An italian drama. Intervista a Tiger & Woods

Breve aneddoto del sottoscritto. Durante una nottata come tante della scorsa estate, nel tragitto di ritorno verso casa, ascoltavo la radio della macchina assieme a una ragazza. Dallo stereo parte Gin Nation di Tiger & Woods e sull’iconico sample a metà pezzo lei inizia a canticchiare in loop, scherzosamente, «capelli corti». Niente da fare, un quarto d’ora a spiegarle che il campione recitava «and lots of pretty girls» non le ha fatto cambiare minimamente idea. Ah, l’amore ai tempi del sampling…

Fugace e laconica diapositiva di un’estate che pare ormai risalire a un secolo fa, come quelle che Marco Passarani e Valerio del Prete guardano e raccontano con un tocco di mal de vivre e tanto romanticismo nel nuovo album A.O.D. Nonostante i mille impegni del tour, i lavori in studio e la preparazione certosina del live, siamo riusciti a intercettare il duo capitolino che, partendo dalla nuova fatica discografica, ci ha detto la sua sull’inevitabile cambiamento dello scenario danzereccio, l’arte del campionamento (non senza togliersi qualche sassolino dalla scarpa), la smodata passione per l’italo disco e non solo.

Sarò onesto, ascoltando Chilli Dip, che quasi sembra flirtare con le big-room, mai mi sarei aspettato un disco come A.O.D., opera che va da tutt’altra parte rispetto a quella traccia. Quando e come nasce l’album? Cosa è cambiato dai tempi di On The Green Again, e cosa invece resta sempre un punto fermo del progetto Tiger & Woods?

L’idea di mettere insieme un album come A.O.D. nasce dall’esigenza di rinnovamento del progetto, dalla voglia di realizzare qualcosa che avesse una natura ed una profondità diversa rispetto a un certo tipo di musica che abbiamo realizzato fino ad oggi, diciamo più “funzionale”. Inoltre rappresenta tutta una serie di influenze che ci appartengono da sempre e che magari non erano così ovvie nelle produzioni precedenti. Continuiamo e continueremo a fare musica da dancefloor, ma ecco volevamo sottolineare un altro lato della nostra produzione, meno esplorato, ma che c’è sempre stato, come ad esempio nei remix fatti per Dale Earnarrtdt Jr. Jr. (Sample Girl) o Say Lou Lou (Better In The Dark): insomma, musica che da sempre fa parte del nostro DNA. In qualche modo è anche una risposta alle etichette di “edit” e “disco” che ci hanno affibbiato, da cui purtroppo è molto difficile liberarsi. Insomma, A.O.D. è qualcosa a metà fra un concept album e un disco di rottura, un percorso che sinceramente vorremmo continuare parallelamente alla musica da club vera e propria.

Sulla questione edit torneremo più avanti, restiamo ancora un po’ sull’album. Adult Oriented Dance: «a chill out album you can dance to or a dance album you can chill out to», si legge nella nota stampa. Potreste spiegarci meglio il concetto e il pensiero che si nasconde dietro questa sigla? Anche facendo riferimento a copertina e materiale fotografico del disco, che ritrae il celebre Marabù di Cella in stato di abbandono…

Sono passati 10 anni da quando il nostro progetto è nato, e va da sé che anche i nostri fan di quel periodo siano inevitabilmente cresciuti. Volevamo creare un suono più maturo che rappresentasse noi e anche una parte del nostro audience, che magari non è più frequentatore assiduo di locali. Da lì nasce il gioco di parole AOD, che non è altro che un twist sul concetto di AOR (Adult Oriented Rock), espressione che fa riferimento a quelle stazioni radio che preferivano palinsesti con brani che, per lunghezza e tipologia, rispondevano meno ai canoni radiofonici, essendo mirate ad un pubblico più “maturo”… quanto meno nell’ascolto. La scelta della copertina del nostro disco ricalca in parte quest’idea. L’Italia per anni è stato un Paese di mega discoteche, molte delle quali ormai abbandonate. Oltre ad essere particolarmente affascinati da queste strutture e dalla loro decadenza, ci piaceva l’idea di raccontare un ipotetico viaggio verso uno di questi locali, fatto di ricordi, immagini e paesaggi del nostro territorio. Un racconto di viaggi notturni a caccia di questi megalocali che spesso si trovavano lontano dai centri abitati; di mattinate fatte di rientri fra caldo, estate e campagne italiane. Se vuoi, una sorta di colonna sonora.

