Quel lungo nastro vuoto: intervista a Robert Raths
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Andrea Mi
- 22 Luglio 2018
Nel 2007, quando è nata, c’era ancora Myspace, per dire. Nils Frahm, Olafur Arnalds, Peter Broderick erano molto giovani, discograficamente inediti e non certo in grado di attirare le platee oceaniche che oggi li accolgono negli auditorium e sui palchi dei festival di mezzo mondo. La cerchia di amici messa insieme da Robert Raths ha preso il nome di Erased Tapes e, in poco più di dieci anni, è diventata una delle voci più iconiche e autorevoli nel campo della musica d’avanguardia, capace di abbattere ogni possibile confine tra arti visive, installazioni e moda. L’apertura, nel febbraio del 2017, della Sound Gallery a Victoria Park è, in questa chiave, molto indicativa di un’attitudine all’integrazione dei linguaggi espressivi, un ulteriore segno che i confini tra classica contemporanea, elettronica e musica colta sono stati ulteriormente sfumati. La “residenza artistica” dell’etichetta inglese all’interno di Sparks Festival 2018, a Putignano dal 20 al 22 luglio, con le performance di Rival Consoles, Lubomyr Melnyk, Hatis Noit e Douglas Dare, diventa l’occasione per una lunga chiacchierata con il suo fondatore.
Undici anni non sono pochi e possono diventare l’occasione per raccontare tutto dall’inizio. Come è nata Erased Tapes e da quale idea?
Il background è nell’architettura e nell’arte, ma la musica è sempre stata una grande ispirazione e una fedele compagna di viaggio per tutta la mia vita. Sono arrivato a Londra per continuare i miei studi di architettura e specializzarmi nell’acustica degli spazi. È stato a quel tempo che internet e specificatamente MySpace mi hanno aperto le orecchie a un sacco di ottima musica, senza filtri, autentica e non prefabbricata. Era terribilmente eccitante il fatto che artisti di ogni provenienza potessero condividere le proprie proposte online in maniera organica, connettendosi con i propri simili attraverso quella piattaforma. Attraverso questa esperienza la musica ha conquistato il centro della mia vita. Invece di dedicarmi alla realizzazione di grandi progetti e tenere il suono come semplice fonte di ispirazione, ho capito che mi interessava progettare proprio quello perché la musica diventava la ragione principale grazie alla quale svegliarsi con entusiasmo la mattina. Non era un vero e proprio piano ma, piuttosto, una comprensione e un apprezzamento che si sarebbe sviluppato nel tempo. Siamo bombardati da così tanto rumore che tendiamo a dimenticare troppo facilmente il vero valore dell’arte e della musica. Quanto sarebbe noioso questo mondo se il suono non esistesse. Il suo potere va molto oltre la semplice comunicazione e l’intrattenimento. La musica e l’arte ci permettono di pensare, porci domande, esprimerci. Il suono è in grado di costruire interi mondi nelle nostre teste, da scoprire ed esplorare oltre le barriere fisiche.
Da dove arrivano il nome e il logo con le cime di una montagna?
Quando penso a un nome, per me la cosa fondamentale è che ci sia dietro una storia personale, capace di significare qualcosa. Qualcosa che esprima il valore del suono e, al contempo, sia semplice e condivisibile. Da adolescente avevo acquistato un registratore a nastri, un quattro tracce con il quale sperimentavo e registravo i primi progetti musicali. Tutti coloro che hanno avuto una videocamera o un registratore sanno quanto sia semplice cancellare accidentalmente qualcosa di importante. Senza scendere nei dettagli, c’era questa importante registrazione che avevo catturato con un amico molto stretto, in circostanze notturne altrettanto speciali nelle quali io e lui avevamo dovuto fare molta attenzione a non svegliare nessuno. Era stata una registrazione improvvisa, sorprendente, di quelle cose che non puoi pianificare o ricreare, e sfortuna ha voluto che, in un secondo momento, premendo il tasto sbagliato ho sovrainciso il nastro con qualcosa di molto meno interessante. L’aspetto chiave in questa storia è che non avrei avuto l’occasione di parlare con il mio amico per almeno due settimane e non c’era verso di rimediare all’errore. Ho pensato che quanto accaduto potesse metaforicamente rappresentare, in maniera significativa, tutte quelle cose belle che tanto facilmente possono andare perse o essere dimenticate.
