Rap e letteratura potenziale. Intervista a U.G.O.

Può l’hip hop attingere a temi e forme altre rispetto alla cultura di strada da cui necessariamente nasce? Rap e letteratura è un binomio che potrebbe facilmente far storcere il naso ad un primo accostamento, ma quando l’apparentemente ossimorico tandem è sperimentato da un collettivo con i mezzi tecnici e la padronanza linguistica de La Kattiveria Crew, il risultato può arrivare – e arriva – a toccare vette qualitative probabilmente inedite per le rime in italiano. Sia chiaro che l’approccio di cui stiamo parlando – come si vedrà in seguito proprio in questa intervista – è tutt’altro che caratterizzato da una rottura con la tradizione, ma affonda invece le proprie radici in profondità nelle origini e nell’humus socio-culturale originario della scena entro cui si inserisce. (R)Innovare non rivoluzionando ma evolvendo, sviluppando il “potenziale letterario” (Ehm… Sii) di un’espressione (meta)musicale che nasce – prima di tutto – per veicolare un messaggio. Se il professor Alessio Mariani, in arte Murubutu, è il principale fautore di questa corrente (movimento?), gli altri membri del collettivo La Kattiveria – ognuno con le sue peculiarità, dalle esplorazioni in dialetto reggiano del Tenente al beatmaking di Dj Caster – sono garanzia di qualità assoluta in ogni loro release e rappresentano una nicchia ristretta ma profondissima con cui ogni realtà della scena nazionale dovrebbe necessariamente confrontarsi.

Andrea Bagni, membro della crew dal 1999 in veste di DJ e successivamente votatosi all’MCing con l’acronimo U.G.O., ha da poco pubblicato il suo esordio da solista Lo Strumento Parlante, un concept distopico sul conflittuale rapporto uomo-macchina fortemente influenzato dalla letteratura potenziale; concetti che abbiamo voluto approfondire – vista la qualità del materiale – direttamente con l’autore in questa lunga e densissima intervista.

Come domanda di riscaldamento ti chiedo di parlarci un po’ del tuo progetto: come è nato, come si intreccia la sua storia con quella de La Kattiveria Crew e cosa significa l’acronimo?

La nascita del progetto è fortemente influenzata dalla mia grande passione per la letteratura, nel caso specifico la letteratura fantascientifica verso cui mi sento estremamente debitore. Il rapporto, spesso conflittuale, tra uomo e macchina è argomento “classico” della SciFi (su tutti, il dramma di Karel Capek, R.U.R.) ed ho utilizzato questa conflittualità come macrometafora per approcciare i vari aspetti di questa schiavitù che ci siamo autoimposti e di cui spesso non ci accorgiamo o preferiamo fingere di non accorgerci. Un’altra componente che è fortemente presente nei testi che scrivo deriva dalla mia devozione, più che passione, per la scrittura potenziale: principalmente la produzione letteraria di Oulipo (Ouvroir de Littérature Potentielle) ed Oplepo (Opificio di Letteratura Potenziale), che per alcuni dei miei testi ha fornito una “struttura” basata su esercizi potenziali che successivamente ho sviluppato per i miei fini.

L’album contiene approcci differenti che spaziano dallo storytelling (uno dei tratti distintivi della produzione de La Kattiveria e Murubutu) alla scrittura in prima persona, perciò si cala per certi versi nel filone del Rap Didattico tipico delle produzioni del Carognaio. Il significato dell’acronimo U.G.O. è sconosciuto persino agli altri membri del Collettivo, perciò se ne verrà a conoscenza solo dopo aver aperto il mio testamento [ride, ndSA]

Prima di approfondire meglio le tematiche dell’album, vorrei chiederti di provare a spiegare meglio il concetto di letteratura potenziale ad un “profano” come me. Credo di aver colto a livello intuitivo – correggimi se sbaglio – uno degli esercizi di cui parli nel testo de L’Ara Votiva, che contiene molti nomi (scrittori, artisti musicali, ecc.) che immagino ti abbiano influenzato…

