Siren Festival e i festival musicali in Italia. Intervista a Pietro Fuccio di DNA Concerti

Nato come il sogno di un informatico del New Jersey in vacanza in Italia, Louis Avrami, che vide nei luoghi di Vasto il set ideale per un festival musicale, dal 21 al 24 luglio torna per la terza edizione il Siren Festival. Manifestazione piuttosto atipica nel panorama di eventi estivi italiani, che prende in prestito la formula dei più grandi festival europei con diversi palchi a suonare in contemporanea fin dal pomeriggio e un cartellone che tocca generi diversi (quest’anno si va dai Notwist agli Editors, da Thurston Moore ai Cani, e poi Gold Panda, Powell, Josh T. Pearson, Yakamoto Kotzuga, His Clancyness e tanti altri – per il programma completo, potete consultare la nostra pagina dedicata o il sito ufficiale della manifestazione, mentre qui trovate la playlist dedicata di SA), il tutto tenendo sempre ben presente la dimensione a misura d’uomo della cittadina abruzzese. Avrami si innamorò letteralmente di quei posti, al punto di parlarne con Barry Hogan, organizzatore dell’All Tomorrow’s Parties, il quale a sua volta gli segnalò l’agenzia romana DNA Concerti di Pietro Fuccio per un’eventuale versione italiana del festival britannico. Dell’ATP non se ne fece nulla, ma l’informatico statunitense portò lo stesso Fuccio a toccare con mano quei luoghi, convincendolo che sì, un festival musicale tra quei giardini, in quella piazza o davanti a quella porta spalancata verso il mare ci sarebbe stato proprio bene.

Pietro, DNA Concerti nasce nel 1998, con il tempo è diventata un punto di riferimento nell’organizzazione di musica dal vivo in Italia e da tre anni completa la sua stagione con un festival. Cos’è cambiato in questo settore, per cui è diventato possibile realizzare anche nel nostro Paese un festival come quello di Vasto?

Spero innanzitutto sia diventato possibile. Per adesso lo facciamo, tra mille sacrifici e convinti che possa dare i suoi frutti nel tempo. Lo pensiamo come qualcosa che possa completare il panorama live italiano, dove in estate ci sono tantissimi concerti sparpagliati che fanno un po’ a gomitate e si tolgono pubblico a vicenda. A differenza di tutto il resto del mondo, da noi non c’è nulla che agglomeri le proposte che ci sono in giro facendo in modo che con un investimento limitato e un paio di giorni a disposizione si riesca a vedere tutto. Se il mercato sia cambiato o meno, non so dirtelo onestamente, ma posso dire sicuramente che l’Italia è un posto in cui si fa veramente fatica a far entrare nella testa della gente questo tipo di formula. All’estero in estate è un po’ la regola, mentre da noi è decisamente più complesso. Quando si sente parlare di festival in Italia ci si riferisce a rassegne composte da dieci-venti concerti che si svolgono nell’arco di dieci giorni o un mese, completamente scollegati e presentati sotto un unico cartellone, dove chi organizza risparmia sugli allestimenti e sulla promozione, ma in realtà è come se stesse organizzando venti date separate senza nessun nesso reale. Quando parlo con gli agenti stranieri di quello che c’è in Italia, devo stare attento a non usare parole che per loro hanno un significato diverso. Se gli dico “festival” e poi li porto a Villa Ada o a Ferrara Sotto le Stelle, gli artisti mi guardano straniti chiedendomi dove siano gli altri palchi e gli altri musicisti. Negli anni ho imparato a chiamarli “concert series”.

Quali sono le difficoltà maggiori nell’organizzare un evento del genere?

Tutte. La burocrazia è quella che inizia a tagliarti le gambe a monte: senza uno spazio, delle licenze, dei permessi, non puoi fare tutto il resto; è l’ostacolo principale e anche quello più difficile da aggirare. A Vasto è un problema che, lo dico toccando ferro visto che la settimana scorsa ci sono stati i ballottaggi per l’elezione del nuovo sindaco e spero che le cose non cambino anche se eravamo stati abbastanza rassicurati a riguardo, siamo riusciti a superare. Ci piace dire che uno dei motivi per cui il festival si fa lì è che oltre ad essere un posto molto bello e godibile, con il mare e una parte medievale, dove si mangia bene e ci sono distanze ridotte da coprire, c’è anche un’amministrazione che ci ha aiutati concretamente a realizzarlo.

