No Man Is an Island. Intervista agli Idles

Aveva ragione Riccardo Zagaglia in sede di recensioneJoy As an Act of Resistance degli Idles ha cucita addosso l’aura del “grande album”. È una sensazione che chi scrive non ha avuto tanto al primo approccio, se non per l’opener Colossus (un monumentale e malato rock-blues degno dei Grinderman o dei Birthday Party), quanto nelle puntate successive dentro i dodici pezzi che compongono il secondo lavoro del complesso di Bristol. In Joy As an Act of Resistance si materializza la risposta del leader Joe Talbot a un periodo difficile (il brano dedicato alla figlia nata morta, June, è talmente straziante che si fa fatica ad arrivare alla fine senza le lacrime agli occhi), e prende forma un glorioso esempio di punk-rock – non di maniera, non troppo rétro, molto attuale e non ortodosso. Un puzzle di chitarre dissonanti con un cantante che martella i suoi testi con accento feroce, e una ritmica da manuale che macina anche spunti insospettabili (vedremo quali in sede di intervista). Nell’insieme, il disco degli Idles straborda di energia e di personalità, oltre ad avere, e questo non guasta affatto, quella punta di accessibilità in più rispetto all’esordio Brutalism, con cui i ragazzi britannici potrebbero fare il salto di popolarità. In Gran Bretagna, lo hanno già fatto. Di questo e di altro abbiamo parlato con il cantante Joe Talbot, alla vigilia dell’unico concerto italiano del tour, il 22 novembre al Circolo Magnolia (Milano).

Ciao Joe, prima di tutto complimenti per l’album. Partiamo dal titolo, Joy As an Act of Resistance è una sorta di visione che lega tutti i brani del disco?

Sì, certo, riassume il senso del disco, che è stato scritto proprio con quel titolo in mente. E Joy As an Act of Resistance non è solo il titolo dell’album, è la filosofia con cui abbiamo cambiato le nostre vite. Non stavo bene, bevevo, mi drogavo e mi stavo perdendo, per questo sono andato in terapia. La terapia mi ha aiutato a capire che dovevo amare di più me stesso, guardarmi dentro, avere più consapevolezza [in inglese mindfulness, che ha anche un significato più specifico legato alla meditazione e alla relativa terapia psicologica, NdSA] e quindi trasformare la gioia di vivere nel mio atto di resistenza. Dalla mia riflessione su questa esperienza sono nati i testi ed è nato il disco.

Intorno a questo tema si intrecciano anche altre storie, come quella di Danny Nedelko. Ci racconti come è nata l’idea di questo brano?

È una canzone che parla del mio amico Danny Nedelko. Ci siamo fatti una promessa: io avrei scritto una canzone su di lui e lui ne avrebbe scritta una su di me [Blood Brother degli Heavy Lungs, che uscirà insieme a Danny Nedelko in uno split single delle due band annunciato per il 30 novembre, NdSA]. Quello su cui ho voluto porre l’accento nella canzone su Danny è l’elemento umano che nel dibattito sull’immigrazione si tende a dimenticare, perché si generalizza troppo, si parla delle razze e non delle persone. Danny Nedelko è un mio grande amico ed è una delle persone più gioiose e positive che io abbia mai conosciuto. E senza gli immigrati come lui, la Gran Bretagna sarebbe un posto di merda.

Sai che leggendo i tuoi testi e le tue opinioni sulla Brexit ho ritrovato molte cose in comune con quello che sta succedendo in Italia…

Sì, so che c’è un sacco di fascismo nel tuo paese…

Eh, diciamo che sono preoccupato. Ci vorrà ancora tanto per capire questo elemento umano, questa umanità dell’altro, dello straniero, di cui mi hai appena parlato?

Bisogna sempre ricordarci che l’altro di cui parliamo è un essere umano come noi, ci somiglia. Altrimenti rischiamo di affondare in questa mentalità da isola, oltre che di scadere nel razzismo. Bisogna sempre ricordarci degli altri e che gli altri siamo in realtà anche noi.

Un altro pezzo in cui prendi posizione – questa volta contro il maschilismo – è Samaritans. Pensi che maschilismo/sessimo e razzismo facciano parte della stessa mentalità o siano due aspetti in qualche modo collegati?

La canzone parla di come il rapporto di potere – e l’abuso di potere – tra le persone influenzi l’ideologia, il linguaggio comune e la vita di tutti i giorni. Sessismo e razzismo un po’ si ricalcano perché alla base hanno la stessa dinamica: l’abuso di potere di una parte privilegiata dell’umanità nei confronti di un’altra. Che ci sia un nesso o no, dipende dai tanti contesti diversi in cui il sessismo e il razzismo si esprimono. Chi è sessista non è detto che sia anche razzista e viceversa. Ma quando si ha un’inclinazione per il sessismo, è più facile che ciò porti anche a essere razzisti. I problemi di fondo sono sempre gli stessi, una mentalità ristretta e l’istinto tribale.

