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Il rock ‘n’ roll è morto esattamente nel biennio 1972-’73, con l’abbraccio delle varie rockstar a un certo tipo di esistenza, di lusso, l’abbandono di un idealismo che aveva contraddistinto il genere fin dalla sua nascita, per poi conoscere ritmi di espansione che sembravano essere illimitati. L’ispirazione è stata lentamente soffocata dal gioco subdolo, pieno d’avidità, delle potenti case discografiche, ancor più che in passato. Il risentimento è alle stelle: Peter Gabriel lascia i Genesis; Brian Eno, consapevole che i Roxy Music si stanno ripetendo all’infinito, lascia anch’egli per ritrovare (e rinnovare) la propria libertà creativa; i Pink Floyd abbandonano il progressive per sfogare tutto il loro rancore e allontanare così gli spettri di un decadimento sociale inevitabile. «This ain’t rock ‘n’ roll/This is genocide», annuncia il brano d’esordio di Diamond Dogs, dove udiamo un David Bowie spoglio della sua maschera glam e pronto ad affrontare la più sconcertante delle verità: non esiste più rock nel mondo della musica, solo un gruppo di burocrati pronti a spogliarti di tutta la creatività con il solo fine di imbottirsi di denaro. Non c’è più ricerca in questo sofferto palcoscenico, non c’è più amore. Sono rimasti solo sesso e fiumi di droga. Proprio alla fine di questo biennio si inserisce Vinyl, nuova serie creata e fortemente voluta da Martin Scorsese, che si avvale ancora una volta della preziosa collaborazione di Terence Winter (il duo è artefice dell’immensa e sottovalutata Boardwalk Empire e di The Wolf of Wall Street) e della consulenza preziosa di Mick Jagger e del giornalista di Vanity Fair e Rolling Stone, Ric Cohen.

Il regista newyorkese non sarebbe mai stato lo stesso senza l’amore per la musica, per il rock ‘n’ roll. La sua è una filmografia infarcita di questo indiscusso amore, una vera devozione verso l’arte di salire su un palcoscenico con una chitarra elettrica in mano e suonare come se fosse l’ultimo concerto della propria esistenza. Non esiste Martin Scorsese senza i Rolling Stones, che inserisce nella colonna sonora fin da Mean Streets del 1973 (come dimenticarsi la folgorante entrata in scena di un giovanissimo Robert De Niro sulle note di Jumpin’ Jack Flash) e che poi centellinerà in quasi tutti i suoi film successivi (abusandone anche, ma in maniera del tutto sincera, in Quei bravi ragazzi, Casinò e The Departed). Un amore che culminerà con il meraviglioso film concerto Shine a Light del 2008. L’espediente di narrare qualcosa che si ama così tanto agli albori del suo periodo di decadimento, che già aveva mostrato le prime avvisaglie, appare una mossa più politica che strategica; in questo modo si ha sì l’occasione di poter attingere ad un repertorio musicale vastissimo, ma l’obiettivo è chiarissimo: fermarsi un momento, prendersi solo un attimo di pausa da questo mondo diventato pazzo, insensibile, anestetizzato al dolore, a qualsiasi forma di sentimento non autoindotto. Riscoprire non il passato, ma la propria perduta umanità, che aveva conosciuto lampi di abbagliante splendore nella sublimazione della forma artistica. Nel caso specifico, nel panorama musicale costruitosi spontaneamente attraverso l’apporto di varie personalità nate a migliaia di chilometri di distanza le une dalle altre, quasi come all’epoca delle più grandi scoperte scientifiche. Un passo indietro per riflettere su cosa o su chi eravamo, e capire dove stiamo andando. L’assioma che ogni buon narratore dovrebbe prefigurarsi prima di cominciare qualsiasi storia.

«So this is my story, clouded by lost brain cells, self-aggrandizement, and maybe a little bullshit. But how could it not be, this fucking life? Hey, you know what? Let me just shut up, put the record on for you, drop the needle, and crank up the fucking volume»: comincia con queste parole il racconto in flashback del protagonista, Richie Finestra, capo dell’etichetta discografica fittizia American Century, sull’orlo della bancarotta e che i concorrenti non esitano a ridicolizzare storpiandone il nome in American Cemetery («dove le stelle vanno a morire»). Interpretato da un imponente Bobby Cannavale (che rinnova la collaborazione televisiva con il duo Scorsese-Winter dopo l’eccitante terza stagione di Boardwalk Empire, dove impersonava il perverso e ambizioso Gyp Rosetti), Finestra è un self-made man che ha esaurito la sua ambizione, schiacciato dall’abuso di droga e alcool, da una moglie trofeo (una ancora marginale Olivia Wilde) privata dei propri sogni di gloria e costretta a casa ad accudire i figli, invischiato in un caso di omicidio pronto a costituire l’ultima goccia in grado di far traboccare il vaso; solo che in questo particolare caso il vaso non trabocca, crolla. Nelle fattezze di un edificio letteralmente venuto giù, anch’esso schiacciato dal peso di mille responsabilità, di altrettante stupidaggini compiute nel corso di una vita fatta di abusi, di scalate verso il successo, di cadute inesorabili.

Dal crollo di un mondo, tuttavia, si ha la certezza che un altro, uno nuovo, forse migliore, sta per prenderne il posto (la black music? Il punk? La dance?) e un ritrovato sorriso torna a condire il volto tumefatto dalla fatica, dalla disperazione e dal dolore di aver perduto qualcosa che adesso sappiamo è imperdibile. Il rock ‘n’ roll è morto. Viva il rock ‘n’ roll! Vinyl ha debuttato negli Stati Uniti su HBO la sera del 14 febbraio 2016; in Italia è trasmessa settimanalmente da Sky Atlantic, a partire dal 15 febbraio.

16 Febbraio 2016
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