Perché a tuo avviso in Italia persistono questi enormi ostacoli nell’organizzazione eventi di musica dal vivo?

Cerco di darmi due risposte. Da una parte c’è il solito luogo comune per cui c’è poca predisposizione nel vedere nel concerto di musica leggera un elemento culturale e qualcosa che possa essere un volano per l’economia. Si tende sempre a pensare che il concerto pop vada bene perché ai ragazzi piace, e non c’è bisogno di agevolarlo in quanto chi li organizza fa milioni da solo. Sembra qualcosa che nasce e finisce lì, che non ha bisogno di nessuno e non porta alcun arricchimento culturale o economico. Ricordo ancora la polemica sul concerto dei Rolling Stones al Circo Massimo, con gli organizzatori “colpevoli” di aver pagato l’occupazione del suolo pubblico nella misura prevista degli allora testi vigenti, poi modificati. Si parlò di un indotto di almeno 1 milione di euro, ma sentivi gente urlarle lo stesso allo scandalo.

C’è però anche un altro aspetto che a mio avviso fa il paio con questo: bisognerebbe capire se quelli che normalmente si fanno aiutare dalle istituzioni realizzano effettivamente eventi che portano qualcosa in termini culturali o economici. Siamo pur sempre in Italia e se riesci ad organizzare il festival, il concerto o la rassegna con il sostegno degli enti pubblici italiani, non è detto che tu lo faccia perché hai vinto un concorso europeo per il progetto più valido. È anche per questo che quando sento le due neo-sindache Cinque Stelle dire basta con questo sperpero di soldi per festival e concerti, da una parte gli risponderei di smetterla con il preconcetto che la cultura sia soltanto il balletto, la classica o se va bene il jazz, ma dall’altra sono sicuro che quando pubblicheranno nomi e cognomi delle persone a cui metteranno in mano dei soldi, questi quasi sicuramente faranno bene.

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Non trovi però che in tutto questo la dipendenza dal settore pubblico rimanga la reale aggravante?

Assolutamente sì. All’estero il grosso dei festival non viene finanziato dai Comuni o dalle Provincie, ma dai brand che decidono di investire nell’evento. Prendi il Primavera: venti anni fa non esisteva e oggi è una macchina da guerra, dal nulla sono passati prima a 8, poi a 25, poi a 70 mila spettatori. È ovvio che in quel caso i marchi che hanno bisogno di promozione iniziano ad interessarsi. In Italia siccome è difficile, per non dire impossibile, mettere insieme quei numeri, ricorri alle rotelline della bicicletta del finanziamento pubblico. Personalmente sono assolutamente contrario: mi piacerebbe fare un festival che si regga completamente sulle sue gambe, che si organizzi perché ci va abbastanza gente da potersi pagare le spese con i biglietti, il cibo e magari gli sponsor privati. Questo purtroppo in Italia non è ancora possibile farlo e sei costretto a chiedere aiuto al settore pubblico, con i problemi di cui sopra.

A questo punto, quanto la vendita di biglietti e abbonamenti diventa fondamentale nell’economia dell’organizzazione e della pianificazione di un evento come il Siren?

Per quanto ci riguarda, tutto quello che organizziamo durante l’anno si regge al 100% sulla vendita dei biglietti. A Vasto, senza entrare troppo nel tecnico, posso dire che senza un contributo dell’amministrazione non potremmo edificare un festival sulla sabbia o nella Piazza del Popolo. Voglio comunque sperare che chi ci sostiene abbia modo di vedere nell’evento un ritorno. Più di quello che riceviamo dal Comune lo reinvestiamo totalmente in servizi tecnici, strutture alberghiere e personale che prendiamo sul territorio di Vasto. Considerando che il 99% del pubblico viene da fuori e che nei giorni del festival non si trova una stanza d’albergo neanche a morire, spero che anche per la città la manifestazione alla fine si riveli un buon investimento.

