Misteriose nostalgie, teneri inganni
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Marco M. Boscolo
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Stefano Solventi
- 16 Aprile 2012
“Quando scrivo cerco di lasciare che l’ispirazione lavori liberamente. Ogni mio sforzo è dedicato a cercare di rimettermi in quello state of mind che avevo quando ho avuto l’idea per un giro di chitarra, per una delle storie che racconto nei testi… Però non saprei spiegarlo: si tratta di un qualcosa che ha che fare con il mistero, e voglio che rimanga il più possibile così“.
Matthew Stephen Ward, chitarrista da Portland, stato dell’Oregon. Anni trentasei. Autore di malferme ipotesi folk-blues. Non proprio un esempio d’immediatezza cristallina, eppure te ne puoi innamorare all’istante, con quell’aria terrena e sospesa che ti rimanda al miglior Kris Kristofferson, ma anche sghembo e claudicante come certo Neil Young o dedito ad uno spaesamento sublime che rammenta l’ineffabile Skip Spence, senza scordare la modernità indolenzita d’un Mark Linkous. Il tutto alla luce di un fingerpicking di buon livello, poeticamente rintanato tra una spigliatezza sciropposa Roy Orbison e le grafie sospese John Fahey. Un pantheon decisamente “guitarcentric”, che attraverso la cornetta lo stesso Ward provvede ad arricchire: “se proprio devo fare qualche nome tra i chitarristi che più mi hanno ispirato, direi senza ombra di dubbio Chet Atkins, Ry Cooder e George Harrison, però mi piace moltissimo anche il suono che hanno sviluppato i Sonic Youth, il loro lavoro sulle chitarre, oppure anche il modo di scrivere musica di Joni Mitchell. Come vedi sono un gruppo di musicisti variegato, proprio perché credo che con la chitarra tu possa fare davvero tutto quello che vuoi“.
Al di là dei nomi in ballo, tutti molto pesanti, la calligrafia del buon Matt deve molto al vissuto familiare, nel quale la musica è stata sempre presente e varia: colta e gospel, rock classico ed elettronico, infine – ovviamente – country. Con particolare nota di merito per il grande Johnny Cash. “Un personaggio come Cash è talmente importante che mi ha cambiato la vita. Non fosse perché fino a quando non ho sentito le sue canzoni e le sue interpretazioni odiavo il country! Poi ho sentito la sua voce e me ne sono innamorato: è stata la mia iniziazione al country americano. E credo che si stata molto importante anche la sua ultima parte di carriera, quella degli American Recordings, che hanno fatto conoscere il country a una nuova generazione e hanno aiutato a farlo conoscere anche all’estero. Cash è una figura imprescindibile“.
Frequenze, misteri e innocenze
Più che di messaggio fu però questione di medium, ovvero la radio, con tutta la fenomenologia che da sempre la circonda. La sua presenza come finestra su un orizzonte mutevole e potenzialmente infinito. La suggestione di un sibilo che insegue la sintonia. Mezzo fragile ma potente che ha saputo restare a galla malgrado i rivolgimenti tecnologici, adattandosi con duttilità tenace e leggera, tanto che oggi assistiamo ad un suo formidabile rifiorire grazie alle app che rendono ogni smartphone un potenziale transistor globale. Radio cui Ward guarda come medium-feticcio, il vaso di Pandora da cui escono incantesimi fatti di suono. “La radio è stata la mia iniziazione alla musica. E’ attraverso le stazioni radio che trasmettevano musica che ho conosciuto molte delle canzoni e degli artisti che amo. E poi credo che la radio sia una grande compagnia. Prova a immaginare di esserti alzato e avere una terribile mattinata: accendi la radio e senti una canzone che può cambiarti l’umore e migliorare la tua giornata. E’ un potere straordinario, perché la radio ti porta la musica, e la musica ti rende migliore la vita“.