A tal proposito,  quanto è cambiato e quanto sta cambiando il mondo del clubbing, o più in generale la fruizione della musica dance? Sia a livello di “ascolto casalingo” che di esperienza nei club…

Se parliamo di clubbing, è indubbio come sia cambiato e stia proseguendo su una certa rotta… come è normale che sia. La figura del DJ è diventata più centrale, i social network giocano un ruolo fondamentale e la musica dance è diventata molto più accessibile, passando da un “prodotto” per addetti ai lavori fruibile dal pubblico esclusivamente all’interno dei locali, a un “prodotto” più vicino alla massa. In qualche misura, sempre a proposito di accessibilità, anche i locali stessi possono essere “vissuti” attraverso uno schermo, da casa propria, con dirette e live streaming. Tutto questo non si traduce necessariamente in qualcosa di positivo per la musica e per il clubbing, che perde così la sua centralità e la sua esperienza a discapito di diversi altri fattori. Ci sono e ci saranno sempre locali che porteranno avanti la loro idea, ma ci sembra essere tutto un po’ più frazionato in “micro scene”, più che in veri e propri movimenti. Rispetto ai tempi in cui abbiamo iniziato i nostri percorsi, ma anche prima, oggi un ascoltatore medio di musica dance ha potenzialmente una grandissima disponibilità di accesso e può venire a conoscenza di molto più materiale. Noi andavamo a comprare un disco senza sapere nulla di chi lo avesse prodotto: la musica era il vero fattore chiave, perché era veramente l’unica cosa da conoscere. E stiamo parlando di addetti ai lavori. Oggi, anche solo grazie a un cellulare, un utente medio è in grado di conoscere vita, morte e miracoli di un artista al suo primo disco, ma così facendo si rischia di perdere di vista il vero focus di tutto questo, ovvero la musica, che rischia di passare in secondo piano. Allo stesso modo, l’esperienza del club nella sua totalità (vedi sopra, quando abbiamo parlato di A.O.D. come di una colonna sonora di un viaggio da e verso un ipotetico locale), nella sua collettività e socialità che non può essere certamente riproducibile attraverso uno schermo. Questo non vuol dire che un bel disco diventi improvvisamente mediocre, ma che la sola musica potrebbe non bastare più. Per quello che riguarda la musica dance, per definizione è sempre stata una musica che guarda al futuro, ma che a un certo punto è diventata in qualche modo autoreferenziale. Partendo dall’assunto che in musica nulla ormai “si inventa”, sarebbe bello riprendere quello spirito. Da quel punto di vista, pensiamo che – per certi versi – sia un buon momento, essendo cambiate molte regole del gioco, e facendo così cadere qualche infrastruttura di troppo che si è venuta a creare nel tempo.

Per quanto riguarda i campioni utilizzati in A.O.D., come mai avete scelto di attingere esclusivamente dall’archivio di Claudio Donati? Ascoltando le tracce del disco, mi è parso di aver notato un utilizzo non troppo regolare dei sample: in alcuni casi formano l’impalcatura principale del pezzo, in altri sembrano nascosti più in profondità.

La collaborazione con Claudio Donati e Goodymusic nasce innanzitutto dal fatto che noi siamo dei grandissimi fan del suo catalogo e del lavoro fatto in passato, come Mr. Disc e FullTime… È musica che abbiamo nelle ossa, che in parte ha definito il nostro gusto musicale. Negli anni Claudio ha saputo costruire un catalogo pieno di autentiche perle, divenute vere e proprie hit mondiali. Soprattutto è una persona ancora attiva in questo business, tra i pochi disponibili a parlare – in caso – di sample clearance e che lavora attivamente sul suo catalogo su base giornaliera. Nella maggior parte dell’album, il campione è veramente ridotto all’osso, quasi fosse una “pasta sonora”, principalmente ritmica. Il grosso del disco è suonato da noi, e anche questo sembra essere un elemento di rottura con il passato, seppur generalmente abbiamo sempre suonato molto sopra i nostri pezzi. Per questo ci va un po’ stretta la definizione di “edit”..