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Veniamo a questa terza edizione del Siren. Quali novità dobbiamo aspettarci? Su quali aspetti avete investito di più, da un punto di vista organizzativo?

Direi innanzitutto sulla line-up. Come dico sempre, scegliere gli artisti per un festival non è come comporre una playlist, non basta buon gusto, e la quantità di fattori che si devono incastrare sono più o meno gli stessi della scala reale a poker. Stiamo cercando di investire molto su questo: non avevamo mai portato un gruppo che suona nei palazzetti come gli Editors; potranno anche non piacere, ma ritengo che siano una realtà di primissima fascia nel panorama internazionale. Ci saranno poi molte più attività post-concerti: ad esempio Gold Panda o Marco Passarani faranno dei veri e propri set dopo l’1:00, alla fine dei live canonici. A livello di servizi per la realtà di Vasto, come per tutte le piccole città in cui – tengo sempre a sottolinearlo – non viviamo (siamo un’organizzazione per metà romana e per metà del New Jersey), cerchiamo anno dopo anno di prendere le misure e riuscire a mostrare sempre più angoli del territorio, in modo tale che chi arriva possa godere di un servizio sempre più all’altezza. Cerchiamo di fare la stessa cosa sempre meglio, con sempre più qualità, maggiore efficienza e spero anche con sempre più pubblico: al di là del nostro tornaconto economico, è bello andare in un festival dove c’è tanta gente che si diverte e sta bene.

Quali sono state le reazioni e i commenti di Louis Avrami dopo queste prime due edizioni? Era il festival che aveva in mente quando venne in Italia?

Lo dico con affetto: secondo me no. Louis non è un organizzatore di concerti, è un fruitore, un appassionato e soprattutto è un cittadino degli Stati Uniti. Non nascondo di essere entrato un po’ a gamba tesa su quella che era la sua idea di festival, probabilmente più raccolta e concentrata su certi suoni, ma era un po’ mio dovere farlo. Credo comunque che sia rimasto molto contento.

Uno degli aspetti sui quali lo scorso anno avevate affermato di puntare molto, ma che a mio avviso è rimasto ancora un po’ in sordina per un festival che si svolge in una città di mare, è l’utilizzo della spiaggia. Ci sarà qualcosa di nuovo in questo senso quest’anno?

Sono d’accordo con te. Sicuramente è una parte che va sfruttata di più. Nella prima edizione, non per colpa nostra, il grosso flop è stato lì: uno stabilimento balneare non ci ha neanche aperto per fare una delle serate che avevamo programmato insieme. A quel punto, per tutto il resto del mio ufficio, Louis compreso, quella parte era qualcosa da archiviare definitivamente. Per me però è inconcepibile avere il mare e tenerlo in panchina, non mandarlo in campo in una partita del genere. Mi sono intestardito e secondo me abbiamo fatto abbastanza passi da gigante. La verità purtroppo è una: sulla spiaggia fare dei veri e propri concerti è un po’ un suicidio. Da un punto di vista tecnico, i due principali nemici dei service sono l’acqua e la sabbia. Mi piacerebbe invece che la spiaggia diventasse sempre più un luogo d’incontro, un modo per tenere insieme le persone anche durante la giornata, ma che poi il grosso del festival continuasse a svolgersi nella parte alta, per poi tornare giù per gli after-show. Altra cosa da dire è che se vai in spiaggia durante un periodo dell’anno in cui le temperature medie sono di trentacinque gradi, non puoi chiedere alla gente né di vedere i concerti, né tantomeno di farli fino alle sette di sera. A quel punto avremmo eventi che iniziano a dieci minuti di macchina gli uni dagli altri, e sarebbe sconveniente. Credo che invece la spiaggia continueremo a declinarla in quella maniera, provando a fare un lido sempre più interattivo tra musica e pubblico del festival.

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Una delle caratteristiche più apprezzate del Siren è il suo essere un festival a misura d’uomo: distanze ridotte tra i palchi, flussi di pubblico mai troppo eccessivi, prezzi accessibili. Quanto questo è un limite e quanto una risorsa?

