The New Wave of Techno

Dubstep intelligence

È stato un cambiamento sottile, ma negli ultimi tempi l’ala di produttori più ingegnosi e di talento si è lentamente spostata di territorio. Fino a qualche tempo fa (diciamo 2007-2008) le indagini più cool dell’elite elettronica vagavano nei dintorni del dubstep, quella nuova forma ancora poco definita e piena di mistero che si andava delineando nella seconda metà dei 2000. Era il tempo in cui fioccavano le teorie e i talenti sopraffini, gli anni delle sperimentazioni in breakbeat di personaggi come Zomby (vi abbiamo raccontato tutto in sede di (un)Known Pleasures), Ramadanman (nei suoi inizi più sghembi e affascinanti, Good Feelin, Carla, Drowning), Shackleton (in quel periodo di fervida immaginazione che ha preceduto i Three EPs, dunque Massacre e Death Is Not Final) o il primo Scuba (quei pezzi scheggiati e taglienti di A Muthual Antipathy, vedi Ruptured).

Poi le cose sono lentamente cambiate. Il sound dubstep ha iniziato ad assumere una forma sempre più definita e a sposare schemi via via più delineati. Label come Tempa e Deep Medi hanno forgiato il suono dubstep definitivo, caricando sui bassi e su metriche presto divenute imprescindibili: gli artefici li conosciamo, Skream, Benga, Distance, Digital Mystikz, tutti i big che han permesso ad halfstep e dintorni di far presa definitiva sul pubblico. Lo stile diventò presto il trend più vivo del momento, la gente cominciò a sentirsi immersa in una nuova fase di picco inventivo e le serate dj set votate al dubstep passarono rapidamente da una dimensione di evento specializzato a fenomeno di successo, arrivando negli ambienti più cool e facendo felici praticamente tutti, distributori, etichette e organizzatori.

E invece, fu proprio in quel periodo che molti artisti iniziarono a prendere distanza dal dubstep cosiddetto puro. Il raggiungimento di una posizione consolidata e ben piantata nel suo profilo formale smise di mettere a proprio agio i produttori più inventivi, quelli che si erano trovati in sintonia col dubstep per quel suo essere fuori schema, senza regole, un campo aperto che lasciava piena libertà alle sperimentazioni e alimentava l’estro, la genialità. La corrente separatista che dal 2009 in poi mise in discussione le certezze dubstep non nacque come precisa volontà di portare avanti il percorso evolutivo, perché nel suo periodo di apice al dubstep in realtà non serviva alcuna spinta al cambiamento. La verità è che l’aria nuova arrivò come esigenza, da parte di chi trovava limitante fermarsi alla battuta halfstep e alla fluidità dei bassi wobble.

Parliamo di pochi anni fa, quando ci chiedevamo come fosse nata la tendenza di spingere il dubstep sound verso la techno. Gli attori di tale mutazione, guarda caso, coincidevano con i produttori più inventivi della scena: come Martyn, che fece del suo primo album Great Lenghts uno dei primi esempi compiuti verso le nuove frontiere techstep (rendendo benissimo il fascino di stare a cavallo sul confine, vedi right?star! o Elden St.), 2562 (il suo Unbalance – sempre 2009 – era una gran bella collezione di sapori technoidi, Dinosaur fu la hit più versatile ma c’erano anche Superflight e Escape Velocity) o Falty DL (che finì per esprimere la sua inventiva su Planet Mu in Love Is A Liability, lungo orizzonti un filo più astratti ma anche pezzi di salda matrice techno come Truth o Human Meadow). Quando nel 2010 tornò su album Scuba con Triangulation, non fece altro che ufficializzare una svolta in atto già da tempo: il varco oltre i confini dubstep passava obbligatoriamente per territori più liberi e mentalmente aperti, e arrivare alle durezze di Heavy Machinery o On Deck sembrava essere l’opzione più promettente.

