Sonic Boom
Peter Kember, foto per la stampa di Ian Witchell (2020)

Psichedelia e animismo. Intervista a Sonic Boom

All Things Being Equal. Non tanto “le cose sono tutte uguali” ma “si equivalgono”, come le azioni e reazioni del famoso principio di Newton. Nel nuovo album di Sonic Boom – per la verità il secondo LP in assoluto che firma con il suo nome d’arte, e addirittura il primo dopo trent’anni – sin dal titolo trapela tutto l’interesse del suo autore per un pensiero musicale che è anche psicologia, spiritualità, filosofia. Parlando del suo lavoro, l’ex Spacemen 3 si ricollega all’animismo come all’ecologia in una visione olistica che non riguarda quindi solo l’arte ma tutta l’esistenza e l’esperienza umana. Quella stessa esperienza messa a dura prova dai tempi difficili che stiamo vivendo – in buona parte, è convinto Sonic Boom, anche per colpa nostra.

Per questo suo ritorno discografico in grande stile, Peter Kember ha cercato la sua pietra filosofale nella storica passione per i sintetizzatori come nell’ambiente di Sintra, fatto di storia e di natura. Per arrivare a concettualizzare e a rendere concreta quella che non è una ambient ma una environment music che dallo spazio che la circonda e con cui si connette assorbe il suo respiro “cosmico”. È interessante leggere come spazi con le sue riflessioni: un po’ scienziato, un po’ guru, un po’ filosofo, anche un po’ matematico, soprattutto un musicista curioso che non ha mai spesso di sperimentare e lo fa sempre in ossequio a una visione singolare. A volte, anzi, il più delle volte, davvero singolare.

Ciao Pete Prima di tutto, vorrei chiederti se va tutto bene e come stai affrontando questi tempi difficili.

Ciao! Sto bene grazie. Per come la vedo io vivevamo già in tempi difficili per tanti motivi… Tanta morte e povertà vicino a noi a cui dobbiamo far fronte. Più ancora di quella che sostentiamo e creiamo con la guerra. L’ondata virale è stata una tragedia devastante, ma era inevitabile e qualcuno l’aveva predetta già da un po’.

Finché continuiamo a ignorare il nostro pianeta, il suo ecosistema, e a non capire quanto sia importante per la nostra esistenza, allora dobbiamo aspettarci che tutto questo ci ritorni indietro. Certo è un’equazione molto complessa, ma molti fattori critici ormai li conosciamo bene, solo che tanti di noi se ne fregano in nome del commercio e della gratificazione immediata.

Naturalmente vorremo parlare del nuovo disco All Things Being Equal. La prima cosa che notiamo – per quanto ovvia possa sembrare – è che dopo tanto tempo torni a firmare un disco come Sonic Boom. Da dove nasce questo “ritorno”?

L’idea del “comeback” suggerisce che una volta avevo successo e che sono sparito per un po’. Nessuna di queste due cose è vera, ma potrei anche dire che non mi vedo soltanto come un musicista o come un compositore. Mi piace spaziare con le mie abilità in diversi campi, la grafica, i video, lo scrivere musica, la produzione, il missaggio, le registrazioni, i concerti, la promozione.

Il mio obiettivo è avere una visione ad ampio raggio, che si rifletta in ogni dettaglio. È in questa prospettiva che collaboro, produco, realizzo video, suono dal vivo, registro, con tanti nomi diversi. Sulla copertina interna dell’album c’è una lista di ringraziamenti: saranno un’ottantina di artisti, ed è inevitabilmente un elenco incompleto, che copre sì e no un quarto dei musicisti con cui ho lavorato dagli anni ’80. E li ringrazio tutti, anche se non faccio tutti i nomi.

Sempre parlando di nomi, il motivo per cui questo è un disco di Sonic Boom e non di Spectrum, è che me lo sentivo che si sarebbe basato su un certo approccio, una sorta di one man, one machine. Sapevo ciò che volevo, che fosse composto perlopiù dalla mia voce, dalle percussioni e da una singola voce di synth che le sostenesse – per cui che fosse a nome Sonic Boom sembrava la cosa più logica.

