• ago
    31
    2018

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Ad aprile dello scorso anno terminavamo la recensione di Brutalism definendolo «un album assolutamente importante». A poco più di un anno di distanza gli inglesi Idles tornano con un disco – Joy as an Act of Resistance – che è, se possibile, un album ancora più importante, soprattutto considerando le generalizzate e sempre più marcate derive sociali degli ultimi tempi. Rispetto al fragoroso esordio, il secondo capitolo dei bristoliani è – in una parola sola – bolder. Ritroviamo infatti tutti gli elementi – musicali e non – che avevamo apprezzato all’interno di Brutalism, riproposti in una versione perfezionata e galore: se prima erano diretti e brutali, ora sono ancora più diretti e brutali, se prima erano cinici cantori del quotidiano, ora sono ancora più cinici, se prima abbozzavano melodie di – quasi – facile assimilazione, ora queste ultime sembrano uscire in modo incredibilmente naturale e se prima si aveva la sensazione di essere di fronte ad una band pronta ad esplodere nell’ambito underground, ora la sensazione è di essere di fronte ad una band con un potenziale ancora più ampio.

Sembra infatti che si stia muovendo qualcosa di grosso attorno agli Idles (qualche settimana fa in UK ho incrociato almeno tre persone che indossavano una t-shirt della band, per dirne una), proprio perché ancora più di Sleaford Mods (formula alla lunga ripetitiva?), Fat White Family (troppo marci e dispersivi?), Shame (troppo arroganti?) o Cabbage (troppo anonimi?), la formazione guidata da Joe Talbot ha le carte in regola per diventare la – grande – band di riferimento dell’altra Inghilterra, quella sì working-class e popolare, ma non populista. In Joy as an Act of Resistance – già il titolo è una bella dichiarazione di intenti – la personalità della band (e dei singoli componenti) inizia ad uscire in modo deciso, con un Talbot sempre più mattatore nonché visibilmente migliorato come cantante senza perdere un briciolo dell’energia viscerale che lo caratterizza.

La scelta dei singoli ha sicuramente influito positivamente sull’aura di “grande album” che il secondo lavoro degli Idles sembra aver cucita addosso. Colossus è un brano maestoso, imponente e saturo di sinistra tensione, Danny Nedelko (amico della band e leader dei concittadini Heavy Lungs) è senza dubbio il brano più pop che abbiano mai pubblicato (a tratti ricorda i primi Vaccines), con un chorus che sembra nato per essere cantato dagli ultras o in un pub con le birre in mano, Samaritans è un inno che si prende gioco degli stereotipi della toxic mascunility («This is a song about the disease in the brain called masculinity», afferma Talbot), mentre Great è un riuscitissimo manifesto anti-Brexit, filtrato dal sarcasmo tipico della band («he cries at the price of a bacon bap», «Blighty wants her blue passport») e dall’usatissimo e scandito spelling del ritornello.

Probabilmente non sbagliamo più di tanto se affermiamo che i quattro singoli appena citati sono anche gli episodi migliori del disco (non per demerito delle restanti tracce, sia chiaro), ma una menzione d’onore la merita senza dubbio June, sentito passaggio dedicato alla figlia nata morta («a stillborn was still born. I am a father») più personale e intimo mai scritto da Talbot («Non so se riuscirò mai a cantarlo dal vivo», ammette). Anche musicalmente June si discosta dal tipico punk-rock trionfale degli inglesi, concedendosi un incedere funereo ricco di emozioni. Anche la non esattamente memorabile Cry To Me (Solomon Burke) si sgancia dal classico Idles-sound muovendosi verso territori blues-punk quasi ad altezza Nick Cave.

Se il concetto di “punk to the masses” storicamente è andato di pari passo con uno snaturamento del concetto stesso di punk, non si può dire lo stesso di Joy as an Act of Resistance, un album accessibile, impegnato e contemporaneo.

3 settembre 2018
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