Sbavature da fiction all’italiana. “Il nome della rosa” – Parte 2

Con un classico cliffhanger di fine episodio, abbiamo lasciato frate Guglielmo e il novizio Adso all’interno della biblioteca, persi e separati per colpa della sua struttura diabolica che «con ordine crea disordine». Dopo aver sentito le urla del giovane, Guglielmo trova Adso in preda al terrore, colpa di una droga allucinogena posta come trappola per gli ospiti indesiderati. Sicuro della natura umana delle “apparizioni” a cui il novizio ha assistito, il frate lo porta via da quel luogo di perdizione, rimandando ancora una volta l’indagine.

Pensato seguendo più attentamente la descrizione di Umberto Eco (meno “escheriano” della proposta del film del 1986), il centro ideologico del monastero è anche la fucina dei crimini che lo stanno turbando. Infatti, i due protagonisti non possono che ritornare all’interno della biblioteca (episodio 4), in una sequenza che risulta essere la più interessante e coinvolgente di questi due nuovi episodi. La causa principale risiede nell’intuizione con cui il regista Giacomo Battiato costruisce il senso dello spazio: modulare, caotico, ingannevole, claustrofobico, la culla in cui «il sapere trova le proprie fondamenta» è il risultato di un’impressionante scenografia colma di dettagli e di un montaggio frenetico in grado di restituire sia la bramosia con cui Guglielmo vuole accedere “alle verità” che l’oscura genialità della mente che l’ha costruita; c’è sempre una causa razionalmente intuibile dietro le vicende inspiegabili di questo mondo e infatti, come ci insegna Eco, «la prova dell’esistenza del Diavolo risiede nel nostro desidero di vederlo all’opera».

Questa spiccata interpretazione laica del romanzo si vede anche nel modo in cui vengono portati avanti Guglielmo da Baskerville e Bernardo Gui. Sebbene siano schierati su un terreno esplicitamente manicheo (siamo comunque nella prima serata della Rai), i due personaggi proseguono comunque sul sottile filo dell’ambiguità. Del primo ne si esalta l’ossessione della scoperta, che lo confina in una zona d’ombra tra il dogma e l’eresia, tra la salvezza e la condanna; nemmeno il timoroso e ignavo abate Abbone da Fossanova (Michael Emerson, di cui si vorrebbe vedere di più) gli impedisce di osare oltre i limiti prestabiliti. Del secondo, invece, ne si vuole approfondire la velenosità delle azioni, oltre il rispetto degli ordini papali e dei doveri del ruolo che ricopre. Significativa la scena in cui, durante il proseguo del flashback dedicato all’eretico Dolcino e alla moglie Anna, Bernardo interroga la seconda (episodio 3): grazie alla serpentina recitazione di Rupert Everett, capace di mescolare una rabbia dispotica a un perverso desiderio sessuale, Bernardo Gui viene trattenuto in mezzo ai comuni peccatori, lontano da qualsiasi illuminazione divina di cui pensa essere detentore; la spasmodica ricerca del demonio negli occhi di una donna rende l’Inquisitore una fusione di molte influenze letterarie, tra cui quella dell’arcidiacono Claude Frollo de Il Gobbo di Notre-Dame di Victor Hugo.

Purtroppo l’ambiguità non si trova solo nel testo di Eco. Confermando in parte i timori sorti alla fine dei primi due episodi, la regia di Battiato non sembra essere sempre in grado di rispettare le sue grandi ambizioni, soprattutto quando si perde nelle scene dedicate alla figlia di Dolcino e Anna, Margherita (Greta Scarano). Se nella trama dentro il monastero molte sono le soluzioni visive interessanti, forse spinte dalla minuziosa ricostruzione degli ambienti e dalla ricerca del chiaro-scuro pittorico attraverso la luce (per quanto posticcia in alcuni punti), in tutto ciò che fa da “contesto esterno” si notano pesanti sbavature, sia a livello tecnico (per esempio, il montaggio della scena dell’inseguimento di Margherita è imbarazzante) che di scrittura. Peccato, perchè questa sotto-trama è gestita prettamente da attori italiani (che continuano a faticare nell’auto-doppiaggio). In compenso, in questi due episodi emerge finalmente lo straordinario Roberto Herlitzka, il quale dona un’irresistibile ironia ai deliri apocalittici del suo Alinardo da Grottaferrata.

Siamo a metà della serie e le stonature diventano oltremodo evidenti. Staremo a vedere cosa succederà nelle prossime puntate, dato che la disputa tra Francescani e delegati papali è uno dei punti chiave più complicati del romanzo di Eco.

18 Marzo 2019
18 Marzo 2019
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