Sin dall’inizio la nostra idea è stata quella di fare un festival con obiettivi numerici abbastanza precisi. Non penso che Vasto possa mai diventare il Primavera o il Coachella per tutta una serie di ragioni, e dopo diciotto anni di esperienza certi numeri in Italia sappiamo di non doverceli aspettare. Il Siren è un festival che deve fare quelle tre-cinquemila persone che però vivono bene il festival e non hanno i palchi a venticinque minuti di cammino l’uno dall’altro. Per certi versi potrebbe anche diventare un limite, qualora avessi aspettative di altro tipo, ma per il momento non è un rischio che corriamo, o quantomeno abbiamo sempre fatto programmi di altro tipo.

Quanto ambite ad aumentare i numeri del festival?

Direi finché possiamo permetterci di farlo senza snaturarne l’idea originaria. È chiaro che abbiamo già pensato a cosa si potrebbe fare se le cose dovessero andare bene per svilupparlo senza farlo diventare un’altra cosa. Il giorno in cui dovessimo decidere di trasformarlo in un mega-concerto fatto in una cittadina di 35 mila abitanti, probabilmente sarebbe l’inizio della fine. Un festival lo capisci subito se ha le possibilità di diventare un major festival; in alternativa, può continuare ad essere un boutique festival e va benissimo lo stesso, raggiungi comunque il break even [punto di pareggio tra spese e guadagni, ndSA] e forse ti diverti anche di più.

Parliamo della comunità locale. Personalmente lo scorso anno ho avuto esperienze tutto sommato cordiali, mentre ho letto in altre tue interviste che fino ad ora la gente del posto è parsa molto restia nei confronti dell’organizzazione. Com’è il vostro rapporto con i cittadini di Vasto?

La gente del posto mi sforzo di capirla. In una cittadina che ha le sue abitudini immutate da cento anni, improvvisamente arrivano un romano e un americano che organizzano qualcosa di molto grosso e impattante, e che – a parte Louis, che conoscono bene perché sono vent’anni che frequenta Vasto – non sai bene da dove vengano né cosa vogliano. Si prendono un contributo economico, cominciano a dirti che per due giorni non puoi passare in una zona del centro se non sei residente o che devi tenere il tuo spazio chiuso perché bisogna piazzare dei bagni chimici. Capisco che tutto ciò possa dare fastidio. Noi abbiamo fatto del nostro meglio per cercare di spiegare di cosa si tratta, premesso che i rapporti e le comunicazioni possono sempre migliorare da ambo le parti. È anche vero però che ho visto il ritorno economico che il Siren ha sulla città, tanto più nella zona interessata dal festival. Quando vengono da me a lamentarsi persone che con una mano contano i soldi e con l’altra ti ammoniscono per la confusione, conto fino a cento. Purtroppo con molta gente di Vasto funziona così, ma sono cose che accadono un po’ ovunque. Quello che probabilmente scontiamo è il nostro non essere di quelle zone. Pian piano spero che impareremo a conoscerci, a rispettarci e che molte situazioni saranno sempre più smussate.

Veniamo alle scelte artistiche: anche per questa terza edizione il Siren conferma la sua vocazione estremamente versatile ed eterogenea, stavolta però con una più corposa presenza di artisti italiani, che ha suscitato un po’ di critiche sui social. Come avvengono le scelte?

Sono un po’ le stesse critiche della scorsa edizione, quando ci accusavano di essere diventati un festival di musica elettronica. Non abbiamo preso Calcutta con un criterio diverso rispetto all’anno scorso, quando abbiamo chiamato Colapesce: la differenza è che Calcutta, come fenomeno mediatico, è esploso portandosi dietro le sue legioni di hater, e quindi anche portarlo al Siren diventa argomento di discussione. Questi artisti ci piacciono, ci identifichiamo con loro e, altra cosa abbastanza casuale, sono quasi tutti artisti DNA Concerti, per cui perché non portarli?. Se poi qualcuno ci chiede di fare un festival che possa chiamare indie-rock, post-rock, elettronico, straniero o italiano, io gli dico che ci son un sacco di festival in giro che probabilmente sono più nelle sue corde. Per noi musica e steccati sono due cose che non devono andare di pari passo. Se qualcuno pensa che I Cani non c’entrino nulla con tutto il resto del festival, rispetto la sua opinione, ma per me non è così; lo scorso anno Verdena e John Hopkins, che non fanno esattamente la stessa cosa, hanno suonato sullo stesso palco senza problemi. Teniamo molto al fatto che il festival sia eterogeneo, perché il rischio è sempre quello di finire con il proporre gruppi per piccole nicchie, e non è una formula che va molto lontano, da nessun punto di vista. La gente dovrebbe aprire un po’ le orecchie e decidere se un artista gli piace o meno a prescindere dalla nazionalità. Può non piacerti Cosmo come possono non piacerti i Parrots o RY X, però mi secca quando ho l’impressione che questa decisione la si prenda al controllo passaporti.