Per caso mi sono imbattuto in una serie di dipinti di montagna di un artista americano, Chris Hernandez. Uno in particolare mi aveva colpito molto, tanto da decidere di lasciare un commento sotto quell’immagine: “this is the one!”. Rappresentava la doppia cima di una montagna. Nell’epoca del capitalismo accelerazionista e dell’obsolescenza programmata, mi sembrava la perfetta rappresentazione di ciò che, invece, è duraturo, senza tempo. Un paio di settimane dopo ho ricevuto un plico contenente quell’immagine dipinta su un disco sismografico da 10 pollici, di quelli che si usano per misurare i terremoti. La sezione radiale rappresentava il tempo e mostrava le 24 ore dal giorno alla notte mentre l’anello nel mezzo indicava l’intensità della pressione. Il tutto poteva essere anche letto come: tempo vs. frequenze = musica. O almeno questa era la mia interpretazione di quell’opera. Non ero mai riuscito a pensare nulla che potesse descrivere visivamente la musica in maniera più efficace. A volte, nella vita, puoi cercare per sempre qualcosa che nei tuoi pensieri è già chiarissima, solo per comprendere che, in realtà, ti sfugge. Altre volte riesci ad ascoltare il tuo istinto per vedere ciò che è già lì, davanti ai tuoi occhi. Dopo più di dieci anni credi di poter dire che Erased Tapes è una casa per noi. Una casa per la musica che, altrimenti, non sarebbe mai stata ascoltata o, comunque, sarebbe stata trascurata.
La tua etichetta mi pare una comunità di artisti che hanno molto da condividere, più che un semplice roster di musicisti talentuosi. Quanto è importante questo aspetto, per te?
Il senso di comunità ora, per me, è più importante che mai. In questa epoca digitale la maggior parte di noi si tiene in contatto online – a volte ci vogliono anni per incontrasi di persona – e dopo un po’ che lo si fa si ha la sensazione che si stia perdendo qualcosa. È per questo che incoraggio le persone che conosco a collaborare di persona e passare più tempo possibile insieme. Questo spinge ognuno di noi un po’ fuori dalla propria comfort zone e ci porta a sperimentare di più. Altrimenti qual è il senso della vita se isoliamo noi stessi da tutto ciò che ci circonda? C’è una ragione se ho intitolato la compilation gratuita per i dieci anni dell’etichetta 1+1=X. Credo fermamente che come collettività possiamo raggiungere molti più risultati rispetto a quelli derivanti dalla somma delle parti.
Ryan West e Ólafur Arnalds sono stati due dei primi artisti che hanno firmato per l’etichetta. Come è accaduto e assecondando quali principi avete costruito tutta la vostra famiglia?
Ryan – ora conosciuto come Rival Consoles – è stato il primo a contattarmi quando ha saputo dell’etichetta: mi ha inviato quattro tracce firmate col suo moniker precedente, Aparatec, accompagnato da qualche riga di apprezzamento per la label e da questa frase: «Sono sicuro che queste tracce venderanno come fette di torta calda». Non si sbagliava. Il primo 7” che stampammo andò esaurito in poco più di una settimana. Passavo le notti intere ad ascoltare le bozze dei suoi pezzi. Il suo approccio alla musica elettronica, da chitarrista, fatto di beat pesanti, corde emotive e synth sognanti mi emoziona ancora moltissimo. Ma, più di ogni altra cosa, amo la sua curiosità e determinazione, la sua spensieratezza. Siamo diventati l’uno il miglior amico dell’altro.
Óli l’ho incontrato in una maniera molto simile. Dopo aver ascoltato solo due tracce del suo cd autoprodotto l’ho ordinato assieme a una t-shirt stampata a mano con l’aiuto di sua sorella. Mi scrisse un messaggio chiedendomi se ero interessato a far uscire la sua musica in Inghilterra, dato che era in tour da quelle parti come batterista della band hardcore Fighting Shit. Dopo quel primo contatto ci furono molte chiamate su Skype, nelle quali discutemmo i dettagli della cosa, compresa una lunga telefonata di notte mentre si trovava a Mosfellsbaer, un sobborgo di Reykjavík nel quale viveva assieme ai suoi genitori. La ricordo benissimo perché lui non riusciva a dormire, a causa del sole alto anche di notte. Mi chiamò mentre girava in skate per le vie della sua città. Dopo un anno ci incontrammo di persona, alla Roundhouse di Londra, in occasione della prima notte organizzata a Londra per promuovere la label. Quello che di lui mi ha impressionato maggiormente è stato questo incredibile e puro slancio sia nel creare che nel promuovere la propria musica. Siamo diventati un combo solidissimo sia nel produrre che nel comunicare quello che facevamo, e lo siamo tuttora. Dopo che ci siamo conosciuti, abbiamo girato assieme gli angoli più remoti del mondo, sia digitalmente che fisicamente.
