Twin Peaks: The Return, commento alla parte 8

[ATTENZIONE: questo articolo contiene spoiler]

Gotta light?”

Ho letto un commento particolarmente calzante all’ottava parte del nuovo Twin Peaks, il messaggio era più o meno questo: se una cosa che funziona rompe la Rete, come ormai si suol dire, l’episodio in questione rompe l’universo. David Lynch accende la luce, dà fuoco all’esperienza audiovisiva dello spettatore. La terza parte affondava nel più puro inconscio, ma qui si affonda nell’incubo, alla scoperta della Genesi del Male, quello con la M maiuscola.

Bad Cooper fugge di prigione, in compagnia di Ray: lasciata l’autostrada per dirigersi verso la fantomatica “La fattoria”, il primo cerca di estorcere informazioni preziose al secondo, che gli spara più volte. Sono passati pochi minuti, e saranno gli unici minuti di dialogo dell’intero episodio. Attorno al corpo di Bad Cooper iniziano ad ammassarsi fantasmi neri come il carbone, dallo stesso aspetto di quello che abbiamo già intravisto nella cella a fianco a Bill Hastings, dallo stesso aspetto di quello che ci aveva già terrorizzato anni or sono in Mulholland Drive. I fantasmi praticano al corpo esanime e insanguinato una sorta di massaggio cardiaco ai limiti del rituale, del sabba, sulle note rallentate di quella che sembrerebbe la Moonlight Sonata di Beethoven. Dal torace del cadavere, che puntualmente si rianimerà, emerge una sfera con il volto di… Bob. Brividi, stop.

Ladies and gentlemen, the Rodhause is proud to welcome the Nine Inch Nails”.  E così va in scena una delle performance musicali più attese di Twin Peaks, posizionata da Lynch con somma attenzione, in uno degli episodi più importanti e addirittura nei suoi minuti iniziali (non serve ricordare il legame tra il regista e il rocker, in passato persino tra i maggiori collaboratori per la colonna sonora di Strade perdute). Sul palco c’è dunque Trent Reznor, look total black e occhiali da sole, circondato dalla sua band, formata tra gli altri da Atticus Ross e dalla moglie Mariqueen Maandig. Una perfomance tesa, violenta e suadente che, siamo sinceri, spazza via quasi tutte quelle succedutesi in precedenza. Il brano scelto, She’s Gone Away, è tratto dall’ottimo EP dell’anno scorso, Not The Actual Events: “You dig in places till your fingers bleed / Spread the infection, where you spill your seed / I can’t remember what she came here for / I can’t remember much of anything anymore / She’s gone, she’s gone”. Sta cantando, per caso, di Laura Palmer? “Yeah, I was watching on the day she died / We keep licking while the skin turns black”.

16 luglio 1945, New Mexico. Tutto è in bianco e nero. Assistiamo all’esplosione della prima arma nucleare durante un test (e pensiamo di rimando alla foto della bomba atomica nell’ufficio di Gordon). È una partitura di fumo, radioattività, scorie, luci, brandelli di materia, rifrazioni color porpora (ancora), con accompagnamento “noise classical” che corrisponde in realtà a Threnody for the Victims of Hiroshima del compositore polacco Krzysztof Penderecki. Ci si collega visivamente ai primi cortometraggi di Lynch e a Eraserhead, mentre l’esplosione segna un prima e un dopo, una connessione tra il nostro mondo e un altro, l’alterazione delle energie del cosmo.

Una creatura, che appare identica a quella rappresentata su una delle foto manipolate digitalmente da Lynch per la serie Distorted Nudes risalente al 1999 e non si discosta poi troppo dal mostro bianco della teca di vetro, lascia fuoriscire dalla sua bocca tutta l’essenza della malvagità, inclusa una sfera con il volto di… Bob. I succitati fantasmi neri, dalle sembianze di boscaioli barbuti, infestano una stazione di benzina con sottofondo di crepitio elettrostatico. In giro fioccheranno paragoni con Kubrick e Malick, ma questo è soltanto Lynch.

5 agosto 1956, deserto del New Mexico. Da un uovo fuoriesce una strana creatura, simile e un insetto o a un anfibio, che in seguito si intrufolerà nella bocca di una giovane, almeno all’apparenza immacolata, ragazza (chi sarà?). Intanto uno dei “woodsmen”, sigaretta fissa in bocca e richiesta perenne di accendino (“Gotta light?”), si introduce in una stazione radio che diffonde My Prayer dei Platters (una versione del brano, per inciso, registrata proprio nel 1956), dopo aver ucciso varie persone con forza sovraumana, e diffonde il Male nell’etere: “This is the water and this is the well. Drink full and descend. The horse is the white of the eyes and the dark within”, l’inquietante sciolilingua ripetuto all’infinito al microfono.

In parallelo, il Gigante e una goticheggiante figura femminile si trovano in quelle che dovrebbe essere la Loggia Bianca. Il Gigante dapprima osserva l’esplosione della bomba atomica e la correlata nascita del Male, da una postazione che assomiglia decisamente al Club Silencio di Mulholland Drive (al cui interno, ricordate, si intravedevano giustappunto Laura Palmer e Ronette Pulanski) e poi crea una sfera, d’oro, dalla sua stessa testa. Nella sfera è contenuta l’essenza di… Laura Palmer, e la sfera viene inviata sulla Terra, presumibilmente a Twin Peaks. La luce si accende due volte squarciando il buio: nel disegno di Lynch che comincia a disvelarsi nella sua anti-semplice semplicità, nel Bene che si oppone al Male in quella che è a tutti gli effetti una sfida tra forze dal segno opposto. Gotta light?

28 giugno 2017
28 giugno 2017
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