Migliori serie TV 2016. La classifica di SENTIREASCOLTARE

Viviamo nell’epoca del rinascimento della serialità televisiva e contemporaneamente del suo parallelo declino, inutile negarlo. Se da un lato, infatti, da molti anni a questa parte assistiamo a una fuoriuscita di prodotti di alto interesse autoriale, dall’altro è sconfortante constatare come il fan service stia acquisendo un ruolo preponderante nelle scelte produttive dei vari network. Se quest’ultima opzione sia un bene, lo vedremo nel corso del tempo; al momento è più semplice delineare un periodo di stasi che va a configurarsi con picchi di creatività e cadute grossolane perfettamente bilanciate. Il 2016 ha proposto un’offerta ingentissima, destinata a crescere esponenzialmente il prossimo anno, visto l’annunciato incremento di finanziamenti da parte dei colossi dello streaming come Netflix e Amazon; HBO, AMC e FX non sono certo rimaste a guardare, e anche Hulu sta lentamente costruendosi un proprio rassicurante bacino d’utenza. È stato l’anno del fenomeno estivo Stranger Things con la sua ventata nostalgica (e consapevolmente illusoria) dei mitici Eighties; la dramedy, genere sempre più di riferimento per il panorama del piccolo schermo, ha conosciuto uno degli anni più prolifici e soddisfacenti di sempre con le new entry di Atlanta e Love, in cui a modo loro Danny Glover e Judd Apatow fanno i conti con la generazione Millennials, rispettivamente sponda black e white, e tematiche che oscillano tra leggerezza e riflessioni tutt’altro che superficiali.

È stato l’anno di Horace and Pete, serie che segna un punto fondamentale nella fruizione e condivisione pubblica di un contenuto audiovisivo e contemporaneamente una tappa importante per uno dei talenti comici e drammaturgici più sopraffini e creativi dell’ultimo decennio almeno: Louis C.K. Radicale prosecuzione della verve creativa di Louie, con Horace and Pete CK non scende più a compromessi e detta regole, tempi, tematiche, accuse e disamine senza più alcuna accondiscendenza verso uno spettatore ormai disinvolto verso la sua poetica. O ancora la riconferma della potenza tematica e narrativa di Transparent, in una terza stagione in cui la cura per il dettaglio non è mai stata così preponderante, a dispetto di ogni metafora, ogni parallelismo, ogni ellissi narrativa. Stesso discorso per Better Call Saul, il cui difficile obiettivo, ovvero affrancarsi dalla definizione ormai stretta di “spin-off di Breaking Bad” e assumere un’indipendenza definitiva dalla serie madre di Vince Gilligan e Peter Gould, può dirsi ampiamente centrato con una seconda stagione che la proietta di diritto tra i prodotti seriali più affascinanti e sfaccettati dell’intero panorama televisivo attuale. Altre conferme le abbiamo avute da Mr. Robot, che aveva il non facile compito di procedere con una narrazione che non poteva più fare affidamento sull’effetto sorpresa, dato che lo spettatore è ormai ampiamente consapevole dello stato mentale alterato in cui versa il protagonista; lo fa con una cura maniacale in sede di regia e sceneggiatura, riscoprendosi più solido e meno derivativo. Il nome di Louis C.K. spunta fuori una seconda volta con Better Things, serie da lui prodotta e co-scritta con Pamela Adlon che mette in atto tutto l’istrionismo e il realismo narrativo del comico qui declinato in versione femminile, rimasticato in una forma che più si addice alla personalità della sua irriverente protagonista. La sigla CK spunterebbe anche una terza volta, ma per il momento Baskets ci è apparso un embrione ancora immaturo e un connubio acerbo con le capacità originali di Zach Galifianakis.