Radio da cui escono frequenze intrecciate in un ordito che tocca il cuore d’America, opponendo candore misterioso e miraggi struggenti alla perdita dell’innocenza. Una sorta di morbidissima distopia che agli allarmi apocalittici preferisce un gioco di reminiscenze, di allucinazioni quiete e schegge di memoria. Suono radiofonico per eccellenza, quello della chitarra è tra i più evocativi, simbolo di peripezia itinerante, di intimo altrove. “La prima cosa è la chitarra. Sono convinto che sviluppando la tecnica e la conoscenza dello strumento, chiunque suoni la chitarra sa che è in grado di produrre qualsiasi tipo di suono, di atmosfera, di mood. Anche quando compongo, non solo quando mi occupo degli arrangiamenti, è sempre la chitarra a venire per prima. Anche le linee melodiche vocali le scrivo improvvisando direttamente alla chitarra. Sono talmente un maniaco del suono della chitarra che quando ascolto la radio, se la canzone è bella ma il suono della chitarra non mi piace, cambio subito stazione alla ricerca di qualcosa di migliore“.
Per anni Matt è stato la chitarra dei Rodriguez, band di San Luis Obispo – più o meno tra San Francisco e Los Angeles – il cui primo album (Swing Like A Metronome) fu prodotto da quel Jason Lytle che più avanti coi suoi Grandaddy – anno 1996, più o meno – saprà conquistarsi le simpatie di Howe Gelb. Proprio l’ex-Giant Sand qualche tempo più tardi riceverà una cassetta dalle mani di Ward. Accadde una sera del 1999, a Seattle, in occasione di una tappa del tour della compagine Op8. Per Howe fu incanto al primo ascolto, tanto che decise di pubblicare quel demo – Duets For guitar #2 – tramite la propria etichetta Ow Om.
Una quieta, irresistibile ascesa
Da allora è passato più di un decennio, un pugno di dischi e svariate partecipazioni/collaborazioni. Il codice espressivo di M Ward si è raffinato titolo dopo titolo senza mai rinnegarsi, introducendo fantasmi gracchianti già nell’eccellente sophomore End Of Amnesia (Future Farmer, luglio 2001) e speziando la portata di languori esotici e vapori soul in un Transfiguration Of Vincent (Matador, marzo 2003) che tra gioielli traslucidi come Undertaker e Outta Of My Head, cala a sorpresa una rilettura acustica della bowieana Let’s Dance. Quasi ovvio che a quel punto qualcuno inizi ad accorgersi di lui, ad esempio Chan Marshall, meglio nota come Cat Power, nei cui live già figura la toccante Sad Sad Song. Una falsariga che non sarà disattesa da Transistor Radio (Matador, febbraio 2005), lavoro che non spicca rispetto al predecessore ma si fa ricordare almeno per la cover di You Still Believe in Me dei Beach Boys, per la presenza ai cori dell’amico Vic Chesnutt (nel boogie ruspante di Big Boat) e per l’idea balzana ma emblematica di chiudere il programma con una versione per organo e chitarra del Well-Tempered Clavier firmata J.S. Bach nientemeno.
Al successivo Post War (4AD, settembre 2006) sarà affidata una sensibile svolta in direzione leggerezza, una specie di gioco accattivante sotto il cielo di piombo, ferma restando la tavolozza a base di folk-blues, gospel e country ma come sclerotizzata di pagliuzze Fifties, grazie anche al prezioso intervento della mesmerica voce di Neko Case. C’è anche una cover di Daniel Johnston utilizzata poi per intitolare il To Go Home EP (4AD, febbraio 2007), prodotto sì interlocutorio per tenere caldo quel pizzico di hype accumulato nel frattempo (il curriculum si era arricchito di una partecipazione a Not Too Late, terzo album di Norah Jones), tuttavia importante per aggiungere all’accolita degli amici Nels Cline dei Wilco e Jim James dei My Morning Jacket. Con quest’ultimo più Conor Oberst e Mike Mogis dei Bright Eyes, Matt aveva messo in piedi già da qualche anno (almeno dal 2004) i Monsters Of Folk, formazione che uscirà con un album omonimo licenziato da Rought Trade nel settembre 2009 ottenendo ragguardevoli riscontri di critica e botteghino.
