J Dilla (US)

Biografia

Hip-hop SOUL

Dilla nasce Jay Dee e cioè James Dewitt Yancey nel 1974 a Detroit. La madre, Maureen (un rapporto il loro, forse inevitabilmente, bellissimo e morboso), ha trascorsi da cantante lirica, il padre Beverly suona il basso in un gruppo jazz e canta in un gruppo doo-wop. Fin dai primi mesi di vita James mostra un’inclinazione per la musica che già nei primi anni diventerà esclusiva e ossessiva: i giocattoli non gli interessano. Ascolta così e accumula e colleziona dischi, studia da autodidatta vari strumenti, su tutti la batteria, comincia ad armeggiare con musicassette, giradischi, registratori e microfoni: la strada è segnata, totale nerdismo musicale. Nel 1989 la prima crew, i Senepod (dopeness al contrario), assieme a quei compagni di quartiere che nel ’95 diventeranno con lui gli Slum Village: T3 e Baatin. Nel 1992 l’illuminazione sulla via di Damasco: conosce il (giovane) veterano Amp Fiddler, che lo inizia alle arti della postazione sampler/drum machine della Akai, la mitica MPC60: è una rivoluzione, si apre il sipario.

James si chiude in casa e comincia a fare esperimenti. Riferimenti adolescenziali sparsi: Dj Premier, Diamond D, il collettivo Native Tongues, Pete Rock su tutti. Tra i tantissimi che lo vanno a trovare a casa, curiosi, anche Kariem Riggins e Marshall Mathers: il futuro Eminem. Nel 1993 Jay Dee, come adesso si fa chiamare, fonda il primo vero gruppo, 1st Down, un duo col concittadino Ron Watts ovvero Phat Kat al microfono. Esce un singolo autoprodotto, No Place to Go, e poi nel ’95 un altro per la PayDay, che però fallisce. Il duo si scioglie, ma i due continueranno a incrociarsi spesso anche tra le fila dello Slum Village, dove quest’ultimo figura informalmente – ed è noto ai fan – come il suo “Fifth Member”. Nel ’95 la formazione si fissa e grazie all’interessamento di Fiddler, che legge bene le capacità di Jay, i tre cominciano a registrare materiale. Il disco, Fan-Tas-Tic Vol. 1, è pronto nel ’97, ma già da un anno circola in bootleg, e finirà col non essere pubblicato ufficialmente fino al 2005 (per Counterflow).

Fantastic Vol. 2 è il capolavoro degli Slum Village e uno dei picchi precoci di Dee. Soprattutto, si definisce qui lo standard di un suono che è il suo, e che dagli Slum esporterà in altri contesti, e per altri artisti: quello che oggi chiamano soulful hip-hop

Fiddler è una figura fondamentale, perché presenta Jay Dee a Q-Tip degli A Tribe Called Quest, ed è da questa conoscenza che si svilupperà tutta la carriera di produttore “per altri” del nostro. Da metà Novanta Jay diventa infatti uno dei vertici fissi di due collettivi produttivi, come si dice, seminali, entrambi con Q-Tip di mezzo, entrambi smembratisi coi Duemila, gli Ummah, che gravitano proprio attorno alla Tribe, e i Soulquarians, con gente del calibro di Talib Kweli, Common, Mos Def, Erykah Badu, Questlove e D’Angelo. Dee mantiene una posizione defilata, poco esposta, tanto che spesso il suo nome non figura sui dischi, ma il suo apporto è decisivo.

Concentrato su un uso dei campioni inusuale, ritmi, accordi di piano, bassi, colpi di batteria, tutto strano, produce e remixa Pharcyde (la perla Runnin è del ’95, e te lo dice chiaro e tondo pure nel testo, ma potrebbe essere stata fatta ieri e da Timbaland), Tribe e Q-Tip, De La Soul, Common, Busta Rhymes (ogni suo disco vede, anche se occulto, lo zampino Jay Dee), Erykah Badu (con cose come Didn’t cha Know, languido gelatinoso miagoloso perfetto pezzo soul), Roots, Guru, Proof (assieme a Dee anche nell’effimera esperienza dei 5 Elementz), lo stesso Fiddler. Il nostro tocca anche punte high-commercial con Jamiroquai, Janet Jackson (il clamoroso appiccicoso remix di Got Til Is Gone), Poe, 2Pac con il trio a toccare un picco di visibilità nel 1998 quando è chiamato a aprire i concerti del tour d’addio degli A Tribe Called Quest. A livello economico però i ritorni, per lui come per i compagni, sono modesti.

