari, proprio come in Imitation of Life, il videoclip dei Rem (a sua volta riecheggiante il film Velvet Underground di Warhol, ma questa è un’altra storia… O no?).

C’è chi ha vissuto con gli Hells Angels cavalcando nere diaboliche motociclette (Black Rebel Motorcycle Club), chi ha fatto surf con Brian Wilson (Thrills), chi ha suonato dentro un saloon con Robert Johnson (Kills), chi ha sniffato colla con Ian Curtis (Interpol), chi si è fatto la prima pera con Iggy Stooge (Strokes), chi passeggia con Simon e Garfunkel (Kings Of Convenience) e chi è andato in discoteca con James Chance zeppo di psicofarmaci (Rapture). Ognuna di queste persone riporta ad un epoca, a uno spirito andato o a una combinazione di situazioni: mississippi ’40, California ’60, New York ’70, Manchester ’80…

Protesi

Ogni musicista, in quanto individuo inserito in un contesto sociale,ha subito delle influenze e, specie agli esordi, riproduce più o meno consapevolmente quel che altri hanno fatto prima di lui. Se va bene, se ci mette del proprio ed è pure significativo, la critica (il pubblico) prima o poi se ne accorge. È pressoché inevitabile (non considerando i prodigi): all’inizio di ogni apprendistato ciò che si fa è una più o meno riuscita emulazione del già sentito, emulazione che naturalmente postula la presenza – diremmo quasi omeopatica – di un quid personale. Basti pensare alle sciocchezzuole surf e doo wop del Lou Reed adolescente, al punk rock degli Squirrel Bait prima della trasfigurazione Slint, al college pop ombroso dei Radiohead in nuce (quando ancora si facevano chiamare On A Friday)…

Un processo che oggi ha tutta l’aria di svilupparsi in termini differenti, o perlomeno non accade solamente attraverso una scena reale,un interscambio tra musicisti appartenenti se vogliamo ad un movimento più allargato, di giovani versus adulti, di vecchi stili di vita contrapposti a dei nuovi, di vecchie menzogne e nuove verità.

La realtà sembra oggi caratterizzata piuttosto da un intento dissimulazione sganciata dalla spazialità e dalla temporalità,vissuta la maggior parte delle volte al singolare o all’interno di un numero esiguo di persone. Il minimo comun denominatore sembra essere sempre la succitata famosa camera da letto, con la determinante aggiunta di protesi mediatiche altamente sofisticate.

Ibridi

L’intento di tanti gruppi odierni non è quello di partireda una scena, da un’influenza vissuta in un presente più o meno prossimo che a sua volta si agganci a riferimenti del passato: come un Jimmi Page che scavava nel blues confrontandosi con Clapton o JeffBeck o proprio con gli adorati mostri sacri del blues incontrati magari dal vivo (con enorme emozione); oppure come gli alfieri del MerseyBeat che sarebbero stati capaci di uccidere un marinaio per avere una copia di un 45 giri di Chuck Berry.
No, la missione di cui sembrano improvvisamente essersi incaricati è di creare a mo di ponte-ologrammistartrechiano una realtà virtuale che riproduca fedelmente quello che era una costellazione di eventi (sociali, climatici e culturali)e da lì cercare di comportarsi proprio come se si fosse vissuti in quel periodo magari un attimo prima che Reed incidesse Heroin oppure sbirciando dalla finestra di Brian Wilson prima che brucasse gli originali di quello che avrebbe dovuto essere l’album Smile.

I super dvd di oggi non riescono forse a riesumare eventi come Woodstock, il r’n’r circus (con tutti i suoi giovanissimi eroi e martiri) o il magical mystery beatlesiano? Con i sofisticati laptop non possiamo volendo campionare quegli stessi suoni e rimetterli in pista a nostro piacimento? Non sta forse per uscire un Let It Be de-spectorizzato e riprocessato in modo tale da reinventare una situazione mediatica/culturale che non fu, realtà parallela nuova e vecchia assieme, viva e immobile, possibile e impossibile? Perché non inserire tra battiti house un’emulazione della voce di Robert Smith (Rapture), perché non programmiamo il computer settando i parametri della simulazione in modo che questa riproduca un improbabile ibrido tra dark-rockers e proto-house baggies? Perché non fondiamo il dna di Smith con quello di Figers Inc, oppure quello di Ian Curtis con quello di Tom Verlaine? Infatti, perché no?

