Sanremo 2019. Motta, Zen Circus e Achille Lauro non bastano, il Festival rimane vecchio

Dopo una serata inaugurale che definire soporifera sarebbe davvero riduttivo, l’idea è che si sia cercato di svecchiare un prodotto già alla base obsoleto (lo era trent’anni fa, quando artisti come De Gregori e De André ne mettevano in dubbio la moralità). Con la flessione sempre più costante verso il basso dei talent show, si è voluto quindi tentare la carta dell’indie e della trap, chiamando in gara nomi tra i più rappresentativi di entrambe le categorie. Il siparietto iniziale vede i nostri tre presentatori in bilico su una pedana, con i ballerini a dimenarsi sotto in una coreografia confusa e senza alcun mordente. Ma partiamo subito con la scaletta. Ad aprire le danze pensa Francesco Renga, che già dopo altri due concorrenti non si ricorda più nessuno: la sua è una metrica stancamente ancorata agli anni Novanta e non vuol proprio saperne di rinnovarsi. Alle vecchiette però sembra piacere, quindi… Nino D’Angelo e Livio Cori sembrano capitati lì come penitenza per qualcuno, inflitta dai piani alti, altrimenti non si spiega, mentre la svolta elettronica di Nek è l’ennesima dimostrazione che non basta cambiare genere per ingraziarsi questo o quel pubblico, tanto a Sanremo stanno tutti lì a guardare altro.

Improvvisamente gli Zen Circus, con il loro inconfondibile stile, che grida “siamo indie” a ogni strofa, e con Appino inspiegabilmente vestito a metà tra Frank-N-Furter e Enzo di Un sacco bello. Brano diretto che potrebbe far breccia tra i nuovi ascoltatori e che convincerà i più fedeli. Su Il Volo è meglio stendere un velo pietoso, giusto il tempo di ricordarci perché Loredana Bertè è ancora un’icona della musica – altro che Lady Gaga, diremmo caciaramente – e che Daniele Silvestri sa ancora il fatto suo in termini di canzone d’impegno civile (con Rancore che non sfigura affatto al suo fianco). Federica Carta e Shade sono lo scherzo malriuscito dell’anno (Ultimo non pervenuto), quindi è un bene che subito dopo si succedano rispettivamente Paola Turci e Motta, con il secondo a rinforzare le fila del tifo pro-indie (al netto del carisma da termosifone spento): Dov’è l’Italia è probabilmente il pezzo migliore in gara.

Patty Pravo e Briga sono vittime di vistosissimi inconvenienti tecnici (probabilmente i musicisti dell’orchestra avevano esaurito il coraggio dopo i BoomDaBash), con Simone Cristicchi a concludere il momento più letargico del Festival. Ci deve pensare un novellino dell’Ariston come Achille Lauro a svegliare un po’ il pubblico in platea, con un brano dalla ritmica intelligente e nostalgica che inevitabilmente rimanda alla sortita vascorossiana di Vita Spericolata (e porta l’autotune sul palco). Arisa torna a Sanremo con la solita cantilena zuccherosa, mentre i Negrita non sono mai usciti vivi dagli anni Zero (scusate ma I ragazzi stanno bene solo con i Diaframma). In un palco in cui ancora la parola rap è pronunciata con una certa diffidenza, di Ghemon ci ricorderemo più il sarto (da condannare al rogo) che le sue Rose viola. Einar sconta la rendita che X Factor si porta ancora dietro sul più importante Festival della canzone italiana, pezzo che si lascia ascoltare senza infamia né lode (e che si dimentica altrettanto in fretta). A segare le gambe all’indie arrivano gli Ex-Otago, con la loro proverbiale e immonda tiritera. Tremiamo già all’idea di Corochinato.

Su Anna Tatangelo è meglio soprassedere. Su Irama, pure. Enrico Nigiotti è la quota Amici. Su Mahmood, ma che veramente? Il Festival di Sanremo è quel che è e probabilmente non cambierà mai, fino alla sua chiusura definitiva. Il resto, ce lo dicono meglio i the Jackal in questo video.

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Basta chiedercelo, quest'anno non vediamo Sanremo!#Sanremo2019

Posted by the JackaL on Tuesday, February 5, 2019

6 Febbraio 2019
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