Difatti, sul vostro canale Instagram ho notato l’utilizzo dell’hashtag #samplingisnotediting…

Nel 90% dei casi noi non facciamo edit. Come detto poc’anzi, questa definizione non riusciamo a digerirla più di tanto, e da qui nasce l’hashtag che citi. L’utilizzo di un campione non necessariamente è sinonimo di edit. Abbiamo sempre stravolto molto il materiale originale, ci abbiamo suonato sopra…questo non è editing, è sampling. Un edit è, teoricamente, molto più fedele all’arrangiamento iniziale, per cui non ci riguarda: noi prendiamo degli elementi, usiamo i campioni come fossero suoni. È un malinteso molto comune, specie nella musica dance. Nessuno si sognerebbe mai di dire che un pezzo di J Dilla è un edit, come noi non ci sentiamo di dire che un pezzo come No More Talking possa essere considerato un edit. Stessa cosa per la traccia che prima hai citato, Chilli Dip: l’originale non è nemmeno più riconoscibile e il giro su cui ruota tutto il pezzo nemmeno esiste nel brano da cui abbiamo pescato. È tutto il frutto di un lavoro di reinterpretazione completa di quel materiale, in cui ogni piccolo slice di campione è risuonato per creare qualcosa che non esisteva prima. Le uniche edit che ci appartengono sono quelle che usiamo nei nostri DJ-set e che non sono mai state pubblicate. Da sempre, inoltre, cerchiamo di fare le cose come si deve, autorizzando i campioni che utilizziamo: campioni, appunto.

Essendo A.O.D. un album povero di “banger” da pista (mi riferisco a club music per un pubblico voglioso di un 4/4 energico e muscolare) come vi state muovendo a tal proposito nel presentare il nuovo materiale in giro per il mondo? Personalmente vedrei le tracce del disco perfette come introduzione a una serata “all night long”…

Ed è esattamente quello che abbiamo fatto. Il live è coinciso con il take over della serata dove suoniamo live e mettiamo anche i dischi, prima e dopo. Quando si tratta di suonare, per noi più lungo è il set, meglio è. C’è molta più possibilità di espressione, riuscendo a toccare diverse sfaccettature all’interno della stessa serata.

Parlando ancora di live e DJ-set, c’è qualche novità (che si parli di apparecchiature o di direzioni musicali)?

Da sempre prendiamo molto sul serio il fatto di suonare live, provando ogni volta a mantenere la nostra performance – scusa la ripetizione del termine – il più “live” possibile. Abbiamo sempre portato sul palco molte macchine, sbattendoci di continuo per rinnovarci da un punto di vista tecnico e artistico. C’è sempre stato un grande sforzo da parte nostra, e possiamo dire che siamo – da anni – uno dei pochi progetti di questa natura a suonare dal vivo. Vogliamo rendere al pubblico un’esperienza sonora che sia 100% Tiger & Woods; al contrario, con un DJ-set, si sarebbe spaziato molto di più. Possiamo certamente dire che il live di A.O.D. è quello tecnicamente più completo che abbiamo mai concepito. È interamente “aperto”, nel senso che la parte di improvvisazione è prominente e porta ad una performance sempre diversa. La parte audio, inoltre, è sprovvista di laptop, che viene utilizzato soltanto per i visual, questi ultimi integrati per la prima volta. Per quanto riguarda l’attrezzatura, sul palco portiamo un MPC Live, Akai Force, Octatrck, Analog4, Roland TR8s, tastiera midi, pedali per effetti, un iPad, un Launchpad e il laptop per i video che ti abbiamo appena citato. In più ha fatto il suo debutto anche una Kinect dell’Xbox per cui abbiamo scritto un software: in pratica, questa ci consente di avere una sorta di ologramma 3D che ritrae noi stessi mentre suoniamo, da integrare nei video. Così facendo, anche sul lato visual si può assistere ad una parte di performance davvero “live”.

Rileggendo alcune vostre vecchie interviste, una frase mi ha colpito in particolare, ovvero «Non vediamo territori: sentiamo suoni». Questa frase credo che possa in qualche modo agganciarsi a un discorso molto importante per quanto riguarda il fenomeno della musica (italo) disco: da qualche tempo a questa parte, è innegabile un ritorno – nei giri che contano (vedi Dekmantel Festival, ecc.) – di certe sonorità dalla forte radice disco/boogie, sempre cara a noi italiani anche per questioni di DNA. Tuttavia, mi sembra che certi suoni trovino più fortuna e risalto per gli artisti esteri, al netto dei Nu Guinea che hanno il pregio di aver riportato a certi livelli di attenzione un savoir-faire tutto italiano. Detta in parole povere, quasi banali: “lasciamo fare l’italo disco agli altri”. Siete d’accordo?