Ma la vera svolta in termini di successo accade però grazie al regista Martin Hynes, che dopo aver visto Matt aprire per il concerto di Bright Eyes, decide di affidargli la soundtrack di The Go-Getter, pellicola nella quale recita la rampante Zooey Deschanel. La briosa attrice losangelina rivela ottime doti canore che impressionano Matt, tanto che i due iniziano a covare a distanza il progetto She And Him, il cui Volume One (Domino, luglio 2008) saprà farsi largo nella top ten delle classifiche indie e il Volume Two (Domino, aprile 2010) si arrampicherà invece fino al sesto posto delle charts generaliste.
Giocose, trepide alchimie
Che il retro pop scafato della coppia rappresenti la meritata nemesi (in termini di celebrità) del cantautore di Portland è paradigma agrodolce e in fondo banale. Tuttavia, per Matt questo non rappresenta affatto un problema: “Rispetto al successo degli She And Him non mi sento per niente frustrato o altro. Quello che a me piace più di tutto, quello che mi fa sentire più di tutto felice, è suonare la chitarra e cavare fuori dalle sue corde il mood, l’atmosfera, il suono che voglio. Questo è quello che per me conta più di tutto. Per cui non mi sento a disagio nel sedile del passeggero, soprattutto se alla guida c’è una persona dodata di sensibilità musicale e talento come Zooey. Con She And Him mi posso concentrare sugli arrangiamenti e metterli al servizio di belle melodie senza tempo. E’ una cosa che mi dà soddisfazione e non mi fa sentire meno importante: il risultato dipende dal lavoro di entrambi“.
Proprio così. E se questo significa far girare il motore a mille, tanto meglio. In altre parole, se la conseguenza è un altro capolavoro come Hold Time (4AD, febbraio 2009), come lagnarsene? Scortato da due muse così diverse come la Deschanel stessa e Lucinda Williams, in questo disco Matt ha saputo calibrare gli elementi del proprio immaginario come un alchimista giocoso disposto all’incanto e alla mestizia, districandosi tra ugge acidule Big Star ed il fantasma sferragliante dell’amato Cash, chiamando a collaborare l’antico sodale Jason Lytle per suggellare il rinnovato – e mai tanto a fuoco – estro pop psych à la Brian Wilson.
Ora, la grandezza di un musicista si misura anche nella capacità di ignorare il richiamo della facilità. Sarebbe stato lecito cioè – e comprensibile – attendersi un album che raccogliesse i frutti di una semina tanto accattivante. Invece il nuovo A Wasteland Companion (4AD, marzo 2012) è come una morbida implosione che si concede appena un paio di episodi più scollacciati e – ebbene sì – radiofonici. Ma che per il resto conferma la statura e la densità di un artista defilato, intenso, generoso, fragrante. Capace di produrre un suono dalla polpa antica senza pagare dazio alla contemporaneità. “Per quanto riguarda la registrazione, l’unico supporto che riesco a concepire davvero è il nastro. Da questo punto di vista sono un uomo analogico, perché credo che sia lo strumento più fedele a disposizione di un musicista. Però non sono contrario alla tecnologia in assoluto. Il computer e i software credo che siano molto utili per prendere appunti, per realizzare sketch di quello che poi realizzerai con veri musicisti in studio o live. Credo che siano aiuti importanti ma temporanei: ti permettono di avere un’idea di come potrebbe realizzarsi qualcosa che hai pensato, ma poi io non li userei per qualcosa che finisce su disco“.
Un artista capace di scrivere canzoni che sembrano girare attorno ad un’America (tra)sognata, che non s’arrende alla nostalgia ma vive il rimpianto come una splendida illusione. Un abbraccio così stretto tra poetica ed estetica che può permettersi di restare indifferente alle strategie promozionali, alla loro pressione banalizzante: “la casa discografica ha scelto Primitive Girl come singolo e per The First Time I Run Away abbiamo fatto un bellissimo video. Di solito lascio che sia l’etichetta a scegliere: io non credo che sarei un buon giudice del mio stesso lavoro. Sono loro che hanno la sensibilità per cogliere la canzone che può funzionare meglio come singolo“.
Alla luce di tutti questi fatti, di tutti questi titoli che non hanno mai deluso e non hanno mai mancato di portare in dote calore, leggerezza e profondità, ci sono buoni motivi per considerare M Ward uno dei più importanti autori e interpreti statunitensi contemporanei.