Impossibile, poi, non citare Westworld, serie su cui HBO punta le sue speranze future per il post-Game of Thornes (che tra parentesi ha sfornato una sesta stagione di tutto rispetto). Al timone, Lisa Joy e Jonathan Nolan rielaborano l’incubo di Michael Crichton e del suo mondo dei robot che fa da sfondo a un altro mondo, tutto personale e in attesa di essere esplorato più in profondità. I temi in gioco sono molteplici (il sogno, i ricordi, l’inconscio, l’intelligenza artificiale, la dicotomia umano/macchina), tutti sapientemente organizzati attraverso una scrittura insieme limpida e oscura, che procede all’interno di un percorso labirintico e affascinante. In una stagione televisiva in grado di regalarci altre sorprese drammatiche (The Night Of) e cocenti delusioni (Vinyl), HBO è protagonista anche sul versante più leggero (si fa per dire), grazie all’estro di Lena Dunham, che giunta al suo quinto anno ci consegna forse quella che è stata la migliore stagione del suo Girls; con episodi sempre più personali, veri e propri corollari narrativi a se stanti, l’artista americana ha costruito un mosaico ricco di emozioni che troverà la giusta conclusione il prossimo anno.

Dopo ben due anni di attesa (tre, se non si considera lo Special di Natale), abbiamo assistito al ritorno via Netflix di Black Mirror. Rimasticando e rielaborando in maniera originale temi cari a certa letteratura distopica e anche a tanto cinema di fantascienza, la creatura di Charlie Brooker aveva saputo convogliare le paure dell’odierna società e accelerarne la loro carica emotiva fino a costituire un monito inflessibile contro quelle che oggi consideriamo relazioni sociali, quando in realtà sono tutt’altro. Proprio per questo motivo è ancora più difficile digerire una terza stagione che sa quasi di occasione mancata: la nuova collaborazione con il colosso dello streaming, infatti, sembra aver catalizzato e decifrato quel bollino di originalità ed affidabilità del prodotto e averlo duplicato a suo piacimento. Non mancano tuttavia i momenti di grande impatto emotivo, come l’inquietante ossessività di Nosedive, la girandola di sentimenti dipinta in San Junipero o il terribile avanzamento strategico suggerito da Men Against Fire.

Tuttavia, senza dimenticare la sontuosità di The Crown, la spocchia di The Young Pope (nel bene e nel male tra i prodotti più memorabili dell’anno), il coraggio di The OA e l’intelligenza di Halt and Catch Fire, il prodotto migliore quest’annata ce lo ha consegnato FX con American Crime Story: The People v. O. J. Simpson. La serie creata da Scott Alexander e Larry Karaszewski, dietro la scusa di uno dei casi giudiziari più famosi della cronaca americana recente, scandaglia e mette a nudo la società a stelle e strisce di metà anni Novanta instaurando un violento, inquietante quanto lucido parallelismo con la condizione sociale attuale. Da godere tutta d’un fiato anche grazie alla performance incredibile del suo cast, tra cui spiccano indubbiamente Sarah Paulson e Courtney B. Vance, rispettivamente nei panni dell’accusa e della difesa di O.J. Simpson (Cuba Gooding Jr.).

Di seguito potete leggere la classifica delle migliori serie TV del 2016 secondo SA.

  1. American Crime Story: The People v. O.J. Simpson (FX)
  2. Westworld (HBO)
  3. The Crown (Netflix)
  4. Better Call Saul (AMC)
  5. House of Cards (Netflix)
  6. Mr. Robot (USA Network)
  7. Girls (HBO)
  8. The Night Of (HBO)
  9. Red Oaks (Amazon)
  10. Black Mirror (Netflix)
  11. Transparent (Amazon)
  12. Halt and Catch Fire (AMC)
  13. Better Things (FX)
  14. Horace and Pete (indipendente)
  15. Love (Netflix)
  16. Atlanta (FX)
  17. The OA (Netflix)
  18. The Young Pope (Sky, HBO, Canal+)
  19. Game of Thrones (HBO)
  20. Stranger Things (Netflix)
29 dicembre 2016
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