Nel 1999 un 12” con due sue produzioni per conto di Phat Kat – Dedication To The Suckers – fa fuori 5000 copie in un giorno e l’anno successivo arriva finalmente la stampa del primo disco ufficiale degli Slum, Fantastic Vol. 2 (GoodVibe). Il Vol. 1 era circolato molto e seguendo i giri giusti, ottimo biglietto da visita, Dee nel frattempo aveva avviato le sue frequentazioni importanti, e così su questo Vol. 2 finiscono col fare cameo D’Angelo, Common, Pete Rock, Jazzy Jeff, Q-Tip, Busta Rhymes, Questlove. Il disco rielabora materiale da quello precedente, ma si nota subito una maggiore complessità e profondità delle produzioni: è il capolavoro degli Slum e uno dei picchi precoci di Dee. Soprattutto, si definisce qui lo standard di un suono che è il suo, e che dagli Slum esporterà in altri contesti, e per altri artisti: quello che oggi chiamano soulful hip-hop. Si spiega da sé. Sempre nel 2000, a luglio, esce Best Kept Secret, un EP “tappabuchi Slum” a nome J-88 (questioni contrattuali) per la tedesca Groove Attack, con materiali editi ed inediti (e remix per mano di Madlib e I.G. Culture). Nel 2001 Dee comincia a usare il moniker J Dilla, per distinguersi dal produttore Jermaine Dupri aka JD.

Welcome 2 Detroit conferma le peculiarità e la forza di Dilla, i suoi pruriti sperimentali presentando uno spostamento, che sarà poi sempre più marcato, verso materiali anche propriamente elettronici

E’ questo l’anno del debutto solista, col singolo Fuck The Police, non così minaccioso come da titolo, che anticipa il long playing Welcome 2 Detroit, per la Barely Breaking Even, primo della fortunata serie Beat Generation (ad oggi chiusa dal King of the Wigflip di Madlib). Il disco conferma le peculiarità e la forza di Dilla, i suoi pruriti sperimentali, soprattutto la sua attenzione per i dettagli (per quanto sia capace di produrre un pezzo in dieci minuti), presentando uno spostamento, che sarà poi sempre più marcato, verso materiali anche propriamente elettronici, come testimonia la traccia B.B.E., omaggio all’etichetta e pezzo dal mood psichedelico minaccioso che cita addirittura gli arpeggiatori vangelisiani. E’ questo il secondo picco personale di Dilla.

 

Nel 2002 viene ufficializzato il distacco dagli Slum. Nello stesso anno, di ritorno da una gig europea, Dilla si sente male ed è costretto a farsi portare in ospedale. Gli viene così diagnosticata la TTP, o sindrome di Moschowitz, una rara malattia del sangue che causa microtrombosi, malattia sostanzialmente incurabile e inesorabilmente invalidante. La notizia non viene diffusa. Dilla produce il disco 48 Hours del duo Frank-n-Dank, che viene però rifiutato dalla MCA  e circolerà a lungo solo come bootleg. La casa discografica gli propone allora un contratto da solista. Il disco è pronto nel 2003, inteso come showcase delle sue capacità di mc e prodotto principalmente da altri (Madlib, Pete Rock, Kanye West, Waajeed e altri), ma alla fine neppure questo vedrà la luce ufficialmente, se non, col titolo Pay Jay, come bootleg a inizio 2008.

Scottato da queste esperienze, Dilla si rifugia per sempre presso le indie, e pubblica nel 2003, per la già testata Groove Attack, un EP dal titolo Ruff Draft. Si tratta davvero di una brutta copia, o meglio di una bozza, di quanto di là da venire: la svolta di Dilla autore-produttore. Ci allontaniamo sempre più dal concetto di produzione come cosa finalizzata al rapping (anche se il disco è rappato), col materiale che si è fatto più astratto, irregolare, sporco, collagistico, sempre elegante però, perfettamente rappresentato da quel capolavoro assoluto di visionarietà sbilenca e futuristica che è Nothing Like This, poi opportunamente ripreso, in una versione più gommosa, per il primo volume del collettivo Chrome Children della Stones Throw (2006).

Nel 2002 intanto, Dilla ha cominciato una collaborazione a distanza proprio col peso massimo della indie di Peanut Butter Wolf, colui che negli stessi anni, in maniera assai diversa, si sta affermando come l’altro grandissimo produttore, Otis Jackson Jr. aka Madlib. La collaborazione parte per curiosità, e da stima reciproca, dovrebbe approdare a un pezzo fatto a quattro mani o a un mini, e invece nel 2003 viene fuori per ST addirittura Champion Sound. Il disco è ottimo ma delude lo stesso, perché presenta produzioni dell’uno con sopra il rapping dell’altro, nessuna vera fusione delle due menti e dei due modus produttivi. L’incontro epocale è solo sfiorato.

