Retrovirus. Lydia Lunch e i germi della no-wave
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Stefano Pifferi
- 18 Novembre 2013
Lydia Lunch non ha bisogno di presentazioni. Basterebbe scorrere la sua discografia ormai trentennale e la lista delle collaborazioni, per avere conferma del ruolo che questa ragazzina della suburbia newyorchese – Rochester, ad essere precisi – ebbe una volta trasferitasi, poco più che adolescente, nella scena sotterranea e off della grande mela di fine ’70.
La Lunch fu dapprima ballerina in bar malfamati e magari anche qualcos’altro borderline tra legalità e illegalità, come dicono le cronache sfumate e ammantate della mitizzazione di un periodo d’oro per la musica e la cultura underground tutta; poi sodale di alcuni personaggi del sottobosco urbano come James Chance – con cui condividerà il letto e qualche esperienza musicale – o gli amici Suicide, influenti nella formazione dei Teenage Jesus & The Jerks; infine musicista (anzi cantante dalla scarsa tecnica ma dal carisma e dall’aggressività con pochi pari) e performer irriverente e sboccata, priva di filtri e diretta all’obbiettivo. Specie se quell’obbiettivo aveva molto più a che fare con l’arte, la performance o il teatro d’avanguardia, che con la musica in senso stretto. Legami che si consolidano tra la fase aurea della No Wave (e il suo manifesto made in Brian Eno, No New York) e i sommovimenti vari del giro delle gallerie d’arte newyorchesi (la Artists’ Space tra tutte).
Non solo musica, però, nella vita newyorchese della giovane Lydia Koch a.k.a. Lunch: di pari passo con le evoluzioni avanguardistiche dei Teenage Jesus – una delle poche band in cui il rapporto tra influenza e longevità è clamorosamente spostato sul primo versante – la Lunch ha trafficato a vario titolo col succitato versante arty della “frizzante”, ma anche rovinosamente malata e tentacolare (vedi alla voce droga, malaffare, delinquenza, ecc.) New York di fine ’70/inizi ’80. Attrice, soprattutto, vista la filmografia del sottobosco che segna una parte importante del suo curriculum, con legami con Vivienne Dick e Richard Kern, ma anche poetessa, scrittrice, performer in spoken word poetry (in solo e in combutta con Exene Cervenka, Henry Rollins, Michael Gira) in un lungo rosario del dolore che indaga il lato oscuro di sé, tra violenza, rabbia, provocazione, percezione/esposizione del proprio corpo e della propria sessualità, impatto disturbante e nichilista.
Limitandoci all’aspetto musicale, basterebbero i nomi dei musicisti coi quali ha, nel corso degli anni, collaborato a vario titolo, per rendere ancora di più l’idea del personaggio: da J. G. Thirlwell a.k.a. Foetus a.k.a. Clint Ruin ai Sonic Youth in gruppo – le indimenticabili urla da sgozzata in Death Valley ’69 sono le sue – o in solo (i lavori con Kim Gordon e Thurston Moore), da Birthday Party e Einstürzende Neubauten, in solo o in gruppo (compreso lo spirito affine Rowland S. Howard) a Michael Gira, Etant Donnes, Philippe Petit e Omar Rodriguez Lopez. Per non parlare, poi, degli infiniti progetti figli di una irrequietezza che ne ha caratterizzato e ne caratterizza tuttora una linea artistica frammentata e inquieta, schizzata e apparentemente ingestibile dal punto di vista archivistico, ma uniformata dalla persistenza di una poetica forte e sentita: dai citati Teenage Jesus agli ultimi Big Sex Noise e RetroVirus, passando per 8 Eyed Spy (no-wave con, tra gli altri, Jim Sclavonus), 13.13, Beirut Slump e Harry Crews – all female band pre-riot grrrls con Kim Gordon al basso e Sadie Mae alla batteria – c’è sempre una sorta di immediatezza “punk” (ma lei rifiuta in toto il termine che usiamo come scorciatoia per entrare nell’“urgenza” del mondo musicale della Lunch) e una sorta di etica dell’anticommerciabilità che la pone come una delle ultime figure integre del sottobosco internazionale.