Hai iniziato a lavorare a questo disco circa cinque anni fa partendo da alcune “jam elettroniche”. Come sei arrivato alla forma finale?

Volevo abbinare quelle improvvisazioni con i synth modulari monofonici alle mie canzoni/parole, farle interagire in sinergia e creare qualcosa di più forte che andasse oltre ciò che potevo raggiungere con le singole componenti.

Per quanto mi riguarda, l’equazione musica + testo dà un risultato che è sempre di gran lunga superiore a quello posso ottenere con la musica da sola; sentivo una vibrazione organica intrinseca in quelle basi musicali, che era in sintonia con ciò che osservavo negli altri elementi del nostro ambiente, del nostro ecosistema e delle nostre vite.

Sentivo che potevo usare quella ricchezza organica per colorare efficacemente le canzoni e i testi. Nel mio piccolo volevo fare un LP che aiutasse a concentrarsi sulle cose importanti a cui spesso non prestiamo la dovuta attenzione. Eravamo in tanti a sperare che i piccoli sforzi fatti per ridurre l’inquinamento e lo spreco d’acqua, per il riciclo e tutto il resto potessero magari bastare. È chiaro che non sono stati sufficienti. E quindi ho voluto provare a fare un disco vibrante per dare il mio piccolo aiuto a questa nostra lotta contro i comportamenti miopi e autodistruttivi dell’umanità. Penso che questo problema lo abbiamo creato tutti individualmente, a diversi livelli, e ognuno di noi individualmente deve aiutare a risolverlo.

Il genere umano è pieno di risorse e ha una creatività infinita, e penso che sia ora che queste forza conti davvero, che sappia andare oltre il comportamento medievale dei nostri politici e dei nostri governi. Forse siamo così concentrati su noi stessi che per farci aprire gli occhi e vedere dobbiamo avere chiari i segni del nostro impatto sul pianeta, di cui il Covid e la Sars sono stati una dimostrazione così lampante. Se non abbiamo voglia di cambiare le nostre abitudini di viaggio e i nostri eccessi, la mia paura è che dovremo aspettarci di vedere questo genere di fenomeni ripetersi con regolarità.

Sicuramente questo disco è più centrato sulle canzoni e le melodie rispetto, per esempio, agli ultimi lavori con gli Experimental Audio Research. Quando componi, ha più spesso in mente un progetto o lasci libera l’ispirazione – e decidi poi a quale delle tue identità si adatta meglio il risultato?

Di solito ho già tutto in mente. È un “cappello” che in genere devo mettermi fin dall’inizio.

Hai registrato a Sintra in Portogallo. Vivi lì ora? Ci sono stato e ricordo una cittadina bellissima con tanta storia e tanta natura. Pensi che abbia influenzato il tuo lavoro?

Io credo che tutte le nostre esperienze abbiano un’influenza su di noi, e ogni nostro comportamento è frutto di un apprendimento. Sintra e il suo paesaggio hanno avuto un influsso profondo su di me. Credo che il benessere ambientale sia un aspetto molto sottovalutato della nostra vita, e sento che ha dato un input fortissimo al disco.

Ho capito da tempo che l’ambiente è un fattore importante dell’equazione della musica e mi sforzo da sempre di fare in modo che le registrazioni, la produzione o il mixaggio lo riflettano il più possibile. Mi sono trasferito a Sintra per immergermi in un ambiente in cui potevo assorbire i motivi della natura e delle altre creature, delle piante e degli elementi geologici e farli risuonare nel mio lavoro…

La prima canzone dell’album, Just Imagine, è un’ode al potere della mente e dell’immaginazione. Ho letto che ti sei ispirato a una storia molto particolare, ce la vuoi raccontare?  

Parte dell’ispirazione, se ho capito quello a cui ti riferisci, viene da una storia che racconta del potere del pensiero positivo e dell’immaginazione. C’era questo ragazzino malato di cancro che prima di addormentarsi immaginava di trasformarsi nella nuvola di un temporale e di liberarsi del suo male facendolo cadere come pioggia. Ed è così ha cominciato a fare progressi in modo lento ma stabile finché il tumore non è sparito.