Dilla, inseritissimo nel circuito che conta, non dimentica nemmeno di dare una mano alle giovani leve. A febbraio 2004, assieme all’amico Phat Kat, presta la voce in un pezzo – Game Over – che sarà strategico per il definitivo lancio di carriera dell’eclettico producer, sempre orbitante a Detroit Tadd Mullinix, ovvero Dabrye (Two / Three uscirà due anni più tardi e vedrà tra i featurer anche uno dei suoi rapper preferiti, Guilty Simpson. Mullinix del resto amplierà il discorso sonico di jay dee sia dal lato soulfull che su quello vangelisiano). Dunque si accasa ST, l’indie label del momento, tantissimi artisti chiedono i suoi beat tape, cd-r o mp3 con basi tra cui scegliere. E’ arrivato il momento del grande salto: uscire dalla “provincia”. Nonostante le condizioni di salute sempre in continuo peggioramento, decide di spostarsi nella capitale delle grandi produzioni, Los Angeles, e qui dividerà casa con Common. Nel 2005 Dilla fa parte della spedizione di dj e producer del progetto BrasilInTime della Mochilla (il dvd relativo uscirà nel 2006). Le sue condizioni sono pessime, è visibilmente sottopeso, le gambe molli, del Brasile insomma potrà vedere giusto un paio di negozi di dischi, e a fatica, ma è comunque contento come un bambino: la bossanova e l’universo musicale latin sono una delle sue fonti di ispirazione.

Il 2005 è segnato da lunghi ricoveri, che risucchiano tempo ai suoi progetti e al suo lavoro per altri (i soliti nomi ma anche M.E.D., Guilty Simpson, Ghostface Killah) e a fine anno è ormai costretto a muoversi e a fare le ultime apparizioni pubbliche su una sedia a rotelle. Gli viene diagnosticato il lupus, una malattia infiammatoria cronica del tessuto connettivo, anche questa praticamente incurabile (e per combattere la quale la madre Maureen creerà poi la “J Dilla Foundation”). Emergono anche problemi di glucosio nel sangue, problemi ai reni, e al cuore, il sistema immunitario globalmente indebolito: Dilla è un rottame. E’ necessario il ricovero stabile in ospedale.

La sua stanza diventa un mini-studio di registrazione, con via vai di amici vari e colleghi. Oltre che nella musica Jay cerca conforto nella Bibbia. Il giorno del suo trentaduesimo compleanno, il 7 febbraio 2006, esce per ST Donuts, completato nei mesi d’ospedale, con la madre onnipresente, massima immagine epica, retorica e drammatica, a massaggiargli le dita addormentate per consentirgli di lavorare al pc. Dilla muore tre giorni dopo, per arresto cardiaco, il 10 febbraio. Donuts e la morte al lavoro, come per Carpal Tunnel di Derek Bailey.

Il disco viene accolto benissimo, inevitabilmente, per la botta emotiva. Ma è comunque, e come quasi sempre finora, un disco grandissimo, il suo terzo (ma è un ordine cronologico) picco dopo Fantastic Vol. 2 e Welcome 2 Detroit. Trentuno brevi, praticamente tutte sotto i due minuti, schegge senza rapping, ma con tante voci campionate-trovate, e un menu di fonti aperto e illuminante, dai 10cc a Shuggie Otis a Zappa a Raymond Scott a Galt McDermot. Ultimo segnale dell’evoluzione del suo suono, sbilanciato adesso tra crudezze suonate ed elettronica, figlio diretto ed estremo della frammentarietà inaugurata sottovoce da Ruff Draft, forse anche suggestionato dal modus madlibiano. Ad agosto 2006 esce per BBE The Shining (titolo da Kubrick, e campioni dal film), con materiali su cui Dilla stava lavorando in punto di morte, supervisionati e completati dall’amico di sempre Kariem Riggins. Il disco è sempre roba buona, ma sta forse un gradino sotto il resto, al livello del primo Slum, per intenderci, col dubbio aperto che l’inspessimento di suono che vi si registra sia frutto o meno del Dilla-pensiero.