Ologrammi

Intendiamoci, la riarticolazione del preesistente è un gesto connaturato al rock (essendo il rock stesso sintesi di stilemi blues, folk, gospelecc). Però in questi fenomeni imitativi manca il chimismo tra gli elementi, il reagente, la volontà di procedere oltre attraverso la soluzione delle forme. Il profilo del suono è una sorta di patchwork (Frankenstein?) tenuto assieme da un’energia febbrile ma estemporanea,come se il senso (il valore) di questo “oltre” – introspezione pura, visione inedita, utopia redentrice… – fosse andato perduto,estinto assieme alla fede nel rock (sentimento che qualcuno volle “scena”:e fu il post rock).
Quando questo processo diventa pura vertigine ecco che un’unica influenza diventa religione da vivere e praticare, quando l’occhio della telecamera si restringe a un particolare univoco. Kings Of Convenience, Thrills, Radar Bros hanno un modello di riferimento imprescindibile,da lì partono e lì finiscono, salvo rarissime escursioni.Mai però oltre la siepe, immobili nell’incanto della contemplazione,sottilmente compiaciuti dello spazio che li separa dai rovelli del presente.

Negli anni ’70 il revival dei ’50 aveva una piega del tutto diversa, si iniettava disagio quotidiano di una harsh reality nel ventre ritmico del r’n’r, da lì ne uscivano zombie (Cramps), poetesse (Patty Smith) e cinici dal cuore d’oro (JonathanRichman), alchimie, fashion storico…

L’amara constatazione è che something is missing today,ed è un qualcosa di importante. Vivere di ponti ologrammi è sempre una sintesi virtuale di ciò che è una realtà più ampia,la digitalizzazione cova nell’impercepibile un errore fisiologico,una riduzione di complessità che fa scorgere all’osservatore attento delle zone più o meno visibili al cui interno si celano flussi di uni e di zeri, un po’ come in Matrix tanto per intenderci…

Disincanti

Vivere pensando d’esser Bowie a cena coi Kraftwerk (il nostro Morgan) dopo aver masticato ore e ore di filmati, magari con l’aiuto di una tavoletta di LSD, non è proprio come esser stati lì. Vestirsi come dei Ramones folgorati da Calvin Klein e suonare melodie prensili foderate di minacce velvettiane e bagliori Television (The Strokes) non significa calpestare quelle strade di New York.

Dietro ad un certosino lavoro di simulazione (sorta di training ciber-indotto:sempre Matrix…) si nasconde l’incapacità del musicista di costruirsi una identità stabile al singolare (io musicista)e poi al plurale (noi gruppo). Inevitabilmente questo si traduce nel linguaggio musicale e nella stabilità delle formazioni, quest’ultime simili ormai a costruzioni lego in cui ogni elemento tranne forse il leader (se c’è) è sostituibile a piacimento (proprio come la ragione sociale dopo l’immancabile articolo determinativo “the”).E senza che questo – ciò che è peggio – comporti alcuna differenza sensibile ai fini del risultato.

Non è tanto, sia chiaro, questione di mediocrità tecnica ma il segno di uno spaesamento radicale, la cifra di un disincanto pernicioso che atrofizza la spinta idealistica, abortisce quel senso di “missione” che non poteva prescindere dal gruppo inteso come valore aggiunto, dai suoi (dis)equilibri interni, dal suo configurarsi in quanto pseudo-comune.

Amnesie

È il senso delle cose oggi ad essere poco chiaro e a fronte di questo la tecnologia permette di saltare diversi passaggi e ottenere subito, e senza tanta fatica, un risultato estetico. La crisi dell’identità è lo specchio di una crisi più ampia, di un presente incomprensibile e troppo complesso e pieno di menzogne da gestire, ed è in questi termini che il passato comincia a diventare un rifugio.