Per iniziare a parlare della scrittura potenziale vorrei riportare un’espressione utilizzata dagli scrittori potenziali stessi per descriversi: «Gli scrittori potenziali sono come topi che vorrebbero uscire dal labirinto che si sono costruiti». La letteratura potenziale è stata “formalizzata” da un gruppo di scrittori che si riunirono in Francia sotto la sigla Oulipo (Ouvroir de Littérature Potentielle, ovvero «officina di letteratura potenziale», e che tra le proprie fila annoverava Italo Calvino, Georges Perec, Raymond Quenau, Marcel Duchamp, ecc.) e che si posero come obiettivo quello di fare ricerca letteraria su due versanti: quello analitico (Lepo Analitica), che studia gli scritti precedenti alla nascita dell’Ouvroir, e quello sintetico (Lepo Sintetica), che è anche il versante su cui maggiormente si concentrano gli sforzi e che cerca, studia ed inventa nuove strutture, regole e restrizioni attraverso le quali generare letteratura.

In Italia, nel 1990, venne costituito OpLePo (Opificio di Letteratura Potenziale) con i medesimi obiettivi dell’Oulipo e che vanta solo componenti italiani (tra cui Umberto Eco, Ermanno Cavazzoni, Piergiorgio Oddifreddi, Edoardo Sanguineti, ecc.). Lo scopo della letteratura potenziale è quello di scoprire e generare nuove strutture e restrizioni a cui attenersi, e di fatto la “potenzialità” sta nel fatto che attraverso quelle regole si possono generare potenzialmente infiniti scritti. Ad esempio, rientrano nelle strutture potenziali le seguenti strutture: Acrostico, Acronimo, Lipogramma, Contraintes, ecc. Strutture dove le regole ferree costituiscono lo spunto creativo principale. Nel caso del Lipogramma (dal greco lèipo = lascio; gramma = lettera) lo scrittore “toglie” alcune lettere dall’alfabeto utilizzato, che nella forma finale dello scritto non compariranno mai (ti svelo che Lettere Mancanti contiene una struttura Lipogrammatica, nel testo infatti non troverai mai le lettere U, G e O). Nel caso de L’ara Votiva [di seguito il video, ndSA] ho riammodernato una struttura cara agli antichi, i Mitografemi, e l’ho applicata al testo. Nello specifico, i nomi dei miei maggiori riferimenti culturali/artistici sono disciolti nel testo e non percepibili ad una prima lettura/ascolto (ad esempio, il verso «sin a trasparire nel tessuto del testo» contiene “SIN A TRA”, uno dei miei riferimenti più importanti a livello musicale). Interessante il fatto che gli Oplepiani non sempre svelino la struttura potenziale celata all’interno dei testi, che di conseguenza risulta assolutamente “invisibile”, da cui la possibilità di inserire testi criptati all’interno di testi in chiaro.

Io ho utilizzato alcune strutture “classiche” all’interno dei miei testi (Lipogrammi, Acrostici, Mitografemi, ecc.), altre le ho inventate di sana pianta (nel brano Idem realizzato con Dj T Robb e pubblicato sull’ EP Il thaatuatore ho inventato una struttura che ho chiamato “acrostico ad orologeria” dove l’acrostico deve essere ordinato scovando i numeri di riferimento nascosti nelle singole strofe).

Hai detto che nella scrittura potenziale «le regole ferree costituiscono lo spunto creativo principale». È quindi la forma a guidare il contenuto nel tuo processo creativo?

In parte sì, ci sono casi in cui il “soggetto” della narrazione mi fornisce tutti gli spunti per la narrazione, altre volte invece la restrizione costituisce il “motore” creativo. Considera che per la scrittura di testi che successivamente andranno cantati, il compromesso tra tecnica e contenuto deve essere ben delineato e chiaro per non creare “mostri incomprensibili” fatti al 99% di tecnica ed all’1% di contenuto.

Come si è articolato questo compromesso nella composizione de Lo Strumento Parlante? È un album nato in primis dal tuo interesse per la scrittura potenziale o è stata la possibilità di sviluppare il rapporto uomo-macchina a darti il primo “input”?