Il suo suono magico è la chiave che ci apre il suo mondo, fantasticamente speculare a quello di Madlib: Dilla e Mad gemelli diversi. Un suono vellutato, melancolico, ipnotico, liquido e lunare, cerebrale, psichedelico, urbano, profondamente soul

Da questo momento in poi, tante le uscite di dubbia legittimità, e tante quelle di legittimità pari a zero, sullo sfondo delle liti tra “Mama Dukes”, la mamma di Dilla, e Arthur Erik, amministratore della sua eredità, liti che ricordano tanto quelle tra i familiari di Hendrix e Alan Douglas. Nei dischi più diversi  continuano a spuntare nuove e vecchie produzioni di Dilla, ma pare quasi una moda, e una supposta garanzia di legittimità artistica. Tanti gli omaggi, i tributi, le celebrazioni, a testimoniare la commozione di un’intera scena per la scomparsa di qualcuno che ha lasciato davvero il segno: da Erykah Badu a Busta Rhymes a Common ai Roots. Fino alle estreme propaggini di questi giorni, col produttore ed mc Raydar Ellis che porta in giro un ottetto acustico che rilegge pezzi di Dilla, pezzi oggetto di un suo apposito corso al Berklee College of Music, dove insegna.

Sarà forse che cose come la già citata Runnin sono delle perle assolute, fatto sta che la versione di questo Dilla Ensemble non è male. Più significativi però, tra tutti questi tribute project, ci paiono l’ultimo, ad ora, Beat Konducta di Madlib e J Rocc, che mimano il suono-Dilla mediandolo con le loro costanti stilistiche, in un disco intensissimo che si ricollega alla fame di spiritualità manifestata da Dilla nell’ultimo periodo, e il remix della ormai classica Fall in Love degli Slum Village fatto carbonaramente da Flying Lotus (Steven Ellison), uno dei producer che sono stati maggiormente influenzati da Dilla. Passato e futuro insomma.

Un suono

I suoi pezzi sono essenziali a rasentare spesso il minimalismo delle voci sonore e del carico timbrico, arrancanti quando non narcolettici, eppure il beat spacca uguale, quel beat così pieno e arioso e allo stesso tempo così secco e ovattato, quel famoso clap-clap insomma

Nella sua atipicità (immerso in un mondo di primedonne, superstar ed egotismi patologici), Dilla è però una figura tipicissima. Quella dell’artista defilato, conosciuto e riconosciuto soltanto “nell’ambiente”, sdoganato, celebrato, mitizzato (e sfruttato) da tutti solo dopo la morte. Se la discografia di uno come Mad si presenta di difficile mappatura per la sua estensione esagerata, quella di Dilla affianca alla quantità notevole e al carattere assai frastagliato la non tracciabilità: la necessità anzi di una ricostruzione filologica. Dilla è stato il demiurgo sottobanco di tanti pezzi famosissimi, e di tanti pezzi meno famosi ma comunque bellissimi, ma lo si è saputo solo col passare degli anni: all’epoca dei fatti non accreditato, quindi non riconosciuto, occultato.

Demiurgo di un suono fatto di plastica, legno e carne, Dilla ha intercettato-fiutato-anticipato, fate come volete, un vento nu-soul-r’n’b che soffierà sempre più forte della sua morte in avanti, brevettando una formula sonora raffinata ed influente, come sempre in questi casi, destinata a farsi bastarda e sfruttata da gente che non possiede la stessa primigenia consapevolezza stilistica, ma soprattutto la stessa intensità emotiva, del suo inventore.

In tempi non certo pioneristici, ma decisamente ancora non sospetti, siamo nel 2004, un solitamente parco di elogi Pharrell Williams dichiarava al mondo il nome del suo produttore preferito di sempre. Indovinate un po’. Dilla. Oggi etichettato con efficace sintesi come producers’ favourite producer. E non potrebbe essere diversamente. Il suo suono magico è la chiave che ci apre il suo mondo, fantasticamente speculare a quello di Madlib: Dilla e Mad gemelli diversi. Un suono vellutato, melancolico, ipnotico, liquido e lunare, cerebrale, psichedelico, urbano, profondamente soul, ma di un soul che non è certo Al Green 1972, è tutto anni Duemila, anni di intima composta disperazione, anni ultimi. Da qui un veloce flash, una suggestione che ce lo accosta a cose appartenenti a universi forse differenti forse no come ad esempio Burial. I suoi pezzi sono essenziali a rasentare spesso il minimalismo delle voci sonore e del carico timbrico, arrancanti quando non narcolettici, eppure il beat spacca uguale, quel beat così pieno e arioso e allo stesso tempo così secco e ovattato, quel famoso clap-clap insomma. Pezzi costruiti spesso su strutture o anche solo venati da semplici irregolari bolle elettroniche. Ecco, riprendendo quel gioco tanto infantile quanto efficace già fatto a suo tempo a spese di Mad, se il suono-Dilla fosse un colore, sarebbe un viola denso, profondo e diamantino.

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