L’Italo disco all’estero è da sempre più tenuta in considerazione, ma c’è anche da dire che qui da noi è sempre stata relegata a musica di serie B per film di serie B. Non a caso veniva riscoperta e prodotta da artisti come I-F in passato, e oggi da etichette come Clone, Rush Hour, Dekmantel o la stessa Dark Entries. Tuttavia, queste sonorità sono nelle nostre ossa. Ci siamo cresciuti veramente con questa musica. Ne siamo stati esposti in maniera più o meno consapevole: usciva dalle nostre radio, dalle nostre tv, nelle spiagge…È il nostro immaginario e la nostra cultura. Italo non è solo drum machine e synth… le melodie e le armonie raccontano il nostro paese, c’è tanto “Italian Drama” dentro, proprio a livello compositivo. Tutto ciò non è facilmente codificabile da chi non lo ha vissuto all’epoca o, seppur in maniera differente, tuttora.

Marco, che sensazioni hai provato a registrare e pubblicare in un lasso di tempo relativamente breve sia l’album solista che A.O.D.? Ci sono punti di contatto? Personalmente, ho percepito due differenti condizioni di malinconia: la prima, nel disco di T&W, dettata dal ricordo di un’epoca ormai andata, mentre la seconda (W.O.W.) mi è sembrata far riferimento al concetto di quel futuro perduto, immaginato e raccontato dagli eroi di Detroit che diedero vita alla techno…

Non si tratta di malinconia, ma di romanticismo. Se c’è una cosa sulla quale sono critico, a proposito delle sonorità e gli stili moderni, è la mancanza di romanticismo. Tutto troppo funzionale. Diciamo che, in concomitanza con questa incrementata fase produttiva, ho finalmente dato sfogo a quello che credo sia un grosso bisogno di visione, prospettiva, speranza, sogno. Cosa che era costantemente presente nei primi giorni della dance elettronica moderna. Hai ragione, potrei essere “labellato” come nostalgico. Ma io ripeto fortemente che si tratta essenzialmente di romanticismo.

Vi siete conosciuti in occasione di un evento firmato da Red Bull Music Academy, che recentemente ha annunciato la chiusura del progetto. RBA è stato per tanto tempo uno strumento fondamentale del mondo underground, che più volte ha usufruito di questa importante visibilità. Pensate che la fine dell’Academy possa avere ripercussioni pesanti sull’ambiente?

I nostri progetti, solisti e non, sono sempre stati legati a doppio filo con l’Academy, essendo stati sia tutor principale nelle varie edizioni [Marco, ndSA] che partecipante nel 2008 [Valerio, ndSA]: Tiger & Woods nasce proprio in quel contesto. Viene a mancare un hub gigantesco per qualità e quantità di contenuti e di persone, nonché – per quanto riguarda noi che ne abbiamo fatto parte in prima linea – un vuoto a livello umano. RBMA è stato qualcosa di veramente speciale che ha unito sotto lo stesso tetto artisti da tutto il mondo, con un scambio culturale e musicale senza precedenti. Un’esperienza durata 20 anni, un successo incredibile, specie se contestualizzata nel complicato scenario odierno. La sua assenza creerà un bel vuoto nell’imminente, ma i legami fra le persone non si cancellano e siamo fiduciosi che in qualche modo l’eredità dell’Academy andrà avanti ancora per molto.

Probabilmente avrete sentito parlare della recente questione Vakula, che nel nuovo EP ha scelto di raffigurare alcune DJ – Peggy Gou, Nina Kraviz, Nastia, The Black Madonna – alla guida di un’astronave a forma di pene. Potete dirmi la vostra sulla questione, magari trattando anche il tema del (nuovo) ruolo della donna nel mondo della musica dance, che tanto sta facendo discutere?

È stata una mossa di cattivo gusto, per usare un eufemismo. Anche nel caso in cui si volesse alzare una qualsiasi discussione sull’argomento, non è questo il modo e mai lo sarà. Spesso le persone dimenticano come argomentare, puntando subito all’eclatante e incappando in operazioni totalmente fuori luogo come questa. Un dancefloor, un club o una consolle, per noi saranno sempre un punto di aggregazione, mai di divisione. Non dovrebbero mai esistere barriere di genere, orientamento sessuale, religione o politica. Un locale è una “free zone” per tutti e così deve necessariamente essere. Conosciamo molte donne DJ ed il fatto che stiano aumentando è solo un buon segnale ed è il trend da seguire. In generale, nel nostro mondo ideale, il sistema meritocratico sarebbe quello perfetto, dove non importa assolutamente di quale gruppo si faccia parte, facendo riferimento esclusivamente a talento e qualità, a prescindere da tutto. Tuttavia siamo consapevoli che si tratta di un’utopia e spesso il mondo gira in maniera diametralmente opposta, motivo per cui si rendono necessarie battaglie come quella per l’uguaglianza dei diritti. Dietro una consolle e non, ovvio.

