Arrivi e (ri)partenze. Il nuovo inizio di Riccardo Sinigallia

Intro: Comunque fuori moda

Strano destino, quello di Riccardo Sinigallia. Compositore, arrangiatore, produttore (artistico), uno che trovi dietro le quinte di lavori che in tempi e modi diversi hanno azzeccato la quadratura, riuscendo a guadagnarsi airplay e dosi considerevoli d’immaginario collettivo. Solo per nominarne qualcuno: i primi passi di Niccolò Fabi (era il periodo della splendida Lasciarsi un giorno a Roma, ricordate?) e Max Gazzè (il buonissimo secondo album La favola di Adamo ed Eva), il maggior successo di Frankie hi-nrg (Quelli che benpensano), lo zenit dei Tiromancino (La descrizione di un attimo), poi ancora il secondo album di Coez (Non erano fiori) fino al debutto col botto di Motta (La fine dei vent’anni, premio Tenco Opera Prima 2016).

Dietro a tutto questo c’è a vario titolo la mano – e il cuore – di Sinigallia, la sua capacità di preparare l’infuso sonoro giusto in cui la canzone o l’album va ad immergersi, trovando così le misure, le movenze adeguate, una dimensione. E lui? Lui debutta, nel 2003, con un album omonimo, bellissimo. Ottiene consensi, riesce a far sedimentare tra gli appassionati la convinzione che si tratti di un musicista e interprete considerevole. Ma non esce dalla riserva indiana di quello che in altri tempi avremmo definito – appunto – “indie”. La sua calligrafia, assieme accomodante e scomoda, morbida ma attraversata anzi trafitta da intuizioni dolorose, dalla vocazione a elaborare tormenti vicini e lontani, non si rivela compatibile col successo o una sua ragionevole approssimazione.

Va più o meno allo stesso modo con l’opera seconda, Incontri a metà strada, del 2006. Otto anni più tardi, quando si presenta l’occasione del Grande Salto Pop, aka Sanremo, la sua canzone – Prima di andare via – viene squalificata perché non inedita (era già stata eseguita dal vivo in una serata di beneficenza). Una vetrina a metà, quindi, per il terzo album Per tutti, il suo lavoro più pop di sempre: pop nel senso di “tiromancinismo espanso”, di soul mosso da una fregola quasi danzereccia e melodie a cuore aperto. Eppure nulla, rimane lì, Sinigallia, sotto lo scorrere dei fenomeni, invisibile o quasi.

E oggi, oggi che torna con un disco nuovo, il quarto, dopo altre vampe di notorietà sempre troppo marginale (soprattutto per A cuor leggero, traccia composta per il film Non essere cattivo di Claudio Caligari, candidato agli Oscar 2015, canzone premiata a Venezia e candidata anche al Donatello), cos’altro gli può capitare se non di passare per un corollario di quel fenomeno (non parlerei di scena) battezzato con tutta la genericità del caso It Pop? Eppure, se è vero che in Ciao cuore le forme ostentano una fragranza accattivante, se i ritornelli s’impennano fino all’abbaglio soul/melò, profilati su versi netti, scolpiti per scolpirsi di botto nella memoria, rispetto al sensazionalismo spiccio, allo sticazzismo militante e alla minutaglia esistenziale anfetaminizzata degli italpoppari (che qui evito scrupolosamente di citare), ci senti comunque il tentativo schietto di chiudere conti, di medicare vecchie ferite, di decifrare affetti profondi e sentimenti contorti.