Mi ricordo che il fattore scatenante riguardo alla scelta della tematica dell’album è stata la visione (l’ennesima) di un episodio di Star Trek (la serie originale, a cui sono devoto) intitolato Il computer che uccide. Nell’episodio in questione un nuovo tipo di computer viene testato alla guida dell’Enterprise, estromette dalle funzioni operative tutto il personale umano ed inizia allegramente ad assalire le altre navi della flotta, rischiando di venire distrutto da questa iniziativa. Mi è sembrato un contesto molto simile a quello che la razza umana sta affrontando ora ed affronterà sempre maggiormente in futuro, perciò ho deciso di approfondirlo e di declinarlo sotto vari aspetti. La scrittura potenziale, nonostante mi abbia accompagnato durante quasi tutta la stesura, è una modalità espressiva che avevo utilizzato anche precedentemente in altri lavori, perciò non ha avuto troppo peso a livello creativo rispetto allo sviluppo delle tematiche dell’album. Ad esempio, La variante Alapin, che forse è il brano più rappresentativo del disco rispetto al conflitto uomo-macchina, non contiene esercizi di scrittura potenziale.

u.g.o. la kattiveria

Quando ho letto le tematiche del disco per la prima volta ho pensato a Il mondo dei robot e, soprattutto, a Terminator. Ho notato inoltre che hai citato le leggi della robotica di Asimov. Quali sono state le fonti (cinematografiche, letterarie, ecc.) che ti hanno influenzato maggiormente?

Sicuramente sia Il mondo dei robot, sia Terminator (a mio avviso, capolavoro assoluto realizzato con un budget irrisorio) aleggiano nelle atmosfere dell’album; altri riferimenti cinematografici imprescindibili sono Dark Star di John Carpenter, 2001 Odissea nello spazio di Kubrick, Transcendence di Pfister, Alien di Scott, Metropolis di Fritz Lang, il bellissimo ma poco conosciuto film d’animazione 9 di Shane Acker e molti altri. Per quanto riguarda la letteratura SciFi, P. K. Dick in primis, Samuel Butler, Asimov, Heinlein, H. G. Wells, Gibson, R. W. Emerson ed infine le pubblicazioni Urania, vera e propria Bibbia dei malati di fantascienza.

A differenza di molte delle fonti che hai citato – ad esempio il finale di Terminator (mi limito a considerare il primo dittico di Cameron), seppur non ottimista, almeno sembrava essere categoricamente anti-determinista – la conclusione del tuo album La Fine è Vicina non sembra serbare grandi speranze in merito alla sorte dell’umanità. Il progressivo abbandono dell’uomo al dominio delle macchine è per te ineluttabile e necessariamente negativo?

Diciamo che la “Singolarità Tecnologica” (nascita di un computer/Intelligenza Artificiale infinitamente più intelligente dell’uomo che successivamente creerà altre macchine sempre più intelligenti), evento da cui successivamente deriverà la crescita esponenziale della potenza di calcolo delle macchine, è un’ipotesi che sembra avere discreta solidità (argomento che I.J. Good, Ray Kurzweil e Vernor Vinge hanno sviscerato approfonditamente), perciò se diamo per assodato che la macchina supererà l’uomo in termini intellettuali e non solo, rimane da capire quali azioni l’umanità metterà in atto per non diventare obsoleta. Chiaramente la produzione di Hollywood necessita di finali ottimistici in cui l’uomo buono vince e la macchina cattiva perde; nella realtà, non sono convinto che potremo essere così fortunati.

Ti chiedo ora un approfondimento su due brani che mi hanno incuriosito perché apparentemente “estranei” al concept dell’album: Ap 6, 1-7 e Stesse Note, Altra Melodia.

Il titolo Strumento Parlante, come ti dicevo poco fa, rievoca la condizione di schiavitù in cui versavano diversi uomini durante l’epoca romana, e in tutto l’album – oltre alla schiavitù rispetto alle macchine, che è la macrometafora che utilizzo maggiormente – affronto anche tematiche relative ad altre tipologie di schiavitù che in qualche misura ci autoimponiamo, come ad esempio la religione nel caso di Ap 6, 1-7, l’amore nel caso di Stesse note altra melodia, il lavoro nel caso di Piccolo Mondo Antico (come riportato nella Cronistoria che sottostà allo sviluppo dell’album, le macchine estraggono i miei ricordi e queste tematiche sono parte viva del mio vissuto, ed è stato naturale inserirle nel compendio delle schiavitù che ho compilato).

u.g.o. la kattiveria

Esulando ora per un momento dal disco, vorrei farti una domanda personale: cosa fai nella vita e come ti sei avvicinato al mondo del rap?