Il passato infatti è pur sempre congelato nella storia, il passato è meno complesso del reale, è fatto di situazioni fissate una volta per sempre, di sintesi che qualcuno ha fatto e poi ha scritto o tramandato oralmente…

Il passato di oggi però è campionabile e scomponibile edigitalizzabile al computer, oppure shakerabile con un mixer e due piatti.Da lì il concetto di simulazione: un passato vivido e tirato alucido che rivive nella virtualità del digitale (DVD, CD, Internet),e la possibilità di poterlo ricreare e scomporre in maniera altrettanto astratta con dispiego minimo di persone e mezzi.

Ne deriva che l’epicentro sembra traslare verso la superficie,e proprio in questa “amnesia di profondità” cercare e trovare la propria giustificazione. Anzi: la propria essenza. Come se il rock non potesse più prendersi sul serio, una volta dissanguatele utopie, disarmate le speranze, dissolte (in nero) le prospettive.E quindi si accontentasse della propria flagrante e attiva presenza nel gran circo dei media, giullare di se stesso, chiuso nella casa di specchi del polimorfo passato.Che rimane un serbatoio pressoché inesauribile per la volontà ricombinatoria di piccoli, grandi o sedicenti talentuosi. Perché ancora una volta sta qui il discrimine tra il buono ed il meno buono: il talento.

Plastico

Fermo restando che l’ascolto continua in tutti i casi a sembrare un tiro al piccione di riferimenti e citazioni (o di furti, nei casi più malandrini), è la coerenza interna delle opere, la capacità di far camminare un’estetica sulle proprie gambe,che fa la differenza: se da una parte i già citati The Strokes sembrano marionette in balia delle coordinate che si sono scelti da sé (equi lasciamo cadere un sordido punto interrogativo), se i White Stripes dissimulano la piattezza della scrittura sotto pose, colori & modernariatohard-blues, e se i BRMC provano – dopo il bagno nel bitume Jesus And Mary Chain dell’esordio – a smarcarsi oscillando tra assalti sintetici Primal Scream e facilonerie Oasis (rovinando nel plasticume), non possiamo negare a certuni la capacità di un linguaggio intensissimo (vedigli Interpol, talmente organici al linguaggio Syster Of Mercy-Joy Division da spalancare stordenti gorghi temporali), talora in grado di innescare tensioni stilistiche sconvolgenti (vedi i The Liars coi loro rotori punk-funk innervati di pulsazioni dance e decolli psichedelici à la Interstellar Overdrive) o dal fascino brumoso (l’accoppiata Tv On The Radio e Secret Machine, di cui attendiamo l’esordio su lunga distanza con curiosità e giustificata fiducia).

E ancora: la claustrofobica nevrastenia degli El Guapo hail passo inesorabile di chi si porta dentro un dissidio incurabile, mentre i The Kills suonano come i Jalisse travestiti da cugini blues dei Suicide; gli Starvations sembrano davvero cavalcare il nero destriero di Gun Club via Green On Red, mentre nel ribellismo dirty beat dei Libertines non possiamo fare a meno di avvertire un retrogusto di plastica, un rumore di calcolatrice,un venticello di avventatezza. E via discorrendo.

Purtuttavia, anche le migliori tra queste esperienze musicali non hanno prodotto sostanze artistiche degne di quel passato che – saccheggiandolo –  riesumano. Non ci sono nuovi John Cale, Johnny Rotten e Johnny Cash, ma forme appartenenti ad un plastico. Non mura di una città vera,cemento, frutto di duro lavoro e certosino artigianato, ma artefatti fondali da film finto alternativo-pseudo off. Non giorni e notti passate a provare una manciata di accordi perché assomiglino ad un gracchiante disco di blues importato oppure – non sia mai – quella genuina voglia di suonare assieme con così tanto entusiasmo e rabbia e ingenuità da improntarne il vinile (e a quel punto che importa se non c’è nulla che suoni perfetto o a modo), ma una fedele, rapida, posticcia riproduzione di irrequietezze e ruvidità.

Dinamiche/Scontri

I Kraftwerk che nel video storico Trans Europe Express si fanno riprendere in posa dandy nel compartimento di un futuribile (e oggi risibile) treno tutti acchitati, mentre nel testo della canzone fanno menzione di un incontro a Berlino con Bowie e Iggy Pop, lasciano intendere che dietro alla fiction c’è un interscambio allargato, un sociale artistico in movimento, un reale che si costruisce in confronto a un passato riconoscibile (e detestabile). Il loro è quindi un artificio che si struttura sulla sintesi di un sopralluogo concreto, quindi (piantato nel) vivo.

