Treviso-Berlino e ritorno: una crescita esponenziale. Intervista a Chevel.

Classe 1989, folgorato da giovanissimo sulla via della techno, dopo un fruttuoso periodo a Berlino (segnato dalla pubblicazione nel 2010 del primo EP della serie digitale Monad della Stroboscopic Artefacts), Dario Tronchin rientra stabilmente nella sua Treviso dal 2012 per fondare l’etichetta Enklav. La sua crescita è esponenziale, sia come DJ che come producer, con release molto apprezzate per la sua ed altre label, tra le quali spiccano la spagnola Non Series e – soprattutto – la creatura del suo mentore Luca Mortellaro aka Lucy. Il 25 settembre 2015 esce il suo primo album per Stroboscopic Artefacts (il terzo a nome Chevel), Blurse. E l’8 ottobre 2015 il Nostro si esibisce in live set al RoBOt Festival di Bologna. A fine agosto l’abbiamo raggiunto via Skype per fare quattro chiacchiere.

Ciao Dario, dove ti trovi ora?

Sono a Londra, per promuovere l’album, visitare la città e trovare qualche amico. La cosa è cominciata bene: ho già fatto una bella session per NTS Radio.

Ti devo chiamare scevél o cével? Da dove viene il tuo moniker?

Il nome viene dai videogiochi! Su Gran Turismo usavo sempre una Chevrolet Chevelle… Io dico scevél, ma puoi chiamarmi come vuoi.

Contemporaneamente alle produzioni a nome Chevel stai portando avanti anche il progetto parallelo Monday Night. Nomi diversi per approcci diversi?

Sì. Chevel e Monday Night si distinguono non solo per lo stile, ma anche per le modalità di registrazione. Con Chevel lavoro principalmente, anche se non esclusivamente, al computer, mentre Monday Night è un progetto al 100% analogico: macchine, drum machine, mixer, nastro e vinile. Rispetto a Chevel, Monday Night ha un’estetica più radicale, un suono più morbido, più house: sono tutte tracce che ho registrato durante un paio di settimane e che finora sono uscite in quattro release. A breve uscirà la quinta, poi il progetto si chiude. Nell’ottobre del 2014 ho anche pubblicato con l’alias Signalweiss.

Hai appena compiuto 26 anni, ma hai cominciato giovanissimo…

La passione per la musica elettronica è venuta a 11 anni, tramite amici di famiglia. Una sera a cena, per caso, mi hanno mostrato la loro strumentazione da DJ – erano appassionati della prima techno di Detroit, Jeff Mills, eccetera – e io ne sono rimasto affascinato. Ho messo i dischi per la prima volta in un party nel 2004. E ho cominciato a produrre nel 2010.

A dire il vero Discogs registra il tuo esordio discografico nel novembre del 2008, con l’EP Before Leaving per la Meerestief di Ercolino…

Hai ragione! Diciamo che di quella cosa non vado molto fiero, quindi cerco di non darle troppa visibilità… Effettivamente, da qualche tempo avevo già cominciato a smanettare e a registrare, ma comunque è dal 2010 che ho capito cosa effettivamente volessi fare.

Quali erano i posti che frequentavi da adolescente a Treviso?

C’era un negozio di dischi che si chiamava Discosound (ora non c’è più, al suo posto c’è un’estetista…). Il sabato mattina saltavo scuola per andare lì ad ascoltare e a comprare dischi, principalmente house americana: Erick Morillo, Miguel Migs… Poi c’era un bar, La Pausa, dove al venerdì facevano musica elettronica: ricordo che a 14-15 anni andavo lì a vedere delle persone, che in seguito avrebbero pubblicato per la mia etichetta Enklav, come ad esempio Mudwise.

Enklav va avanti?

Sì, la mia idea è di arrivare all’uscita n. 25 [finora le release pubblicate sono 18 – ndSA].

Quando hai approcciato Lucy?

