Cosa ci aspetta nella quarta edizione del Siren Festival. Intervista a Pietro Fuccio di DNA Concerti

La formula del boutique festival che unisce scelte artistiche trasversali, argute e mai banali allo scenario a misura d’uomo di una piccola cittadina abruzzese affacciata sul mare ha funzionato, raccogliendo di anno in anno un numero di presenze e consensi sempre maggiori. Vasto è quindi pronta a riaccogliere il Siren Festival dal 27 al 30 luglio 2017 per la sua quarta edizione, che al solito si presenta con tanti nomi importanti, molta curiosità e anche qualche novità organizzativa. Torniamo a confrontarci con l’organizzazione di quello che ormai è diventato un appuntamento fisso dell’estate musicale italiana, grazie a Pietro Fuccio di DNA Concerti, mentre qui potete trovare la nostra playlist per prepararvi al meglio.

Partiamo subito dalle novità. Cosa dobbiamo aspettarci da questa quarta edizione del Siren?

La novità più grossa non posso ancora raccontarla, perché dobbiamo ancora annunciarla. Posso dirti che abbiamo cercato di concentrarci maggiormente sulla spiaggia come aerea da migliorare e far crescere. Il primo anno abbiamo avuto solo appuntamenti notturni, peraltro con dei problemi organizzativi non di poco conto, mentre dal secondo anno abbiamo cominciato ad avere una base più stabile e un lido di riferimento dove abbiamo cercato di far confluire il nostro pubblico. Quest’anno vorremmo fare uno step ulteriore, cercando di dare al festival una chiave ancora più balneare in un posto molto bello, che da diversi anni è bandiera blu.

Mi fa piacere sentirti parlare dell’utilizzo della spiaggia. Come dicevamo anche lo scorso anno, è uno dei potenziali punti di forza del Siren, che però fin qui ha avuto una funzione per lo più laterale…

Sì, ricordiamoci sempre che questo festival è organizzato da un’agenzia romana e da un gruppo di persone che fa capo a uno statunitense, quindi è come giocare sempre in trasferta con tutte le difficoltà del caso. Il tuo pensiero lo estendo a uno mio ancora più grande: può essere che in un paese come l’Italia, che è fatta solo di coste, nessuno ci faccia un festival?

Lo scorso anno mi raccontavi però delle difficoltà strutturali nel lavorare sulla sabbia, tra acqua e salsedine…

Quello è un problema che c’è e rimane. Ho già lavorato in passato a un festival sulla spiaggia, un’edizione di Enzimi a Ostia, e ce la vedemmo davvero brutta da un punto di vista tecnico. Posso sicuramente dirti di non aspettarvi né quest’anno né per i prossimi dieci il mainstage sul mare, perché ha troppi lati negativi. Fare invece una spiaggia più sonorizzata, strutturata, più Siren, si può e si deve.

Come sta crescendo e maturando il festival a tuo avviso?

Sta maturando nel rapporto di comprensione con il pubblico. Molti degli ostacoli che vedevo nell’organizzare un festival in Italia secondo me stanno venendo meno. Non ho la presunzione di dire che sia merito nostro ma credo stia cambiando in tante cose la percezione della musica dal vivo da parte del pubblico. Cinque anni fa in Italia potevi fare solo un tipo di festival in cui ci fossero artisti tutti uguali che suonassero pressoché la stessa roba. Tutte scuse per non comprendere a pieno il fenomeno festival, che così come un film, non è la ripetizione di una stessa sequenza venti volte. Oggi mi pare che un po’ la percezione sia cambiata. Quando due anni fa facemmo John Hopkins e Verdena nella stessa serata ero pronto ad essere impallinato, e invece non solo andò tutto liscio, ma molti miei amici che i Verdena non li avevano mai sentiti perché ascoltavano musica elettronica mi dissero che avevano avuto il pretesto per ascoltarli e scoprire un ottimo gruppo. E’ questo che un festival dovrebbe fare: allargare la disponibilità a vedere cose diverse. Non si potevano fare italiani e stranieri, rock ed elettronica, tutti steccati che stanno cadendo, e questo rende il mio lavoro più facile da un lato, perché devi pescare da più ambiti musicali, ma anche più divertente.

Questa diversa percezione significa che il pubblico italiano potrebbe essere pronto anche per un festival più grande?

Perché no. L’unico festival di certe dimensioni che avevamo in Italia era l’HJM, che ogni due anni faceva una giornata con un solo artista, che era un po’ come un pranzo di nozze solo con i primi. Vedere al Siren la gente che si vede un Calcutta, che può essere lontano dall’immaginario di James Blake, Editors o National, come Vasco Rossi può essere lontano da Pearl Jam e Depeche Mode, credo sia molto incoraggiante. E’ ovvio che in questo caso si deve essere in due a crescere: da una parte gli artisti che la devono smettere di pensare che se fanno musica italiana non devono ascoltare niente di quello che viene fuori dall’Italia e seguire un programma molto delineato. Il resto lo deve fare il pubblico, cercando di allargare sempre più i propri orizzonti.

Dopo aver invaso il mondo delle uscite discografiche, la componente “sorpresa” con concerti non previsti in cartellone e le innovazioni lato digital (con gli annunci improvvisi tramite app) sono state le due novità del Primavera appena concluso che hanno fatto più discutere. Voi già in passato avete fatto qualcosa di simile con concerti improvvisati sui balconi che affacciano su via Adriatica. Dobbiamo aspettarci qualcosa di simile anche quest’anno?