È il sociale, quel flusso di esperienze ed esistenze che si intersecano in tempi e luoghi reali, che costruisce i significati di una realtà altra,che pur sempre piglia e succhia da un quotidiano complesso ma fattuale.Se poi quel reale è pregno di aspetti che sono in contrasto con una nuova ed auspicabile visione del mondo e della vita, ecco allora che si creano dinamiche di amico/nemico, nuovo versus vecchio, prospettiva temporale.

Nel r’n’r Circus c’erano tutti, da Lennon a Brian Jones passando per i Jethro Tull, mentre la scena newyorchese attuale è pura fiction: non esiste come un circuito sottoculturale paragonabile a quello del Greenwich o a quello Londinese dei sessanta. Sembra che questi ragazzi abbiamo passato più notti al computer alle prese con opzioni pre-impostate che in giro a confrontarsi con amici e nemici. Non ci sono Tom Verlainee Patty Smith nella Grande Mela di oggi e non ci sono anche perché – talento a parte – manca un flusso di energie vitali che si incontrano e scontrano.

Limbo

Non bastano infatti le meditazioni/masturbazioni da cameretta, seppur con il computer più potente e col collegamento in fibra ottica più veloce del mondo. Il pc non conosce le differenze di valore, azzera spazi e tempi e mastica tutto al presente, macina uni e zeri a una velocità tale da inscenare zone di limbo fuori dalla realtà. Non stupisce quindi che la musica figlia di questi tempi e queste modalità si concepisca come pura tensione superficiale, combinazione febbrile di pose e stilemi bramosa di sbatterci in faccia la propria paranoide erudizione, un cataclisma simulato, levigato, normalizzato.
Ma la simulazione, per ambire al fascino dell’immortalità,deve dar forma tanto al baratro che alla vertigine. Per questo, per la loro natura di immagini fugaci sulla retina, i dischi di questa wave testarda & bastarda sembrano destinati – con poche fisiologiche eccezioni – a svanire, ingoiati dal tempo e dal naturale moto dispersivo della memoria. Che poi significa un ritorno nello stesso grembo sterile che li ha generati.

Discografia

Paradiso

Black Eyes
El Guapo Fake French
Tv On The Radio Young Liars EP
The Starvations Get Well Soon
Interpol Turn on the Bright Lights

Purgatorio

!!! Me and Giuliani Down By the Schoolyard
Coral Magic and medicine
Rapture Echoes
Yeah Yeah Yeahs Fever To Tell

Inferno

White Stripes Elephant
Black Rebel Motorcycle Club Take Them, On Your Own
The Kills Keep On Your Mean Side
The Thrills So Much For The City
Strokes – Room On Fire

Speciale Emul-Rock: intervista a Beppe Colli

Molti musicisti invece di farsi le ossa, suonando e riprovando un brano fino a entrare den-tro un linguaggio musicale (esempio il blues) e farlo proprio, si fanno affascinare da un “sound” e da lì sembra che il loro scopo non sia quello di sudare e fare gavetta, ma quello di emulare quel tipo di approccio, non importa con quali mezzi, l’importante è il risultato e l’immediato godimento di ciò perpoi magari passare ad altro. Pensi che questo sia vero?

Uhmm… è una domanda complessa… e una questione molto complicata,che chiama in causa tutta una serie di fattori. Ma proverò a risponderti.Qualche mese fa ho visto The Soul of a Man (L’anima di un uomo), il film di Wim Wenders dedicato al blues. Direi che lì è chiaramente illustrato – ovviamente in modo del tutto involontario, consideratolo scopo del film – il dramma della questione: abbiamo dapprima un linguaggio musicale in piena evoluzione; vediamo poi alcune modalità deri-vate,ad esempio il cosiddetto “British Blues” – i Cream e John Mayallcon i Bluesbreakers.