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La scelta degli headliner credo sia ancor più complicata. In sede di decisione, quanto temi che l’artista principale possa fagocitare il resto del festival?

Moltissimo. Per molti degli organizzatori italiani un festival è un concerto degli Editors con un paio di gruppi spalla, se ci sono. È chiaro che se costruisci un festival su un artista che vale 10 e due artisti che insieme valgono 0,2, stai prendendo in giro il pubblico, e non puoi lamentarti se la gente viene alle 22:00 e va via appena è finito il concerto. L’headliner non deve mangiarsi tutta l’operazione: è bello chiamare un artista grosso, che porti tanta gente e tanta attenzione mediatica, ma il focus deve rimanere sempre sul festival, altrimenti l’anno in cui non hai l’artista importante sei finito. Il Primavera Sound, prima di chiamare i Radiohead, ha organizzato varie edizioni: li avessero fatti suonare il secondo anno, probabilmente sarebbe stata una pessima idea. Deve venire prima il tuo evento e poi gli artisti che ci stanno dentro. Spero di non fare mai quel passo più lungo della gamba.

Anche quest’anno aprirete e chiuderete (con Josh T. Pearson) il festival in maniera molto raccolta, intima. Come mai questa scelta?

Diciamo che innanzitutto mi piacciono i festival che hanno un’apertura e una chiusura, e che non partono subito a razzo o si chiudono di botto. È sempre molto bello chiudere il cerchio e fare una sorta di operazione di decompressione.

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Qual è il concerto che aspetti di più?

I Notwist, che fanno Neon Golden, li vedrò molto volentieri. Sono un gruppo con cui lavoriamo da prima che diventasse popolare, e ricordo che quando uscì quel disco improvvisamente mi ritrovai tra le mani un nome che conoscevano e apprezzavano tutti. È stata una delle poche cose che ci sono letteralmente scoppiate in mano senza che quasi ci sperassi più. Mi sembra anche un momento di celebrazione di un percorso lungo che abbiamo avuto con loro. Ma direi anche RY X, che ha fatto un disco molto bello in un genere musicale in cui è sempre difficile dire qualcosa che non sia stato già detto troppe volte. Poi ci sono parecchie altre cose che mi stuzzicano.

Mi è parso di capire che quest’anno stiate cercando in maniera più diretta di coinvolgere anche un pubblico straniero. Che risposta state avendo all’estero e dai media internazionali?

La reazione è buona. È un lavoro faticosissimo perché devi riuscire a piazzare il tuo festival sull’affollatissima mappa dei festival europei. Sin dal primo giorno però la vera ambizione del Siren è stata quella di realizzare un evento che potesse muovere interesse anche oltre i nostri confini. In qualsiasi altro Paese europeo andare a vedere un festival musicale in un altro Paese è prassi normalissima e un’occasione per visitare posti nuovi. È chiaro che muoversi su nuovi territori con cui non hai un contatto quotidiano per raccontare quello che fai, è molto impegnativo; purtroppo o per fortuna noi non facciamo solo Siren, mentre molta gente che organizza festival fa quello tutto l’anno. È un lavoro che porta via tempo; quest’anno abbiamo fatto passi in avanti di cui sono contento. Se durante i giorni del festival, aggirandoci tra il pubblico, sentiremo parlare in inglese o svedese, vorrà dire che abbiamo raggiunto dei risultati.

