Spazi Interiori: Quattro Dischi da Quarantena

In tredici verso Centauro è un racconto dello scrittore inglese J. G. Ballard: apparso per la prima volta su Amazing Stories dell’aprile 1962, è stato poi adattato per il piccolo schermo dalla BBC nel 1965 all’interno della serie antologica Out of the Unknown, mentre già due anni prima appariva nella traduzione italiana nel volume Urania Incubo a quattro dimensioni.

La trama, senza entrare troppo nel merito, tratta di una spedizione intergalattica, composta di dodici persone, appartenenti a due diverse famiglie: la tratta da percorrere è infatti così lunga per cui, al momento dell’arrivo, al comando ci sarà una generazione differente da quella che ha dato il via all’impresa. Il tredicesimo membro è invece uno psicologo, estraneo ai due gruppi familiari, incaricato di osservare i propri compagni di viaggio. Sì, perché la spedizione è tutta una farsa: non esiste nessuna navicella spaziale e i gli astronauti sono in un qualche laboratorio segreto, protagonisti inconsapevoli di una simulazione che ha il compito di studiare le dinamiche di un isolamento così prolungato.

Nonostante i quasi sessantanni trascorsi dalla sua uscita, In tredici verso Centauro resta una lettura suggestiva e magnetica, ancor più in questi tempi di quarantene forzate e settimanalmente prolungate. In Ballard è sempre centrale la contrapposizione tra spazio interiore e spazio esterno, con il primo che sta a simboleggiare quasi un microcosmo della specie umana, un ecosistema in cui tracce di passato, presente e futuro si susseguono senza soluzione di continuità: tutto ciò è evidente come non mai in In tredici verso Centauro, dove le sconfinate vastità siderali sono ridotte esattamente a pretesto per indagare la psiche umana di fronte alla separazione e al passare del tempo. Se in precedenza tali temi potevano essere appannaggio esclusivo di intellettuali e appassionati della fantascienza più surreale e filosofica, l’arrivo del nuovo Coronavirus e il conseguente lockdown (che ha riguardato un numero altissimo di persone in tutto il globo) hanno reso questi concetti fin troppo familiari a molti di noi: solitudine, apatia, segregazione, tutte condizioni che la maggior parte di noi sperimenta quotidianamente da quasi sessanta giorni oramai.

Per fortuna, a non lasciarci totalmente soli, è rimasta almeno la musica: in questi due mesi di distanziamento obbligato hanno continuato a uscire dischi e, in occasione dell’arrivo della tanto decantata (e altrettanto deludente, stando alle comunicazioni istituzionali) Fase 2, abbiamo scelto di selezionarne quattro, tutti italiani e particolarmente rappresentativi di questa condizione comune a molti di noi. Sono quattro album che esplorano differenti territori della musica elettronica: due sono stati pubblicati con la pandemia e le misure di contenimento già in atto, uno a inizio 2020 e un altro risale addirittura a novembre del 2019, quando il coronavirus giaceva, ancora inattivo, nelle cellule di qualche pipistrello cinese.

Partiamo proprio da quest’ultimo: non solo per ovvi motivi cronologici, ma anche perché è un ascolto particolarmente connesso alle tematiche introdotte sopra (tanto da essere dedicato proprio alla memoria di Ballard). Il duo di musicisti e producer genovesi Vega Lee e John Nova ha infatti immaginato, per accompagnare l’esordio iSpace Dramas, un concept in cui spazio interiore e spazio esterno si sovrappongono l’un l’altro. Le otto tracce si fanno così colonna sonora di due viaggi spaziali, il primo a lieto fino e il secondo invece fallimentare: è un ambient in cui convivono sia atmosfere elettroniche sia inserti strumentali, specialmente di chitarra. Proprio queste contribuiscono ad arricchire la tavolozza sonica di un’opera che sa alternare momenti più placidi ad altri più cupi e inquieti, che sa flirtare con naturalezza tanto con l’electro più serrata e futuristica quanto con il jazz più psichedelico.

Procediamo dunque in ordine cronologico con il primo degli album trattati uscito in questo 2020. Giancarlo Brambilla è un nome noto per chi segue le evoluzioni dell’elettronica italiana: con l’alias Kuthi Jinani è più volte passato su queste pagine, candidandosi come uno dei più talentuosi artisti digitali dello Stivale. A circa sei mesi dall’ep Fish Lair, ritroviamo il produttore nelle lande più ostiche della cosiddetta conceptronica: verissimo esponente di quel sound che rientra sotto il nome di eco-grime, Kuthi (questa volta con il moniker leggermente modificato rispetto al solito) approda su ArteTetra e immagina di seguire il volo di un’ape in un mondo post-apocalittico. I tre movimenti di cui si compone il Bee Extinction si compongono di feedback tenebrosi e minacciosi bassi rotanti, di acidissime distorsioni e beat grezzi, di ritmi irregolari e synthetico noise impazzito. Un ascolto indubbiamente difficile, ma anche visionario e terribilmente coinvolgente.

La terza uscita che andiamo a recuperare è arrivata al pubblico a un mese dall’annuncio del lockdown e riesce a descrivere con ottime capacità le sensazioni di attesa, di sospensione che tutti più o meno stiamo affrontando. Hysteresis è il primo disco di Fabio Brocato, già noto e apprezzato come Broke One, con l’alias localhost, orientato a un sound sempre digitale, ma meno ritmato e specificamente ambient. Le nove tracce dell’album (disponibile gratuitamente su Bandcamp) declinano così un suono placido e carico di suggestioni isolazioniste: sfocature vapor-wave e memorie hauntologiche, ambient nipponica e disturbi elettrostatici, l’influenza del Daniel Lopatin più cinematografico e la passione per la fantascienza che caratterizza anche la produzione a nome Broke One, ci riportano nei nei territori sonici esploranti anche con Vega Lee & John Nova, privati però di qualsiasi virtuosismo strumentale e, in parte, anche delle soluzioni più dinamiche, in favore di strutture che sanno ricreare sapientemente quello stato d’animo tipico di un’inattività coatta.

L’ultima opera di cui trattiamo è arrivata quasi al termine del periodo indagato e porta con sé l’irrequietudine accumulata durante questo tempo, oltre a evocare la quarantena già nel titolo: Quarantine & Work è l’ep condiviso tra il giovane italiano L O S C I e l’esperto DJ Lil Rome di Chicago. Con due pezzi a testa entrambi i producer esplicitano la voglia di muoversi e di lasciare le proprie case e stanze per più di mezz’ora: il veterano statunitense si muove sulle classiche, ipercinetiche e sampledeliche coordinate footwork, mentre il beatmakers barese offre soluzioni un poco più raffinate, incrociando la tradizione della città del vento con drum’n’bass e il più esplosivo hardcore-continuum.

Nell’attesa di confrontarci con la vita che ci aspetterà terminata l’emergenza e tutte le misure a essa collegate, questi quattro lavori sanno raccontare i diversi aspetti dell’inedita situazione che stiamo attraversando, dal timore per il futuro a un’inevitabile percezione di abbandono, dalla necessità di sfogarsi liberamente alle potenzialità introspettive dell’isolamento: tutti e quattro dunque meritano di essere ascoltati ora, ma restano e resteranno testimonianze importanti se mai finirà tutto.

2 Maggio 2020
2 Maggio 2020
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