Una delle ragazze (più) cattive del rock’n’roll torna ora impavida e fiera a celebrare se stessa. E lo fa a modo suo, con un colpo di stiletto degno dei tempi andati: insieme autocelebrandosi e omaggiando un intero periodo, tra i più corrosivi e fondamentali per gli anni a seguire, come fu quello della no-wave newyorchese. Per farlo la Lunch ha messo su una formazione da urlo – Weasel Walter, Algis Kyzis e Bob Bert: in pedigree Flying Luttenbachers, Swans, Foetus, Pussy Galore, Sonic Youth, Chrome Cranks e molti altri – che l’accompagna on stage in un viaggio nel tempo in cui viene ripercorsa la sua impervia discografia, permettendole di offrirsi graffiante come quando lanciava squarci di no-wave urticante coi Teenage Jesus & The Jerks e sensuale come quando ha cominciato a placare la sua acidità per trasformarsi in una dark lady senza rimorsi e artista a tutto tondo. Mai dimentica del primo amore, però. Quel palco sul quale riesce a tirar fuori il lato più ferino e selvaggio, metà “prostituta”, metà testimone di un mondo che fece dell’urgenza il suo grido e della schiettezza la sua bandiera. Lunga vita a Lydia Lunch.
Cosa ti ha portato ad andare in tour con vecchi amici e con quel nome così particolare? La tua musica è un virus retroattivo in questi tempi di appiattimento e uniformità?
È una retrospettiva che parte dai tempi dei Teenage Jesus e include qualche materiale inedito. E sì, spero di iniettare e infettare un po’ di brutalità sonora per dare una scossa alle persone stanche di subire passivamente le storture di questa realtà globale.
Che mi dici dell’oggi e dei bei tempi andati? Voglio dire, sei una della “no future” generation, ma sei qui in piena forma a fare le tue cose come se niente fosse.
No future era il punk. Io sono e sempre sono stata No Wave. Il che è semplicemente antitetico. Un pugno in faccia alla Storia, nessun compromesso, dissonanza sonica…
C’è qualcos’altro dietro la scelta di pubblicare Retrovirus? È un greatest hits dal passato o qualcosa di diverso?
È la testimonianza di un incrollabile senso di ribellione che mi scorre nelle vene. Ora e sempre.
Registrerai qualcosa con i Retrovirus? È una delle migliori band che io abbia mai visto…
Non appena Weasel finirà di scrivere alcune canzone per questo specifico progetto. Ti assicuro che non vedo l’ora.
Sappiamo che con Weasel avete suonato una specie di tributo ai Teenage Jesus a Parigi. E’ il germe della no-wave che sopravvive a tutt’oggi?
Io lo impersono quel virus. E lo stesso vale per Weasel
Che mi dici della musica contemporanea? Segui qualche scena specifica, qualcosa che per te è particolarmente stimolante?
Tantissime band: Evangelista/Carla Bozulich, Sightings, Cellular Chaos, Youthquake, Baba Zula, Phantom Family Halo…tutte grandi!
Cosa voleva dire vivere nel Lower East Side? Ho molti dischi di quel periodo e di quella scena, ma non riesco a immaginarmi quel “post-atomic nightmare” che gente come Alan vega ha sempre rievocato…
No, non te lo puoi immaginare. Una zona di guerra, di povertà assoluta, infinita criminalità, droga dilaganti, follia, serial killing. L’inferno di Dante. Era insieme bellissimo e atroce
Sei una front-woman e una delle più carismatiche. Hai spesso usato il tuo corpo in maniera provocatoria. Qual è il tuo pensiero sul ruolo del corpo femminile nel rock? Mezzo di emancipazione o di sfruttamento?
Dipende ovviamente da come viene utilizzato. E da chi sta proteggendo la puttana in pista. Come artista indipendente quella merda non ha nulla a che fare con me. Io sono il pappone e la zoccola. Ahahahah. Una puttana.
Cosa hai in procinto di realizzare nel futuro prossimo? Qualche collaborazione interessante?
Family in Mourning, un album di musica funebre con la Phantom Family Halo, A Fistful of Desert Blues con Cypress Grove, Medusa’s Bed, che uscirà a novembre su Monotype Rec, con Mia Zabelka e Zahra Mani, Taste My Voodoo, un doppio vinile con Philippe Petit; Collision Course, doppio CD con live e studio recordings dei Big Sexy Noise appena uscito per Cherry Red. E ovviamente Retrovirus su Interbang ORA!