Tra i tanti artisti che hanno firmato con Erased Tapes, raggiungendo un grosso pubblico, Nils Frahm è quello che ha avuto più successo. Come vi siete incontrati e quando avete deciso di lavorare assieme?
L’ho conosciuto tramite Peter Broderick, che è entrato nell’etichetta all’inizio del 2009. Nils stava aprendo le date europee del tour di Peter, il quale era così impressionato dal suo stile pianistico che mi scrisse un’accorata email per chiedermi di ascoltarlo con attenzione. Mi è piaciuto molto che le sue prime registrazioni al piano fossero fatte come un regalo di Natale per i suoi amici e famigliari. Ancora di più mi sono sorpreso quando un sacco di amici che da anni ascoltavano la musica elettronica più ricercata si sono innamorati di quelle tracce composte semplicemente al piano. Erano le sue produzioni atmosferiche e il suo stile a farmi emozionare. Con lui condivido ancora molti valori e principi estetici, come l’idealismo che ci porta a cercare la perfezione nel processo e nella cura delle produzioni. Allo stesso modo, alcune volte ho cercato di convincerlo ad abbracciare l’imperfezione fino a farla diventare perfetta.
State portando in giro per il mondo degli showcase per festeggiare i dieci anni di Erased Tapes. Cosa puoi dirci del programma con Lubomyr Melnyk, Rival Consoles, Douglas Dare e Hatis Noit che porterete a Sparks Festival? E da dove nasce questo legame con Putignano che si sostanzia anche nella collaborazione col fashion brand Vìen?
Non ero mai stato a Putignano sino ad ora. Il tramite è stato il nostro comune amico Vincenzo Palazzo, fondatore di Vìen, che aveva già chiamato Nils Frahm al Locus Festival e aveva commissionato ad Hatis Noit la colonna sonora per una sfilata dopo averla ascoltata nel mio programma radio su NTS. È davvero raro che un marchio di moda riservi così tanta attenzione alla musica, senza considerarla alla stregua di un elemento d’arredo, di una scenografia. Vincenzo, invece, per quella sfilata durante la Milano Fashion Week ha progettato una vera e propria esperienza, costruita attorno alle interazioni tra voce, abiti, corpi e spazio. Siamo diventati amici e così mi ha chiamato a curare una parte della programmazione qui a Sparks 2018. È stata l’occasione per venire a visitare questa parte d’Italia che non conoscevo ancora. Vedrete che questo showcase sarà qualcosa di straordinario ed esprimerà al meglio lo spirito di comunità che c’è dietro la nostra etichetta.
Aiutaci a risolvere un mistero: come è possibile che artisti così tanto diversi risultino così organici al suono e all’estetica molto definita dell’etichetta?
Prendo questa domanda ricorrente come il più bello dei complimenti che il direttore artistico di una label possa ricevere. E anche come una conferma di un piccolo traguardo raggiunto: fare innamorare della nostra musica indipendentemente dai generi musicali di appartenenza. A volte le persone mi dicono di aver scoperto diversi dei nostri artisti senza sapere che appartenessero alla stessa etichetta. Per molti anni ho lavorato alla compilazione di raccolte che rendessero evidenti i punti di congiunzione tra i vari progetti che producevamo. Ora non ce n’è più bisogno e questa mi pare una cosa fantastica. È diventato a tutti chiaro che Erased Tapes non vuole definire un altro genere musicale ma trovare le occasioni per valorizzare le connessioni tra avanguardia e tradizione, mostrando la diversità della musica nella mutua comprensione. I collegamenti non sono solo sul terreno comune del minimalismo, dal momento che anche il massimalismo, a volte, ha un ruolo importante. A volte, questi due termini sono molto vicini e condividono strutture simili. Altre volte domina il contrasto e quindi nella produzione discografica bisogna trovare l’equilibrio. Altrimenti come fai ad apprezzare il silenzio senza il rumore? E come fai ad aver voglia di rallentare se prima non hai accelerato? Si tratta di trovare il bilanciamento giusto per lo spazio e il tempo. La musica è molto simile all’architettura, per me. Definisce uno spazio nel quale l’ascoltatore può navigare.
Vedi nella multidisciplinarità una possibilità di espansione delle potenzialità della musica? E la recente apertura della Erased Tapes Sound Gallery va in questa direzione?