In realtà è lui che ha approcciato me, intorno al 2007-2008. Ai tempi caricavo le tracce che facevo – e che poi ho addirittura perso – sul mio profilo MySpace, seguito da non più di 5-10 amici. Lucy le ascoltò e mi contattò – mi ricordo che mi chiese il numero di telefono di casa, e io allora vivevo ancora con i miei genitori. Sono andato a trovarlo tre-quattro volte a Parigi, lui allora viveva lì con Rone, altro producer con il quale collaborava, poi e tutti e tre abbiamo deciso di trasferirci a Berlino. Io sono andato su e giù da Berlino dal 2008 al 2011.

Nel 2010 hai firmato il primo EP Monad, serie ancora più rigorosa della già di per sé rigorosa Stroboscopic Artefacts…

Sì. Nel 2009 ero rientrato a Treviso per continuare gli studi di composizione (che poi non ho mai terminato). Lucy aveva appena lanciato la Stroboscopic e aveva già intenzione di fare una serie: all’inizio voleva chiamarla Kernel, ma io glielo avevo sconsigliato perché era appena uscita una traccia di Marcel Dettmann con lo stesso nome. Anche se Luca mi aveva dato qualche direttiva sull’EP, io ho lavorato d’istinto con la mia prima 909, che avevo appena preso.

È evidente che con le tue uscite per Stroboscopic Artefacts hai la possibilità di sperimentare maggiormente rispetto alle cose pubblicate, ad esempio, per la Non Series…

Esatto. Ci sono fasi in cui produco tantissimo, altre invece in cui non faccio nulla. Nel periodo dal 2010 fino alla metà del 2012 avrò prodotto più di mille tracce, anche tre al giorno, lavorando con le macchine con un approccio del tutto istintivo, registrando più o meno in presa diretta. Praticamente sto spalmando tutta questa massa di lavoro nelle release di questi anni uscite per la Non Series o per la mia Enklav. Sono tracce più funzionali e più crude. Invece, per le cose che pubblico per S.A., l’approccio è diverso. Blurse, il nuovo album, è stato realizzato interamente nel 2014 con un nuovo set up, ma soprattutto con una mentalità diversa, secondo me più matura.

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Il titolo, Blurse, è un portmanteau, nome composto da blessing (benedizione) e curse (maledizione)…

Il punto di partenza è il modo dualistico, manicheo, con cui filtriamo la realtà – bianco/nero, giorno/notte, maschile/femminile. Riunire in una parola sola due concetti opposti esprime quello che sto cercando di fare in questa fase della mia vita: trascendere i contrasti e vedere di più le sfumature. E’ un discorso generale, che si può applicare a tutto, anche al fare musica e al vivere di musica: ci sono delle cose piacevolissime e intime, come stare in studio a produrre, e altre che possono essere stressanti e ti portano a scendere a compromessi.

Dai primi miei ascolti di Blurse è emerso subito il lavoro sulle percussioni, in particolare l’ampiezza timbrica della palette che hai utilizzato e la ricerca di accenti e sincopi. Il leggero detuning di Heimweh lo collego invece ad un certo Aphex Twin, che immagino sia tra i tuoi riferimenti…

E per chi non lo è? Non riesco ad immaginare qualcuno che fa elettronica che non l’abbia quanto meno ascoltato: sarebbe un dramma, altrimenti. Lo ammiro molto, anche per la sua riservatezza mediatica.

Fino a poco tempo fa ti esibivi esclusivamente attraverso DJ set, anche all night long, come recentemente a Barcellona e a Lione (dal sito Enklav è possibile scaricare le 5 ore suonate a La Platforme di Lione nel luglio scorso), ma il 15 maggio hai esordito a Parigi con un live. Ad ottobre, a Bologna per il RoBOt, cosa presenterai?

Suono live, per la prima volta in Italia. Prima del RoBOt è prevista una data a Londra, e poi due DJ set ad Amsterdam all’ADE 2015.

Insomma, sembra proprio che tu stia vivendo un’ottima fase. Quali sono le tue sensazioni?

In questo periodo  stanno succedendo cose che mi stanno confermando che questa potrebbe essere la mia strada, ma non voglio e non posso considerarlo come un punto d’arrivo. Anzi!