È una storia che mi ha commosso così tanto che è entrata nel mio testo nell’immagine della nuvola. Ma le nuvole sono anche una metafora, il simbolo di un presagio che ho voluto fosse parte di questo disco. 

Conosciamo bene la tua passione per i sintetizzatori analogici. Sicuramente i synth sono un elemento cruciale per il sound di All Things Being Equal. Mi chiedevo di riflesso anche che rapporto hai con il computer e la tecnologia digitale. Pensi che abbiano aperto anche nuove prospettive per la tua ricerca musicale?

Potenzialmente sì, ma quasi tutto quello che si può fare con il suono si può ottenere comunque usando l’una o l’altra tecnica. È un po’ un’illusione pensarli come due mondi diversi. Non c’è tutta questa differenza nei principi teorici, semmai nello sviluppo della tecnologia. Sono le “imperfezioni” o il “fascino” di queste tecnologie che finiamo per analogizzare come se fosse l’espressione di una diversa personalità. La musica elettronica in tutte le sue varie forme avrà più o meno un secolo, la maggior parte ha meno di cinquant’anni. È un’arte bambina, lo sento da come si muove, c’è stato un grande cambiamento negli ultimi trent’anni e mi aspetto che il cambiamento continuerà.

Questo disco ha momenti molto edificanti e brani più scuri e sinistri come Spinning Coins and Wishing on Clovers o My Echo, My Shadow and Me. E ha anche un titolo piuttosto curioso, All Things Being Equal. Lo hai scelto per un motivo particolare?

Volevo che il disco avesse profondità – dimensionale, prospettica, costruttiva, tonale – a livello prettamente musicale, artistico e in quanti più aspetti possibile. Sentivo che aggiungendo pezzi come questi, e aggiungerei anche I Can See the Light Bend, gli avrei dato una dimensione più ampia, ognuno di questi poi avrebbe finito per amplificare gli altri. E dare vita a un’esperienza a tutto tondo.

Riguardo al titolo. Io credo che molte leggi siano universali. Il titolo All Things Being Equal ha in sé una vibrazione particolare che sento intonata all’animismo, il concetto che tutte le cose, animate e inanimate, hanno un’anima e una personalità e quindi si equivalgono. C’è poi il quarto principio della fisica di Newton, secondo cui per ogni azione, si innesca una reazione uguale e contraria – che è come dire, semplificando, che le cose si equivalgono. Qualche volta non sappiamo vedere il rapporto tra la re-azione e l’azione originaria. Ma il rapporto c’è.

Mi azzarderei a dire che potremmo trovarne all’infinito di questi semplici elementi che hanno una risonanza universale. Sulla piccola come sulla grande scala.

È un lavoro ricco di sfumature, possiamo sentirci il gospel come il blues e alcuni brani – On A Summer’s Day o I Feel A Change Comin On – fanno pensare alla musica orientale. Una parte della tua ispirazione viene anche da lì?

Nella mia musica c’è sempre un bordone che è la fondamentale di ogni accordo e melodia. Questo sistema, e mi riferisco in particolare alla sua forma pentatonica, si ritrova nella musica indigena di tutto il mondo. In alcuni pezzi uso anche il tambura che è un tipico strumento indiano che si basa appunto sui droni o bordoni, e che sicuramente dà proprio questo sentore.

Non abbiamo avuto modo di parlarne quando è uscito il tributo a La Monte Young. Ti ricordi come hai conosciuto la sua musica? Sono stati i Velvet Underground che ti hanno fatto arrivare a lui? Ci racconti anche della tua esperienza con Infinite Music?

All’inizio lo conoscevo solo di nome e di fama, per avere letto di lui nelle storie dei Velvet Underground, finché non ho avuto una cassetta che mi hanno mandato negli anni ’90. Il disco tributo lo abbiamo registrato dal vivo al teatro Maria Matmos di Lisbona, è stato Etienne Jaumet a chiedermi di unirmi a questo ensemble che suona la musica di La Monte Young, ed è nato qualche anno fa in occasione di un festival parigino che celebrava i cinquant’anni del primo disco dei Velvet.

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