Passiamo a un “classico” delle domande da intervista: potete svelarci qualcosa sui progetti futuri, magari anche in veste solista? E ancora, c’è qualche nome da tenere d’occhio secondo voi?

In realtà è un periodo estremamente produttivo, aldilà dell’album. Ci sono tre singoli appena usciti, uno con Alejandro Paz su Riverette (Como Bailar), il nostro remix di un vero classico (Plastic Doll – Dharma), un EP Italo per Running Back (One Last Dance), una label pronta a partire con due singoli di Marco, la collaborazione fra Valerio e Fenomeno, ma anche un disco in uscita su Neutralizer, etichetta gemella di Dixon Avenue Basement Jam, e molto altro….insomma, ci teniamo belli impegnati! Come dicevamo inizialmente, la situazione attuale permette un sorta di ingolfamento, dato dalla miriade di uscite giornaliere. Con il digitale prima e lo streaming poi, è venuto a mancare un filtro essenziale per il livello qualitativo delle produzioni: le etichette e l’investimento iniziale. In passato, per pubblicare un disco, una qualunque label doveva letteralmente investire soldi e tempo, cosa che portava ad essere molto più selettivi nella scelta. Ora, al contrario, i costi di un’uscita digitale sono pari a zero. Risultato? Migliaia di uscite che saturano il mercato e che praticamente ci rendono difficile anche risponderti alla seconda parte della domanda: è diventato estremamente complesso seguire un emergente, poiché è molto facile che vada a perdersi in questo oceano sconfinato. Certamente ci sono tanti nomi interessanti, ma è complicato monitorarli.

A proposito di Fenomeno, Valerio, parlaci meglio del progetto…

La collaborazione con Fenomeno nasce in realtà poco più di un anno fa quando ho conosciuto Daniele Manusia (il Direttore di L’Ultimo Uomo) grazie ad un amico in comune. Ho sempre pensato che il fatto che il calcio fosse un argomento “popolare”, non giustificasse la sua trattazione in maniera superficiale e, nel mio caso, accompagnato da musica di dubbio gusto. Per questo ho sempre apprezzato il loro modo di scrivere e quando Daniele mi ha chiesto una sigla per il loro podcast La Riserva, è stato semplicemente un perfect match! In un anno il progetto si è ingrandito diventando Fenomeno, dove la rosa di podcast e argomenti si è allargata, intercettando una tendenza mondiale in ascesa come quella degli spoken podcast. Così, per ogni podcast ho composto i temi principali e tutti i background. L’idea era quella che ognuno degli show, e Fenomeno in generale, avesse un identità unica e riconoscibile anche dal punto di vista musicale. Siamo riusciti nell’intento, al punto che gli ascoltatori hanno iniziato a chiedere informazioni sulle musiche che accompagnavano i podcast e da lì ho deciso di raccoglierle in un album. Per me è stato ed è molto divertente comporre questi piccoli temi perché sono svincolati da qualsiasi logica di “release” e posso essere libero di produrre cose che non faccio abitualmente (o meglio che non sono solito far uscire, come beat ad esempio). Inoltre, qualche anno fa, ho portato avanti un progetto per Red Bull Radio su calcio e musica italiana chiamato Trequartista: 4 radio show di sola musica “calcistica” proveniente dalla mia collezione di vinili a tema calcio. Viste la recente chiusura di Red Bull Radio di cui parlavamo prima, Fenomeno presto diventerà anche la casa per questo progetto.

Visto che ci siamo, concludiamo con una leggera nota sportiva. Valerio, so che sei un grande tifoso della Roma: giudizi sulla stagione appena conclusa? Che ne pensi della criticata gestione Pallotta, anche alla luce dell’addio di Daniele De Rossi? Invece tu, Marco, sei soddisfatto dell’annata della Juventus?

VDP: Ammetto di essere un football freak. Dedico al calcio e alla mia squadra molto più tempo di quello che dovrei e lascio anche che questo abbia un impatto  – negli ultimi tempi davvero devastante, lo ammetto – sulla mia vita… ma non posso farci niente, è più forte di me. Detto ciò, il mio stato d’animo è facilmente intuibile, dato il momento storico. De Rossi è un giocatore, una persona e un capitano di uno spessore speciale. Ci mancherà più di quanto immaginiamo.

MP: Se vuoi conoscere la mia opinione, parliamone in altre occasioni, lasciamo questo spazio alla musica [sorride, ndSA]

21 Luglio 2019
21 Luglio 2019
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