È una raccolta di canzoni intenzionate ad affrontare occhi negli occhi quei fantasmi che neanche sai bene, che non stanno lì per farsi riconoscere, per fartici specchiare, ma per essere inseguite e smontate ascolto dopo ascolto finché non trovi casomai la polpa, una polpa che se la raggiungi ti nutre, non fosse per come ti ha fatto smuovere il culo da te stesso, dalla minutaglia del circuito chiuso di emozioni e pensieri. Questo, che non esiterei un solo istante a considerare un valore aggiunto, coincide più o meno col motivo per cui Riccardo Sinigallia è destinato ad accomodarsi ai margini di un It Pop cui pure non appartiene, e quindi – peggio – a non raccogliere che qualche briciola del suo (dell’It Pop) hype ad altissima volatilità. Il “comunque fuori moda” del backliner omaggiato nella omonima canzone – che dà anche il titolo al film biografico su Sinigallia diretto da Fabio Lovino (già noto e apprezzato fotografo) – va interpretato quindi come una specie di codice genetico, un’attitudine e una croce, forse perfino uno stemma. Fuori moda comunque, Riccardo, anche quando i modi li ha dominati, persino in qualche misura dettati: somiglia all’ammissione di una resa generosa, di chi sa d’aver fatto comunque ciò che doveva e può fare a meno del rammarico, può starci, accettarlo e proseguire.

Qualcosa di tutto questo filtra nell’intervista che ha concesso a Sebastian Procaccini. Assieme a molto altro (Stefano Solventi).

Ciao Riccardo, innanzitutto bentornato! Ci eravamo sentiti per l’ultimo disco, quindi ormai sono passati…

Quattro anni

Esatto, ben 4 anni, e nel frattempo tu non sei stato esattamente con le mani in mano, tra progetti paralleli e/o collettivi, canzoni per film e lavori di produzione o come autore. Questo album esce nel pieno boom di un “nuovo” modo di scrivere e di fare musica (stiamo parlando di quello che è stato prima definito indie e poi è improvvisamente e opportunamente stato ribattezzato It Pop), e si è più o meno affermata una certa estetica. Dando un’occhiata alla copertina del tuo nuovo lavoro, ho pensato in realtà proprio a quella estetica, pur prevedendo una tua non adesione al “genere”. Ovviamente il primo ascolto mi ha confermato quello che pensavo, però la curiosità mi è rimasta. La copertina che hai scelto è un riferimento/stoccata a quel tipo di estetica? O un modo per confondere l’ascoltatore, una sorta di scherzo?

No no, in realtà a questo non avevo nemmeno pensato. Quella è una semplice foto di famiglia, pura e semplice, in cui sono raffigurati diversi oggetti e persone che sono riferimenti a ciò che a livello di “argomento” appare nel disco. Magari il video può sembrare quasi una parodizzazione di quel mondo, ma la copertina proprio no.

Interessante, io per mia deformazione professionale o semplice attitudine a complicare le cose ci avevo visto dei riferimenti a varie copertine di dischi successivi alla nascita del fenomeno “indie”. Questa è una buona occasione per smettere di cercare troppe sovrastrutture, probabilmente!

Guarda, va detto che io scrivo canzoni in una determinata maniera più o meno da quando avevo 12 anni. Quello che è successo dopo è che a un certo punto la musica italiana si è mossa nella direzione di quello che già facevo per i fatti miei, anche se escludo che si tratti di una ispirazione diretta o un riferimento a me, semplicemente la musica si è spostata da quelle parti. Questo può spiegare come mai tu o altri possano aver trovato vicinanze a livello di estetica o musica tra me e questa nuova scena musicale, ma non credo sia una cosa fatta coscientemente da una parte o dall’altra…

In realtà questo mi sembra chiarissimo, conoscendo piuttosto bene il tuo percorso, avevo pensato a una specie di “scherzo”, come ti dicevo…

(Ride, ndSA) No no, assolutamente.

Perfetto, tolto il dente di ogni possibile analogia con “la nuova scena”, direi che resta l’argomento più interessante, ossia questo nuovo disco e la sua musica. La prima cosa che noto è che come negli altri lavori, anche qui non abbiamo una sola e unica direzione, un solo concept sonoro…

Certo, come sempre non mi pongo mai un programma preciso. Il fatto è che per me l’album, per come la vedo io, è sempre una raccolta di canzoni di tutto quello che hai seminato per un certo periodo (in questo caso quattro anni) e i frutti che vengono fuori sono spesso diversi tra loro, malgrado il seme da cui nasce tutto sia uno.