Il mio impiego dal 2009 è quello di Educatore di Strada: lavoro con il mondo della cosiddetta “marginalità” (tossicodipendenti, immigrati senza permesso di soggiorno, senza fissa dimora, ecc.) direttamente in strada a stretto contatto con la popolazione più vulnerabile. È un lavoro che amo profondamente e che mi dà tantissimo in termini di relazioni interpersonali.

Il mio avvicinamento al mondo dell’hip hop è avvenuto attraverso canali diciamo, “non convenzionali”… Nei primissimi anni Novanta ero (e tuttora sono) un grande ascoltatore di punk, hardcore e metal estremo principalmente cantati in italiano, e frequentavo spazi autogestiti come lo Scintilla a Modena, il Fassbinder a Sassuolo, l’Isola nel Kantiere a Bologna e successivamente il Livello 57, che in quel periodo cominciavano a promuovere serate di concerti dove l’allora nascente linguaggio rap veniva affiancato a generi completamente differenti, come il punk appunto.

Il primo gruppo che ho ascoltato, amato e che tuttora amo sono stati gli L.H.P. con l’album Vivi e diretti, dei quali mi colpì molto l’attenzione verso certe tematiche tipiche del circuito DIY, portate in italiano ed utilizzando un mezzo, l’HH, che fino ad allora era stato solo ed esclusivamente interpretato in inglese. Ne approfitto per salutare Lele Prox che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente e che oltre ad essere un quotatissimo dj, incarna la memoria storica del fenomeno rap italiano. Ascoltare i suoi racconti su come è nato e si è sviluppato il movimento in Italia è stato estremamente interessante ed educativo. Probabilmente, avendo prediletto da sempre generi musicali in cui il contenuto aveva importanza capitale, questo mi ha portato quasi automaticamente ad interessarmi al rap, poiché – agli albori – i contenuti veicolati erano simili e l’attenzione rispetto a certe tematiche era imprescindibile. Col tempo mi sono appassionato anche al rap americano arrivando ad ascoltarlo principalmente come spunto a livello tecnico in quanto, spesso, a parte alcuni casi, il contenuto veicolato non è dei più originali ed interessanti, ed è lontano da quelle tematiche di cui sopra e a me tanto care.

A questo punto sono curioso di sapere qualche nome tra chi oltreoceano includi in quegli “alcuni casi” a parte che hai citato…

Tra i miei preferiti di sempre ci sono Talib Kweli, eMC, Michael Franti, Mr Slow Flow, Immortal Technique, Yasiin Bey, The Last Poets, Saul Williams, Dead Prez e KRS1 (i principali). Negli ultimi tempi invece sto ascoltando intensamente un giovane artista talentuoso che fino a poco tempo fa era conosciuto come YC the Cynic e che ora si fa chiamare Kemba. Per quanto mi riguarda rappresenta a livello lirico, tecnico e stilistico, il futuro sviluppo della cultura hip hop; lo consiglio vivamente. Al di fuori della scena HH, devo moltissimo ai Living Colour e soprattutto a Gil Scott Heron senza il quale, probabilmente, i nomi che ho riportato sopra non esisterebbero nemmeno.

Quali sono invece gli artisti italiani che preferisci?

Per quanto riguarda la mia “formazione musicale”, sono e sarò sempre debitore verso il fenomeno delle Posse che mi ha fatto avvicinare all’universo HH; in primis LHP ma non solo, Lou X e C.U.B.A. Cabbal, Piombo a Tempo, Merda & Melma, Shezan Il Ragio, Microspasmi, Seca Sek e (a costo di risultare campanilistico) il mio socio Murubutu.

Riguardo ai nostri tempi, invece, ci sono molti artisti validi che apprezzo ed ascolto, ad esempio K Maiuscola, Claver Gold [su queste pagine trovate la nostra recensione del suo ultimo Melograno, ndSA], Brain, Willie Peyote, Kyodo, Rancore, Kiave, Lord Madness, DSA Commando, Moder (che sta per uscire con un album strepitoso), Don Diegoh e Ghemon.

5 Agosto 2016
5 Agosto 2016
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