Oggi possiamo dire che il ventaglio di possibilità è ampio abbastanza da garantire versatilità su più fronti, tra soulstep, future garage, deep bass e persino imbastardimenti hardcore. Ma resta forte la presenza di artisti un tempo pienamente immersi nel fermento dubstep e ora presi a reinventarsi sulle potenzialità della techno: quest’anno una tappa fondamentale l’ha segnata Pinch col suo FabricLive.61, dando continuità alla svolta personale intrapresa dopo Croydon House e finendo per inaugurare un’alleanza con le dinamiche clubbing più spinte (un pezzo come Swims della coppia BoddikaJoy Orbison lascia poco spazio a dubbi). Quella a cui stiamo assistendo è una nuova ondata di fascinazione techno, e trattasi non di revisionismo ma della rinnovata consapevolezza di avere tra le mani una possibilità espressiva da sempre fertile, ricca di margini di innovazione e libertà di sperimentazione.

Lì fuori c’è un manipolo di giovani scalmanati che han voglia di liberarsi dalle redini e scelgono di abbandonare lo schema dubstep guadagnandosi il plauso della scena. Tra i nomi più freschi e hot del momento si segnalano Blawan (passato in soli due anni dagli esordi votati agli spazi di Fram e Iddy a una fragorosa bomba a orologeria come Why They Hide Their Bodies Under My Garage?), Pariah (esordito al’insegna del post-dubstep con Safehouses e poi sfociato di colpo nella hard techno dentro il progetto Karenn, sorprendendoci di persona anche sulla performance live) e Midland (capace di perle UK bass come Bring Joy ma sempre più affascinato dalle teorie tech-house espresse in Placement o Shelter). E a questi si aggiunge un’altra categoria di ragazzi, capitati in questi stessi ambiti senza l’intenzione precisa ma spinti dalla propria inventiva, affascinati dal dubstep ma trascinati in maniera spontanea verso lidi dance più marcati, per il solo piacere di spezzare lo schema: su tutti due nomi di cui vi avevamo già parlato, entrambi da tenere d’occhio con grande attenzione nei prossimi mesi, Duct (orientato al post-dubstep ma capace di dj-set sorprendentemente energici) e George FitzGerald (teoricamente uno scienziato del suono UK step di scuola Hotflush, ma l’avete sentita Child?).

Il personaggio più interessante però è quello sul quale ci concentriamo oggi: con 4 anni e una ventina di uscite brevi alle spalle, fondatore di un’etichetta ormai pienamente affermata nell’aristocrazia UK bass, Untold è una miccia accesa prossima al boato.

Untold: Travelling in Dynamic Environments

Jack Dunning è salito alla ribalta in tempi relativamente recenti sotto l’alias Untold, eppure gli son bastate poche semplici mosse per catturare in breve tempo l’attenzione degli addetti al settore. Viene fuori nel 2008, quando fonda la Hemlock Recordings e inizia ad affrontare le produzioni dubstep ispirato soprattutto da una personale ricerca delle suggestioni. Già nel 2009 i riflettori son puntati su di lui, Mary Anne Hobbs lo cita come uno dei giovani da tenere d’occhio e i suoi podcast son pubblicati nelle home page di riviste specializzate come FactMag e XLR8R.

Stilisticamente, il ragazzo non è mai stato fermo un attimo. Partito come esploratore di oscurità e disturbi sonori, i primi singoli come Discipline e Yukon trovano feeling nella materia dubstep, inteso qui come metrica degli spazi, una piattaforma in cui è ancora possibile sperimentare certe profondità. Presto il ragazzo mostrerà un’inequivocabile bisogno di mobilità, un sound inquieto che non vuole fermarsi alla proposizione di uno schema (come in Kingdom) ma sente il bisogno di allargare le maglie espressive. Una spinta che lo porterà alla corte della Hotflush, dove Untold si reinventerà con un paio di mosse future garage come Sweat/Dante e, più tardi, la notevole Just For You, uno schizzo selvaggio di velocità e grinta che rimanda a certa speed garage UK.

La dichiarazione d’intenti arriva con l’EP Gonna Work Out Fine, tutti pezzi che iniziano a mostrare la vicinanza alla pista (Never Went Away, Palamino) più una Stop What You’re Doing di vera cattiveria UK bass che riceverà anche il bel remix di James Blake. Poi un paio di collaborazioni di lusso (Myth incrocia con Roska la questione funky, Beacon torna a indagare gli spazi con gli LV) e altri due pezzi inclassificabili e affilatissimi come Stereo Freeze (su R&S, eredità technoide, contorni acidi e indole aggressiva) e Anaconda (l’assenza di schema sfocia nell’autismo ritmico, una struttura inafferrabile che mette a disagio).