Dopo di che è del tutto evidente che il linguaggio si ossifica e si tramuta in uno “stile” – proprio come un ca-podi vestiario che indossi per andare da qualche parte e che poi togli con la stessa disinvoltura. (Per me è decisamente misterioso: quella che nelle intenzioni è una serie destinata a provare la vitalità del blues – ho visto anche il film di Martin Scorsese, che da questo punto di vista è anche peggio – sembra solo in grado di illustrarne l’avvenuto decesso).

E’ ovvio che se invece di chiamare – diciamo – Jon Spencer Blues Explosion e Beck avessero mostrato Jack Bruce al piano (oggi) o uno speri-mentatore con un piede nella tradizione come Elliott Sharp allora il discorso sarebbe stato diverso. Per non parlare di come lo stesso concetto di blues è stato riconsiderato – proprio nelle sue implicazioni musicali – da gente come Cecil Taylor, Anthony Braxton, George Lewis, Muhal Richard Abrams o Anthony Davis.

Allargando il discorso al jazz è parimenti ovvio che un omaggioa Miles Davis fatto da Henry Kaiser o un omaggio ad Albert Ayler fatto dall’Art Ensemble of Chicago o a John Coltrane da parte del ROVA Saxophone Quartet non è la stessa cosa di una riproposizione di Miles Davis essenzialmente “sartoriale”. Però qui ci sono (almeno) due considerazioni da fare: la prima è che un idioma va innanzitutto compreso – e poi sviluppato – in quanto musica; la seconda è che bisogna anche possedere i mezzi tecnici per farlo. Ma oggi nemmeno il primo fattore è così scontato, sia per quanto riguardagli stessi musicisti che per quelli che dovrebbero (o almeno così credo) fungere da filtro. Faccio solo due esempi.

Qualche anno fa ho visto dal vivo gli Old Time Relijun e i Flying Luttenbachers: si volevano i primi gruppo “beefheartiano”, i secondi “ayleriano”; orbene, alla prova dei fatti i primi erano solo dei ragazzi di buona volontà che eseguivano (male) un blues assolutamente “generico”, i secondi erano “ayleriani” solo se consideriamo Ayler uno che starnazzava dentro il sassofono. Ora, io non sono affatto sicuro che guardando all’indietroi più di-stinguano oltre la superficie (e per il pubblico c’è laquestione aggiuntiva del livello “televisivo” di attenzioneoggi abituale).

E se il filtro non discrimina, non posso certo aspettarmiche siano proprio i musicisti a mettersi in dubbio – almeno finché trovanochi li paga. Ma cambiare superficie (o capo d’abbigliamento, se vuoi) non appena ha stancato è molto più facile che abbandonare un idioma appreso in profondità. E inoltre: perché approfondire qualcosa se in ogni caso ciò non aumenterà in alcun modole tue possibilità di successo? (Il che ovviamente comporta tutta una serie di problemi non da poco.)

Com’è che il valore del gruppo in quanto tutto superiore alleparti o come dialettica a due o più persone si riduce all’esternazione dei gusti di uno o meglio ancora all’emulare insieme qualcosa per rivivere un mood passato?

Qui direi che le questioni sono due, e distinte. Prendo a bella posta come esempio un gruppo che non mi è mai piaciuto granché,i Led Zeppelin, così vediamo di evitare l’accusa di “reducismo”. È ovvio che agli inizi il gruppo era quasi esclusivamente una proiezione di Jimmy Page – l’elemento di maggior peso in termini di carriera,tecnica,linguaggio musicale, esperienza del lavoro di studio; ma gli altri componentihanno fornito da subito (almeno) una “pronuncia” decisamentericonoscibile sui rispettivi strumenti, per poi aumentare l’apporto fornitoal gruppo parallelamente alla propria evoluzione. Per fare un’osservazione “laterale” ricordoche i Led Zeppelin sono cambiati molto da disco a disco nonostante ilgrande successo già ottenuto rendesse molto più semplicee decisamente meno rischioso replicare la formula vincente.