Assolutamente. Ho sempre incoraggiato le collaborazioni cross-mediali. Dalle commissioni a grafici, fotografi e pittori per lavorare sugli art work e i video associati alle uscite, alle composizioni di colonne sonore per balletti e progetti di coreografia contemporanea come quelli con Wayne McGregor o per i lavori cinematografici di Sebastian Schipper. Entrambi hanno lasciato molto spazio disponibile alla musica, creando le condizioni ideali di lavoro. La costruzione del nostro nuovo spazio fisico, la Sound Gallery nell’East London, ha un ruolo fondamentale nel consentirci di sviluppare queste possibilità. Nelle stesso momento ci permettere di restituire qualcosa alla nostra comunità, dando spazio e visibilità agli artisti locali e permettendoci di creare un luogo nel quale incontrare e interagire con le persone attraverso laboratori, presentazioni di libri, live performance e incontri senza restrizioni di sorta.
Parlaci un po’ del tuo programma radiofonico su NTS. Lo vedi come qualcosa di legato al tuo lavoro con l’etichetta o è un’altra cosa?
Adoro preparare il mio programma mensile. Mi permette di avere la testa fuori dalla bolla per tutto il tempo necessario a selezionare bene le due ore di musica e anche di supportare artisti che non fanno strettamente parte di Erased Tapes. Diventa un’occasione per dare più respiro al racconto delle influenze reciproche e di contestualizzare la nostra musica in relazione a quella che fanno gli altri. Le mie puntate preferite sono quelle che non richiedono troppo tempo per essere assemblate, le condizioni ideali si verificano quando torno da un viaggio e, semplicemente, quando metto insieme tutte le cose che ho scoperto da un’esperienza.

In queste settimane sei in tour con Rival Consoles per il quale ti occupi della parte visiva dello show multimediale. Quanto è importante la componente visuale del tuo lavoro ad Erased Tapes?
A dire la verità credo che i miei occhi siano molto più allentati delle mie orecchie. Avendo disegnato e dipinto per tutta la mia vita mi viene naturale associare una parte visiva alla musica che amo. All’inizio della storia ho creato l’identità visiva dell’etichetta e tutti gli artwork per le nostre uscite. Ora lavoro più da art director e mi occupo di commissionarli ad artisti dei quali ammiro il lavoro. In questo modo posso concentrarmi sulla loro promozione. Quando ho cominciato a girare in tour con Ryan, lui mi ha fatto vedere queste animazioni che aveva generato con Max/MSP/Jitter come saggio d’esame per il suo corso di tecnologia della musica all’università. All’inizio le trovavo un po’ troppo tecnologiche, poi ho capito che c’era un legame molto forte con la sua musica. Allora ho pensato che non avesse senso commissionare a qualcuno lo sviluppo della parte visiva per il suo concerto e ho cominciato a lavorarci. Abbiamo costruito uno strumento visivo attraverso il quale generiamo immagini organiche al suono, e poi così io non mi annoio durante il concerto [ride, ndSA]. Ne deriva una sorta di jam session audiovisiva. Ogni tasto sulla tastiera del laptop è mappato per variare i parametri che ne determinano la forma, la dimensione, la densità, i colori, i movimenti, la velocità, la percentuale di feedback, etc. Attraverso la camera e il microfono del laptop, invece, acquisiamo luce e suono per determinare una sorta di grana in sincrono con lo spazio del live. Lo so: è “un po’ nerdy” ma è molto divertente!
A cosa state lavorando per l’immediato futuro?
Alla fine di luglio usciranno il nuovo album di Masayoshi Fujita, Book of Life, e la ristampa del suo primo disco di solo vibrafono, Stories. C’è davvero qualcosa di molto particolare e ammirevole nella determinazione con cui Masayoshi si dedica alla sperimentazione con questo strumento usando, a volte, archetti, fogli di alluminio ed altri elementi per ampliarne le possibilità timbriche. Per capire come lavora vi consiglio vivamente di guardare la registrazioni del live che ha tenuto alla Sala Vanni di Firenze in occasione di Hand Signed, ripresa dai tipi di URSSS. Successivamente ci dedicheremo a Tender Symmetry, il nuovo lavoro di Michael Price registrato negli edifici protetti dal fondo nazionale attraverso tutta l’Inghilterra. Ogni ambientazione ci ha fornito spunti e ispirazioni, dando una specifica identità sonora alla traccia che la rappresenta. Abbiamo anche coinvolto molti artisti locali per arricchire ogni composizione e contestualizzarla ancora di più con il luogo nel quale nasceva. Su Vimeo potete avere un’anteprima del suo lavoro ma presto vi racconteremo molto di più.