Quest’anno la svolta estetica si esplicita definitivamente con l’EP in tre parti Change in a Dynamic Environment, sei tracce aperte verso ulteriori nuove indagini: Motion The Dance improvvisa indagini space su cassa in quattro, Overdrive esplora i movimenti del continuum per scendere negli inferi della bass music, Caslon aumenta grinta e velocità, Breathe elimina le distrazioni e si getta in pista… il dinamismo è il motore della fase attuale, unito a una capacità di entrare sottopelle che fa aumentare l’aspettativa verso il formato album.

È la techno il nuovo campo di battaglia per dar sfogo all’inventiva. Lo è sempre stato, ma negli anni diverse sirene – hardcore, garage, bubbling, grime, dubstep, funky e via dicendo – hanno distratto la scena, seppur con risultati a tratti esaltanti. Ora un po’ tutte le alternative stanno assumendo forme strutturate e “popolari” (non solo il brostep, anche le derive post- di SBTRKT, Sepalcure e Phon.o), le ipotesi minimal e techno dub sembrano aver esaurito il ventaglio espressivo e l’incrocio techno-bass resta l’unica possibilità per mandare avanti l’istinto alla sperimentazione. Nell’intervista in calce Untold ci conferma tutto: la migrazione verso la techno è una realtà diffusa, segno che sono ancora molti gli artisti che non vogliono accontentarsi.

 

English interview follows…

Qual è il concept dietro la serie Change in a Dynamic Environment?

L’EP fa riferimento a strutture e suoni che erano diffusi prevalentemente nello UK hardcore e nella jungle. Ogni traccia ha determinati “movimenti” e mood intrecciati insieme, per evitare di ripetere la stessa idea per tutta la durata. Ascoltando alcune delle tracce fondamentali dei primi ’90 (per esempio Dub War dei Dance Conspiracy) le ho trovate molto più dinamiche nella struttura di tanta dance moderna, e ho voluto sperimentarci su.

Dopo diversi anni a produrre dubstep & bass music, ora sembri più focalizzato sul sound techno. E non sei il solo: da Pinch a Blawan, Pariah e anche DFRNT, con cui abbiamo parlato di recente. Come interpreti questo trend diffuso verso la techno? Forse il dubstep è divenuto uno stile troppo “definito”, con meno segreti rispetto a prima?

Mi piace quando parli di “meno segreti“. Ho sempre approcciato il dubstep come una piattaforma con pochissime regole definite, più come tempo e spazio per la sperimentazione. Mi è dispiaciuto che il sound sia diventato così strutturato, e che sia arrivto un nuovo pubblico che si aspetta uno specifico modello stilistico.

La techno è l’ambiente naturale per i producers underground innamorati delle basse frequenze. È un territorio ben preiso e stabilito, e con così tante idee già coperte la sfida è produrre qualcosa di originale. Penso che gran parte della “nuova onda” di produttori stia riscoprendo le regole della techno e stia decidendo quali rispettare e quali spezzare.

Techno e la bass music hanno ancora diversi gradi di libertà e possono produrre ancora roba eccitante e densa d’emozione. È questo il posto migliore per i producers ambiziosi di oggi?

La cosa che dà più soddisfazione a un producer ambizioso è la libertà di creare musica originale e libera da catene. Dubstep, bass music, techno sono le piattaforme dove queste composizioni possono essere sentite in loco, e gli stili individuali dei dj set forniscono il percorso narrativo.

Negli ultimi 5 anni hai prodotto una grande varietà di pezzi: sempre vicino a dubstep, bass, garage, house, techno… cosa ti spinge a inseguire diverse direzioni invece che focalizzarsi su uno stile specifico?

È una grazia e una maledizione allo stesso tempo, ma il mio sound continuerà ad evolversi di disco in disco. Sarebbe molto più semplice diventare il classico produttore in serei di uno stile specifico, ma mi annoio molto facilmente, oppure scopro musica nuova (o vecchia) che mi ispira e che voglio incorporare nei miei pezzi.

Al momento ti senti più un producer dance o uno orientato all’ascolto?

Al momento sto scrivendo pezzi che dovrebbero essere lanciati in pista. Non esattamente dj tools, ma comunque lo scopo principale è far muovere la gente. Detto questo, nell’ultimo mi son ritrovato in realtà a esplorare composizioni più adatte all’ascolto casalingo.