Mi fa molto piacere che sia stato tu a ricordarlo e non io, altrimenti avrei fatto la figura di quello che se la tira perché il Primavera ha copiato il Siren [ride, ndSA]. Però è vero, è un aspetto molto divertente, e anche quest’anno vorremo fare qualcosa. Ci fa piacere constatare che il festival piace anche agli artisti che non ci si esibiscono o che magari si trovano dalle parti di Vasto, cosa che potrebbe spingerci a coinvolgerli per qualcosa di improvvisato. Da un punto di vista digital, anche lì stiamo lavorando, ma per il momento non posso dirti ancora molto.

Parlavamo anche lo scorso anno del lavoro che state compiendo per inserire il Siren sulla mappa europea dei festival estivi. Come sta procedendo questo tipo di coinvolgimento di pubblico dall’estero?

Penso che il festival i suoi fan piano piano se li stia facendo, fermo restano che da un punto di vista europeo tre edizioni sono veramente nulla. Una difficoltà oggettiva è che per fare un buon lavoro di promozione all’estero devi muoverti con tempi molto difficili da rispettare. Avere a gennaio la line up già finita così da andare in Inghilterra, Germania o Scandinavia e proporre il tuo festival e la tua location, è molto complicato. La competizione tra festival a livello internazionale si è fatta fortissima, per cui se non hai risorse sconfinate, riuscire a chiudere la line up otto mesi prima è davvero molto difficile e questa è una cosa che ci ha sempre un po’ penalizzato. Speriamo pian piano di riuscire a migliorare, e stiamo lavorando su alcune partnership con gruppi editoriali che apprezzano il festival e si spera possano darci una mano per il 2018.

A proposito di line up, se due anni fa qualcuno lamentava una scelta artistica eccessivamente elettronica e lo scorso anno troppo italiana, quest’anno ce n’è davvero per tutti…

Il punto è sempre vedere cosa c’è in giro di interessante senza badare a generi o a paesi di provenienza. Quest’anno credo ci sia veramente un po’ di tutto, dagli Arab Strap ai Cabaret Voltaire, dal dj set di Apparat a Trentemøller, passando per una delegazione nostrana molto importante che non deriva da calcoli, ma dal fatto che c’è un movimento nella scena musicale italiana che non ha precedenti, da un punto di vista tanto qualitativo che di riscontro del pubblico. E quindi i Baustelle, Giorgio Poi, Andrea Laszlo De Simone, Cal Brave x Franco 126, Ghali. Secondo me è un po’ una fotografia di questo momento storico.

Personalmente ho apprezzato molto anche la scelta di inserire in cartellone il set di Quattro Quartetti, tutt’altro che scontato nella dinamica di un festival in cui si passa rapidamente da un palco all’altro…

Mi dai l’opportunità per dire un’altra cosa di cui andiamo molto fieri, e cioè che Vasto ha un sacco di location che sin dal primo giorno ci sono sembrate tutte adatte per fare qualcosa. Prendi ad esempio i Giardini d’Avalos, dove puoi portare qualcosa che richiede concentrazione e attenzione, come il set di Corrado e Mimì. E’ perfetto e questo ci dà la possibilità di muoverci su diversi ambiti musicali, un connubio tra quello che offre il territorio e il coraggio di poterci allargare in tante direzioni e cercare di realizzare un festival più eterogeno e quindi più interessante.

Quali sono i concerti che personalmente attendi di più?

Sono molto curioso di vedere Ghostpoet, un artista che mi è sempre piaciuto e ma che non ho mai avuto l’opportunità di ascoltarlo dal vivo. Mi diverte molto vedere i Baustelle, che per questo disco hanno fatto solo concerti teatrali, in uno spazio più grande a briglie sciolte perché il loro è uno show che secondo me ha bisogno di essere liberato dalla gabbia del teatro. E poi sono molto curioso di vedere Ghali che ancora non ha suonato molto dal vivo, un fenomeno che evidentemente non può essere trascurato, e sono curioso di vedere cosa succederà quando salirà sul palco.

A malincuore chiudiamo con un argomento di cui mai avremmo pensato di dover parlare ma sul quale diventa inevitabile porre per un attimo l’attenzione. Cos’è cambiato nell’organizzazione di un evento come il Siren in termini di sicurezza?

Il rischio di dire cose banali è enorme e ti do una risposta che può sembrare furba ma non vuole assolutamente esserlo: per quello che riguarda gli organizzatori, deve cambiare tutto. E’ chiaro che parliamo di situazioni molto difficili da controllare sia per chi organizza concerti che per chi si occupa dei trasporti. E’ anche per questo che si deve fare ancora di più l’impossibile per prevenire l’imprevedibile. Anche per noi tante cose cambiano a cominciare dal livello regolamentare. Personalmente sono un po’ per la teoria del fulmine che difficilmente cade due volte nello stesso punto, per cui alzare l’attenzione sempre dopo che è successo per poi dimenticarsene dopo un paio di mesi lo trovo abbastanza sbagliato. Detto questo, qualsiasi indicazione per alzare il livello di sicurezza va presa con tutta la serietà possibile. Ma soprattutto vorrei non cambiasse nulla per chi ai concerti ci viene. Se si comincia a non andare o ad andare di malavoglia, che forse è ancora peggio, questi stronzi hanno vinto davvero e questo non deve succedere.

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