Evidentementei metri di riferimento non erano solo di tipo “esterno”. Se consideri l’età dei componenti e il cambiamento accelerato dellamusica da un album all’altro (e questo vale per quasi tutti i gruppidell’epoca) risulta ovvio che tirare in ballo la “giovane età” quale fattore in grado di scusare la pochezza dei risultati, come oggi vienespesso fatto, in realtà non ci porta da nessuna parte. Cantantie sclusi, quanto cambierebbe il suono di un gruppo se ne cambiassimo i componenti? Essere “riconoscibile” sullo strumento è oggi l’eccezione, non certo la regola. Il discorso sul passato potrebbe essere affrontato in moltissimi modi. Limitiamoci a due. (Accenno al fatto che le sintesi passate presentano il vantaggio di avere già superato un “esame evolutivo”: sono già piaciute.)

Innanzitutto il passato offre delle sintesi già effettuate, che non hanno bisogno di essere elaborate da zero; dal che risparmio di tempo e conseguente “fungibilità”:se il disco “funky & godereccio” non vende faccio una “svolta acustica”; inoltre gli stili passati funzionano anche come “signifiers”: se imbraccio una chitarra acustica, uso il bottleneck e assumo un’aria ispirata sono “autentico” – come il blues (mentre potrei essere ancora più fasullo della “punkette” Avril Lavigne).

Ma c’è anche un’altra valenza che è bene considerare: la convinzione (che personalmente ritengo errata, ma che è sempre più diffusa come effetto della vulgata del “postmo-derno”) che il presente produca sempre più “superficie” e che solo il passato sia il luogo dell’autentico.

Perché a fronte di una banca dati musicali come internet c’è unarincorsa ad un feticismo schizoide per il passato? Si tratta forse diuna fase ludica destinata ad esaurirsi in breve tem-po, o è piuttostola nichilistica convinzione che la mole del passato – finalmente disponibilein real time – sia incomparabilmente più ricca di qualsivogliasviluppo futuro?

Anche questa mi pare una questione che ha (almeno)due facce. Per un verso il ricorso al passato non mi pare così misterioso: in “unpassato” avvenne “una sintesi” – un filtraggio, innanzituttoper il ripido accesso ai mezzi di produzione della musica; oggi non esistepiù (di fatto) alcun filtro, innan-zitutto nell’accezione economica (“uno studio in ogni casa!”), poi nel senso dell’abbattimentodegli standard qualitativi (a nessuno importa più veramente comesi suona – la stessa questione credo ap-paia oggi ai più del tuttopriva di senso – e inoltre molta musica è fatta “a macchina”), poi perché per più motivi i giornali (io direi “silimitano a” ma forse è più neutro dire “consideranoquale pro-prio compito quello di”) scaricano addosso al lettorequanto più è possibile (“240 recensioni!”), ad-dossandogliil compito di trovare un senso.

Ricordo che la disponibilità delcatalogo jazz in CD ha affossato le vendite di nomi nuovi, e molte possibilità dicarriera. Il che è per molti un fenomeno da condannare quale “conservatore”. Si vorrebbe solo che l’accusa non fosse lanciata da chi recensendo tremila titoli l’anno non fa che contribuire ad aumentare quel “rumore difondo” che spinge inevitabilmente verso le semplificazioni, siano esse il passato o i video in “heavy rotation”.

Però devodire in tutta sincerità che dal mio (certamente limitato) punto d’osservazione non vedo tutto questo grande interesse per il passato da parte del pubblico in quanto tale; direi che l’orizzonte è senz’altrodi tipo “televisivo” (MTV & affini) e “radiofonico” (difatto, il “Top 40”), con il risultato di una mente “immemore”, e non certo “ossessionata dal passato”.

E d’altra parte, il concetto di soddisfazione è oggi correlato a quello di piacere istantaneo, non certo al superamento di uno standard minimo di qualità. L’esplorazione in Rete mi pare già denotare un interesse di tipo diverso, a differenza dallo scaricare cose già viste in televisione o sentite alla radio, anche se qui dovremmo operare una distinzioneulteriore: tra curiosità che si è disposti a soddisfare “a pagamento” e “gratis”.

Tolto qualche evidente fenomeno commerciale, l’emul rock è unatendenza che sembra sbocciare genuina, avviandosi dalle retrovie. L’emulazione è sempreesistita allo stadio em-brionale di una band, OK, è la necessariafase di “riscaldamento”, l’elaborazione di un lin-guaggio.Farla invece diventare il traguardo, l’orizzonte stilistico in cui muoversinon significa forse confinarsi in una fase di eterno apprendistato, dipernicioso incanto pseudo-adolescenziale?