Quali sono le tue tracce più importanti? Quali ti rappresenterebbero meglio verso chi non ti conosce ancora?

Penso che i pezzi-chiave che ho rilasciato sono Test Signal, Anaconda (su Hessle Audio), Stereo Freeze (su R&S) e Motion the Dance (su Hemlock Recordings). Qualsiasi traccia tra queste rappresenta una buona presentazione del mio sound.

In che direzione senti di muoverti adesso?

Divento sempre più misterioso e tracky.

Quali sono i tuoi producers preferiti al momento? C’è qualcuno con cui preferiresti collaborare?

Non sto cercando collaborazioni al momento. I producers con cui mi senti più in sintonia oggi sono Blawan, Surgeon, Kowton, Joe, Sei A, Paul Mac, Randomer, ecc.

Come sono i tuoi dj-set oggi?

Martellanti e abrasivi, pochissima melodia, conditi sempre da sorprese bizzarre.

Stai pensando a fare un album? O trovi che il formato breve sia più adatto alle tue esigenze di ricerca?

Sì, un album è in cantiere. È ora il momento giusto.

 

English interview

What is the concept behind the series Change in a Dynamic Environment?

The EP references structures and sounds that were prevalent in UK Hardcore and Jungle. There are defined “movements” and moods within each track that are weaved together, as opposed to repeating one idea or musical motif throughout. Listening back to some of the Key tracks from the early 90’s (Dance Conspiracy – Dub War as an example) I found them to be much more dynamic in structure compared to modern dance music and this is something I wanted to experiment with.

After several years producing dubstep & bass, you seem now focused on techno sound. And you’re not the only: from Pinch to Blawan, Pariah and even DFRNT, who talked with us recently. How do you interpret this diffused trend towards techno? Maybe dubstep has become now a “defined” sound, with less secrets than in the past?

I like the phrase “less secrets”. I always approached dubstep as a platform with very few defined rules, more as a tempo and space for experimentation. It was sad when the sound became templated, and a new audience came to expect that template.

Techno is a natural home for underground producers concerned with bass frequencies. It is already well established, with so many ideas already covered it’s challenging to produce something original in this style. I think many of the “new wave” of producers are discovering the “rules” of techno and deciding which ones to respect and which to break.

Techno & bass music still shows several degrees of freedom and can lead to exciting, even emotional stuff. Is it the better place for ambitious producers at the moment?

The best feeling for an ambitious producer is the freedom to create unconstrained original music. Dubstep, bass music, techno are platforms for those compositions to be heard in context, and DJ sets in those individual styles provide the narrative.

In last 5 years you made a rich variety of productions: something near dubstep, bass, garage, house, techno… what lead you over different genres instead of remain focused on one only style?

It’s a blessing and a curse, but my sound will always evolve from record to record. In many ways it would be simpler to be the go-to guy for a particular style, but I get bored easily, or discover new (old) music that inspires me and I want to incorporate in my tracks.

At this moment, do you feel more a dance producer or a listening-oriented one?

At the moment I’m writing tracks that should be played on dancefloors. They’re not “DJ tools” but the main focus is to move people. That said, the recent EP has taken me to a place where I want to explore compositions that are more suited to home listening.

Which are the most important tracks of your productions for you? Which track can represent you the best, to someone that still doesn’t know you?

I think the key tracks I’ve released are: Test Signal (Hessle Audio), Anaconda (Hessle Audio), Stereo Freeze (R&S) and Motion the Dance (Hemlock). Any of these would serve as a good introduction to my sound.

In which direction is your sound moving just now?

Weirder and more tracky.

What are your favourite producers at the moment? Do you wish to collaborate with someone in particular?

I’m not looking to collaborate at the moment. Producers I’m feeling are Blawan, Surgeon, Kowton, Joe, Sei A, Paul Mac, Randomer, etc.

How are your dj-sets at the moment?

Pounding and abrasive, very little melody, peppered with the odd surprise.

Do you have in plan to release an album? Or you consider the short format more fitting for your sound research?

Yes, an album is on the cards. Now is the right time.

 

In Da Club history

Dub Mafia, Nguzunguzu / Monki, Mr. T-Bone, Maya Jane ColesSpecimen A / Atomic DropGeorge FitzGerald,NightwaveJazzsteppa, Jakes, Leon, Deep88, Benji Boko, M A N I K

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