Per quanto riguarda Colossus invece, vorrei concentrarmi sull’aspetto musicale. Ha una struttura molto particolare, un crescendo lento ma deciso prima della coda finale che cambia ritmo di colpo ed è di fatto un’altra canzone. Come è nato questo pezzo? Di solito componete tutti insieme?

Le musiche le scriviamo sempre tutti insieme, mai ognuno per conto nostro. Quando abbiamo composto Colossus cercavamo un’apertura per l’album e per i concerti che avesse un crescendo cinematografico. Io in particolare volevo che il primo brano del disco iniziasse solo con quel rim shot [mima con la voce la figura ritmica della batteria, NdSA]. Tutta la prima parte di Colossus l’abbiamo messa giù in 10-15 minuti. Poi abbiamo pensato a una canzone garage-punk veloce, più sullo stile tipico degli Idles, da unire alla fine, quando il crescendo si ferma. Ne è nato un gran bel contrasto che funziona molto bene; nella prima parte c’è una pressione che sale, sale, sale sempre di più – quella della vita moderna e di tutte le stronzate che ci stanno intorno – e la seconda parte è un atto di quella “gioiosa resistenza” che è il tema dell’album.

Una cosa che mi ha incuriosito del vostro stile è questa “dissonanza creativa”. Penso a come suona la chitarra di Mark, ma mi ha colpito anche la vostra ritmica; soprattutto il fatto che per alcuni pezzi abbiate detto di esservi ispirati alla techno e alla jungle.

Sì, tutti ascoltiamo cose diverse e ci piace che tutte queste musiche rientrino nella nostra, io per primo cerco sempre questo tipo di input dall’esterno per ispirarmi.

Volevo appunto chiederti quale musica ascolti e quali artisti ti hanno ispirato a diventare un musicista e formare una band.

Sono cresciuto con l’hip-hop. I miei preferiti erano Notorius B.I.G., Pharcyde e il Wu-Tang Clan. Quando sono nati gli Idles c’era in giro una marea di band pretenziose, bellissime da vedere come gli Strokes ma pessime da sentire. Volevo ritornare a un’epoca in cui c’era una vera passione per la musica, prima che per il look. Volevo costruire una band piena di energia, capace di dimostrare a tutti che cosa significasse suonare su un palco.

Bristol, la città in cui è nata la band, ha avuto qualche influenza su di voi?

Non per la musica, ma per il fatto che è una città molto aperta e multietnica, ci sono tanti africani, polacchi, spagnoli. C’è un mix di culture che ti incoraggia a essere te stesso, a capire il valore della tua identità, e che ci ha ispirati nel cercare di essere come noi volevamo essere, anche sbagliando. In dieci anni siamo cresciuti a ritmo molto lento, e Bristol ci ha permesso di farlo.

Mi piacerebbe che ci parlassi della mostra d’arte dedicata al nuovo album…

È stata una mia idea. Volevo creare un progetto artistico a tema, legato al nuovo disco. Ho voluto dare la nostra musica in mano a degli artisti, in quello che posso chiamare un act of vulnerability, che poi quegli artisti hanno ricambiato, facendo nascere qualcosa di bello [le opere d’arte sono state inserite nella deluxe edition dell’album ma anche esibite in vere e proprie mostre temporanee, NdSA]. Oltretutto è un progetto con cui abbiamo anche raccolto fondi per opere di beneficenza.

State per suonare per la seconda volta in Italia. Come sta andando il tour, e che aspettative avete per i prossimi concerti?

Il tour è fantastico, è impegnativo, ma il nostro è il lavoro più bello del mondo. L’Europa è molto meglio della Gran Bretagna. Non vedo l’ora di suonare in Italia e a Milano, sicuramente cercherò di girare un po’ per la città e di mangiarmi un bel piatto di pasta!

20 novembre 2018
20 novembre 2018
Leggi tutto
Precedente
On The Finest Corner – Una playlist esclusiva di Onra Onra - On The Finest Corner – Una playlist esclusiva di Onra
Successivo
Caos e decadenza. Intervista agli Uncle Acid & The Deadbeats Uncle Acid & the Deadbeats - Caos e decadenza. Intervista agli Uncle Acid & The Deadbeats

recensione

recensione

recensione

concerto

news

artista

Altre notizie suggerite