Ti risulta forse che l’assetto corrente premi l’impegno, la crescita e la maturazione? Direi tutto il contrario. Posto che mi pare assodato che la massima complessità musicale che può oggi sperare di ottenere un certo successo commerciale è di gran lunga inferiore rispetto al passato; posto che il concetto di “successo” denota oggi quantità (e investimenti) enormemente superiori; posto chei mezzi per avere successo sono oggi di natura prevalentemente “extramusicale”; non può che conseguire che l’orizzonte tende al riciclo.

Trovo molto significativo il fatto che quando si parla di nomi nuovi la discussione sulla musica è molto spesso poco più di una veloce formalità. Da cui secondo logica dovrebbe discendere che di un musicista che offre pochi appigli oltre alla musica si parli poco e decisamente malvolentieri, anche a dispetto delle vendite – e in effetti è proprio così! Pensa ad Aimee Mann o ai Phish. Poi pensa a Pink e ai White Stripes.

Quali sono a tuo avviso i possibili legami con il cosiddettopost-rock? Nello specifico, in questo avvitarsi su se stessi non ti sembradi avvertire lo stesso senso di perdita di fede nelle prospettive, nelle speranze, nelle possibilità affrancatrici del rock?

Quella di post-rock mi è sempre sembrata un’etichetta – oltreche di comodo – troppo onnicomprensiva per voler dire alcunché – Tortoise, June of 44, Don Caballero – e non ho certo cambiato idea. I livelli di sintesi raggiunti, le ambizioni di partenza, il respiro delle proposte, le possibilità (o velleità) sono tutti fattori da valutare caso per caso. A giudicare dalle facce sulla copertina di Rolling Stone gli Strokes non mi sembrano soffrire di “perdita di fede nelle prospettive, nelle speranze, nelle possibilità affrancatricidel rock! Seriamente, non credo che la percezione di questa musica come di un “avvitarsi su se stessi” sia minimamente diffusa tra il pubblico – e per quanto riguarda i musicisti, credo giochino da tempo con un altro mazzo di carte.

Alla fine tuttavia il punto decisivo lo segna il talento,per cui gruppi come gli El Guapo o Interpol riescono se non altro a mettere sul piatto una convincente intensità. Dal tuo punto di vista chi e cosa salveresti?

Domanda difficile. Per qualche anno mi sono sciroppato una gran quantità diconcerti di nomi che mi venivano segnalati come “nuovi & migliori”.La dura realtà dei fatti mi ha condotto alla logica conclusioneche le mie fonti di stampa lasciavano molto a desiderare – se per manifestaincompe-tenza, fatica da eccesso di lavoro, carenza di attenzione, mancanzadi metri adeguati, eccesso di permeabilità a fattori esterni opuro trendismo non saprei dire. Ho però giudicato assolutamentera-gionevole chiudere la linea di credito ai suddetti organi di stampa,e per conseguenza ai nomi che veicolano. Devo dire che avrei fatto un’eccezioneper gli El Guapo, che hanno suonato a poca di-stanza da casa mia, manon mi è stato proprio possibile.

Ma sono i metri di giudizio a lasciarmi per-plesso – se Karen O non avesse una lingua bovina credi che gli Yeah Yeah Yeahs godrebbero di tanta stampa? (Lo stesso vale per Peaches, menzionata sulla copertina di metà delle riviste di moda estere esposte nella vetrina della mia edicola di fiducia.) Dobbiamo davvero bere questo amaro calice fino alla feccia? Personalmente ho trovato (quasi) divertente il caso dei White Stripes. Che la miscela fosse già sentita mille volte non mi pare dubbio. Che dal puntodi vista strumentale la poverina fosse una ben misera cosa, neppure (ma anche lui, a ben vedere, è scarso assai). Quando però capita di leggere che lei ha la spinta di un John Bonham – e a scriverlo (su Rolling Stone) è David Fricke, che ha 45 anni ed è anche un ex chitarrista – capisci che oramai è inutile discutere.

1 Luglio 2004
1 Luglio 2004
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