Il Siren è riuscito ad affermarsi molto rapidamente anche nell’immaginario, con momenti memorabili come la serenata di Matt Berninger alla signora affacciata al balcone o la citazione in una canzone di Sun Kil Moon. A giudicare dall’approccio rilassato e felice con cui gli artisti hanno vissuto queste prime due edizioni e dall’entusiasmo con cui annunciano il loro concerto al Siren, direi che sta diventando un motivo d’orgoglio parteciparvi.

Assolutamente sì. In Italia fare le cose come si fanno all’estero, in questo settore come in tanti altri, credo sia impossibile, perché siamo un Paese troppo particolare. Credo che la soluzione sia trovare un giusto equilibrio, una via nostra per un festival musicale. Quello a cui ho sempre pensato, per farti un esempio, è la prima edizione dell’All Tomorrow’s Parties: quando ho visto gli artisti rimanere tranquillamente nel bungalow accanto al mio a mangiare, bere e chiacchierare senza pressione o stress, effettivamente mi è rimasto dentro qualcosa. Un pezzo del mio cervello mi ha detto “ecco, questa è una cosa che si potrebbe fare anche da noi”. Non il Pukkelpop né il Reading, ma questa cosa qui in Italia potrebbe funzionare: un festival dove rilassarsi, mangiare bene, prendersela comoda, senza farsi venire l’ansia da schedule. Se gli artisti hanno questo approccio, allora vuol dire che forse abbiamo fatto qualcosa in più di quello che pensavamo.

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Ci racconti qualche aneddoto accaduto in questi due anni?

Tra beghe, problematiche e casini dell’ultimo minuto, il primo anno sono riuscito a vedermi appena due minuti del concerto dei National, e per puro caso, senza che mi fossi fatto vedere prima da loro, mentre ero lì uno dei fratelli Dessner disse: “We wanna say thanks to Pietro for this wonderful festival!”. Non riuscivo a credere che potesse averlo detto esattamente in quel momento, e rimasi davvero senza parole. In genere succede il contrario: se ai concerti qualcuno dice qualcosa di positivo sull’organizzazione, in quel momento o sono in bagno, o sto litigando con la SIAE, o sto portando una ragazza che si sente male nella tenda d’ossigeno.

Parlando di festival cinematografici Francois Truffaut disse che quello del cinema per ragazzi di Giffoni era tra tutti quello più necessario. Prendendo in prestito le sue parole possiamo affermare che il Siren a piccoli, attenti passi, sta diventando tra i diversi eventi musicali che si organizzano in Italia, indubbiamente quello più contemporaneo, rilevante e innovativo. Avvertite la responsabilità di organizzare qualcosa di particolarmente importante, persino necessario?

Ti direi che in fin dei conti è solo musica pop, che sono sicuro sia uno dei nostri segni espressivi da sessant’anni a questa parte, ma vorrei che questo lo dicessero i posteri. Detto ciò, lo affermo molto chiaramente: per me un Paese non può non avere i festival. Il paragone stupido che faccio sempre è quello con i mondiali di calcio: pensa se non esistessero, se ci fossero solo i campionati nazionali e venisse meno quel momento aggregativo in cui tutti, anche chi non è interessato al calcio, discutono e vedono le partite della Nazionale insieme. I festival sono i mondiali della musica dal vivo. In Italia non li facciamo perché non li sappiamo fare, perché ci piace autoconvincerci che i nostri festival siano più belli di quelli degli altri, anche se non sono festival. Rispetto a tutto questo io sono sempre stato critico, l’ho sempre detto ai miei colleghi che sono più esperti di me e che mi dicevano che non capivo niente. Ma ripeto, non posso immaginare una scena della musica dal vivo senza festival. Nel nostro piccolo proviamo a fare questo, che è il meglio che ci riesce in questo momento, e se un domani potrà fare una differenza, ne saremo felici. Per noi è una necessità, la sentiamo dentro e l’avvertiamo attorno a noi: c’è bisogno di qualcosa che fidelizzi il pubblico e che dia l’impressione di un settore serio in cui non si organizza soltanto un concertino ogni tanto.

28 Giugno 2016
28 Giugno 2016
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