Spazzare via tutto. Intervista a Paolo Saporiti.

Non capita spesso di incontrare un musicista e di avere la sensazione – netta, incontestabile – che si trovi in una fase di passaggio decisiva, una transizione non interlocutoria ma cruciale. Casomai Paolo Saporiti venisse a suonare dalle vostre parti, fateci un salto, e poi ditemi se non vi fa provare esattamente questa sensazione: di anima esposta, in bilico su qualcosa che sta per accadere. Il suo settimo album da solista, Acini, è stato pubblicato solo l’anno scorso; è un buon disco che si muove sulla linea di confine tra cantautorato e un rock alternativo intriso di inquietudini e suggestioni mediterranee. Un disco, insomma, maturo: eppure credo che Paolo sia già oltre, già altrove.

In occasione del nuovo clip tratto da Acini, Che cosa rimane di noi, in anteprima esclusiva su SA, gli abbiamo rivolto qualche domanda.

Ciao Paolo, inizierei con LA domanda cruciale: ti ritieni un cantautore? (Ok, prima dovremmo trovare un accordo su quale significato dare al termine, sul senso del cantautorato qui in Italia, su quanto il ruolo del cantautore sia mutato nel tempo eccetera…)

Sì, io mi sento un cantautore, e ne vado molto fiero. È una delle figure che reputo più riuscite e importanti per la cultura e per la storia musicale popolare: purtroppo non è affatto scontata la definizione, almeno in questo paese, hai ragione. A mio modo di vedere, quando ne parliamo o quando lo ascoltiamo suonare dal vivo, se riusciamo per via della distrazione generale, scopriamo di aver a che fare con un archetipo, una figura mitologica e sacra che si fa corpo ogni volta in cui narra una delle sue più o meno grandi verità e storie, assemblate nel nome di quell’unico senso estetico/sonoro che si regge quasi sempre sul principio di solitudine. Soltanto alla fine il lavoro del cantautore che nasce chitarra e voce o piano e voce, trova sbocco nel lavoro di abbellimento e di arrangiamento comune, lavoro spesso e volentieri concettuale. Io sono un cantautore e cerco di aderire il più possibile al mio sentire profondo e al mio ideale di perfezione.

Dal punto di vista di chi ascolta, capita di cambiare attitudini, predilezioni, ma i punti di riferimento forti rimangono immutati. Ad esempio, i miei sono ormai da una vita Neil Young, Dylan, Beatles, Stones, PJ Harvey, Nick Cave, Dream Syndicate e un altro centinaio. Come musicista, quanto sono cambiate nel tempo, se sono cambiate, le tue coordinate, i punti fermi verso cui senti di dovere (o volere) tendere?

Vale l’idea di una ristretta cerchia di mostri sacri – parlo di decine, non centinaia – e di una pletora di adepti e consiglieri personali minori, in continua evoluzione e crescita. Parto da bambino con CSN&Y, Tom Waits, Joni Mitchell, John Martyn, Van Morrison, Jackson Browne, Bruce Cockburn, Leo Kottke, John Fahey, Frisell, Zorn, Cohen, Zappa, Buckley padre, Grateful Dead, Allman Brothers Band, Quicksilver Messenger Service, Jorma Kaukonen e i suoi Hot Tuna, e risolvo oggi, che poi ormai è già ieri, con gente come Kozelek, Buckley figlio, Sufjan Stevens, Cobain, Fink, Chris Cornell, Micah P. Hinson e tanti tanti altri. Wilco.

La collaborazione con Prette e Iriondo nel trio Todo Modo a mio avviso ha mostrato un Saporiti inedito, più brusco, spigoloso, disposto a giocare la partita dietro a una scorza irrequieta, anche insidiosa. Adesso che quel progetto è finito, cosa ne pensi? Cosa ha lasciato nel Paolo Saporiti che sei e che verrà?