Mi sembra che ancor più che in passato ci sia un’attrazione per gli anni 70 e, come già ci eravamo detti parecchio tempo fa, in generale la black music; in questo probabilmente sei la persona che più riesce ad avere quella attitudine senza mai scaturire nella completa adesione a quel mondo…

Sì, nel mio bagaglio musicale gli anni 70 occupano assolutamente un posto importante, sono stati anni fondamentali per la musica italiana e non solo.

Mi sembra in effetti che i tuoi riferimenti qui siano meno italiani di quanto ci si potesse aspettare…

Sì, considera che quello che mi piace molto è l’attitudine soul, più che il soul inteso strettamente come genere. Per esempio mi piace moltissimo l’elettronica à la Kraftwerk, che ad esempio è tutto tranne che frutto di una programmazione statica. Sembra sequenziale, seriale, ma più l’ascolti e più ti rendi conto che lì il soul c’è.

Da questo punto di vista, parlando di soul, mi sembra che anche a livello di voce ci sia quell’attitudine, confermi?

Posso dirti che in questo disco c’è stato un approfondimento sulla voce, legato anche alla presenza di una persona come Caterina Caselli (figura cardine della Sugar Music, etichetta per la quale esce il disco, NdSA), che per certe cose è stata veramente importante. Mi ha spinto molto a non sottovalutare le potenzialità della voce, come spesso accade ai musicisti che tendono a concentrarsi su molti altri aspetti. In questo caso ho sperimentato parecchio, cercando di esplorare dei territori diversi rispetto alle mie abitudini.

Mi ha incuriosito invece l’inclusione dei due brani finali, mi sono sembrati un po’ degli outsider rispetto al resto del disco, e in effetti se ho ben capito vengono da un periodo precedente, considerando anche che A cuor leggero era stata creata per il film di Caligari…

È vero, sono due canzoni che erano presenti già da tempo. A cuor leggero era un brano che per una strana sorta di pudore avevo scelto di non inserire in Per tutti, ma Non essere cattivo (il film di Cagliari) l’ha in qualche modo rigenerata anche ai miei occhi. Che male c’è è anch’essa precedente a Per tutti. Ho deciso di inserirle comunque, perché se forse Per tutti non era il posto più adatto, Ciao Cuore mi è sembrato che invece lo fosse.

Per altro in un disco che si intitola Ciao Cuore, una traccia come A cuor leggero mi sembra perfetta, anche come inserimento in un ideale concept. Parlami di questo titolo, mi ha incuriosito.

Ho scelto quel titolo per diversi motivi. Innanzitutto è un’espressione idiomatica che può essere sia un saluto di commiato che di congedo, e poi perché il termine “cuore” è forse la parola italiana più adatta per definire una certa attitudine “soul” (parliamo sempre di attitudine, non di genere musicale). È inoltre un’espressione tipicamente romana, una sorta di intercalare che esprime un grande affetto pur non manifestandolo, appunto in maniera tipicamente romana, ma che può anche voler dire un “ci siamo detti tutto e tanti saluti”.

A tal proposito mi sembra che dopo un Per tutti che in qualche modo rifletteva o risentiva di un particolare momento della tua carriera (specie nella title track), in questo disco l’argomento “musica” sia trattato in modo assai più benevolo, come ad esempio in Backliner

Sì, quelle riflessioni sono precedenti a San Remo, ora come ora sto vivendo un bellissimo momento. C’è stato un periodo in cui magari ho avuto perplessità sul continuare, ma appunto è stato un periodo limitato, sono molto contento di essere rimasto in questo mondo di chi fa musica, per quanto sia stato difficile arrivare dove sono ora.

Come sono andate le prime reazioni al disco?

Ottime, addirittura esagerate! È la prima volta che mi capita di avere una così buona accoglienza!

Perfetto, ti saluto chiedendoti se ci saranno particolari novità legate alla presentazione live di questo nuovo album…

Saremo esattamente la stessa formazione del disco precedente, il tour sarà incentrato su questo album, più simile a quello del primo album, con parecchia elettronica. Ovviamente un momento dedicato ai brani in acustico ci sarà, cercando di creare l’atmosfera adatta, facendo un po’ di drammaturgia.

15 ottobre 2018
15 ottobre 2018
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