Spigoli e distopie, ma anche speranza e una maggiore consapevolezza che, sentirai, porterà i suoi frutti già a partire dal prossimo disco. Stare sul palco con quei due “animali” è stata un’opportunità e un’occasione umana più unica che rara. Una scuola. Purtroppo risoltasi prematuramente, nel senso che due dischi in due anni sono troppo poco per ritenere chiuso un progetto del genere e sentirsene soddisfatti; come se il percorso fosse già finito. Per me era appena iniziato tutto e si voleva già modificarne i connotati, le prospettive e l’organico. Venti date in totale sono troppo poche per poter fare davvero tuo un altro stato, un altro te stesso, così tanto distante dalla natura originale. Io convivo con la mia chitarra acustica da sempre; stare su un palco a cantare senza arpeggi e difese, in un sistema rock indipendente posticcio come questo, se non è quella la tua natura, è molto complesso. Vero è che puoi assumere atteggiamenti da chi ti sta a fianco ma prima di trovare una chiave originale e organica, che funzioni davvero, questo processo richiede tempo e… provavamo praticamente solo ai concerti, per via dei numerosi impegni di tutti e io avevo molto da imparare ancora. È stata un’esperienza enorme, perché lontana anni luce, e ora ho potuto portare nel mio set personale parte di quanto conquistato con Xabier e Giorgio. Acquisizioni.

Assistendo a un tuo recente concerto ho avuto una sensazione: ti stai spostando. Sei già distante da Acini, che pure è dello scorso anno e che a sua volta metteva in evidenza uno scarto. Dove stai andando, Paolo?

Credo che tu abbia ragione, mi sento già da un’altra parte. Dopotutto Prega per me di Todo Modo è di due anni fa. Ho pronti quindici brani su cui stiamo iniziando a mettere le mani. Sono già partiti gli ascolti incrociati, tra persone di fiducia e colleghi, produttori e arrangiatori, per la costituzione di una squadra. Non vedo l’ora di iniziare a vedere il tutto gravitare. Sarà una bomba, un lavoro inedito per questo paese, in questo momento storico.

Mi fa molto piacere sentirti dire questo e… beh, mi tengo la curiosità per il momento. Torniamo al presente: stai suonando molto lungo tutto lo stivale. Che tipo di Paese stai vedendo? Quanta fame di musica – musica suonata e sentita, musica che chiede tutto all’ascoltatore e non una porzione di attenzione – c’è in giro?

Poca. Molto poca. C’è un paese martoriato e in ginocchio che stenta a riconoscersi nel bello, mentre tende ad adorare il nulla, il falso e il superfluo. Poca gente consapevole e ancor meno gente che sceglie di essere. D’altronde l’offerta mainstream è imbarazzante e internet è troppo vasto per potervisi riconoscere. Se nessuno fornisce mappe e know how sul come maneggiare la Materia, il gioco implode e schiaccia. Però le nicchie resistono e sono vive e vegete. A volte vegetali, è vero, ma nella maggior parte dei casi, vive e pure, forse ancor più di prima, perché sopravvivono continuando a non arrivare mai al successo. Purtroppo siamo e rimaniamo un paese mafioso e lavorano soltanto gli amici degli amici e in contesti sempre uguali a se stessi. Se vuoi qualcosa di diverso ormai devi guardare fuori. L’ho sempre pensato, non per nulla scrivevo in inglese, ma oggi la situazione è ancora più grave. Se vuoi fare un disco come quello che ho in mente, le persone in grado di realizzarlo stanno sul palmo di una mano, ergo… Tutto risulta oltremodo complesso, se poi pensi che non c’è quasi più un pubblico di riferimento e che quello che rimane quasi sicuramente non ascolterà neanche quello che fai…

Dopo queste parole, concluderei con una domanda che potrebbe apparire scontata. Se potessi cambiare qualcosa delle prassi, degli obblighi, dei rituali, delle abitudini che caratterizzano il tuo “ambiente”, tutto ciò insomma che gira intorno al mestiere di musicista, cosa cambieresti?

La falsità e l’ipocrisia delle amicizie, quella catena di conoscenze personali che permette di esistere a tutta una massa di ipocriti e mediocri che tiene lontana la realtà dalla verità. Tutto verrebbe spazzato via in una settimana, se non ci fossero le protezioni di questo mondo.
17 Giugno 2019
17 Giugno 2019
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