Un «canzonettaro» nella terra del jazz. Intervista a Giacomo Toni

Non capita spesso di intervistare musicisti che non abbiano un disco in uscita. Le dinamiche spietate di questo strambo lavoro impongono solitamente di anteporre la notiziabilità del contenuto – quindi il suo legame con l’attualità – alla voglia di perdersi in una parabola completamente asincrona rispetto al qui ed ora. Con Giacomo Toni abbiamo fatto un’eccezione, visto che il suo ultimo album, Musica per autoambulanze, è uscito nel 2013. Lo abbiamo fatto per due motivi: innanzitutto perché alla recensione del disco, uscita ai tempi, non seguì un approfondimento, e poi perché ultimamente ci è capitato spesso di assistere a concerti del romagnolo, e tutte le volte che è accaduto abbiamo concluso che di Giacomo Toni, in Italia, non ce ne sono poi molti. Insomma, l’approfondimento del caso, il musicista se lo è meritato sul campo, nell’unico modo in cui dovrebbero meritarselo tutti i musicisti: suonando dal vivo.

Siamo dunque particolarmente lieti di farvi leggere questa intervista. Dentro troverete un po’ dell’universo trasversale di un artista ironico ma anche legato a filo doppio al mondo del jazz, un suonatore vecchio stile poco attratto dalle sirene della comunicazione (soprattutto via web) ma assai lucido quando si tratta di circoscrivere la propria cifra stilistica. Si ritiene un “canzonettaro”, Giacomo Toni, ma la parola, soprattutto nel suo caso, non rende giustizia.

Qualcuno definisce il tuo pianoforte “punk”. A me piace vederti come un’originale via di mezzo tra Jerry Lee Lewis (soprattutto dal vivo) e uno Jannacci più cinico, un Buscaglione con l’accento romagnolo e un Conte spettinato, un disciplinato cultore del jazz e magari l’amico di bevute al circolo dei Repubblicani sotto casa. Mi sono spinto troppo oltre? Dove stanno in realtà le radici (musicali e non) di Giacomo Toni?

Hai buttato nella mischia quattro figure che hanno la loro responsabilità nella mia formazione, per non parlare dei Repubblicani. Penso di avere radici piuttosto inquinate, non ho mai avuto un percorso ordinato di studio. Più che altro mi interessa l’efficacia narrativa, sia musicale che letteraria. Per un “canzonettaro” come me spesso la radice è la capacità di osservazione e lo studio dei mezzi espressivi a disposizione.

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Vederti suonare live è qualcosa di davvero divertente, e non solo perché sei spesso accompagnato da ottimi musicisti (e tu stesso lo sei). Quel che emerge è la grande naturalezza che mostri nel mischiare musica seria e ironia tagliente, intuizioni alte e surrealismo, avanspettacolo e coordinazione, swing e Amaro Averna. Che tipo di impronta cerchi di dare ai concerti e come si differenziano questi ultimi dai dischi?

La coerenza stilistica è una truffa. Quello che cerco nella scrittura di un brano, trova il suo sfogo naturale nel concerto, e mi interessa solo che ogni storia abbia un impatto estetico o emotivo per così dire violento. Devo trasmettere a quelli che mi ascoltano che non intendo prendermi gioco del loro tempo libero. I dischi sono un’altra cosa. Ammesso che abbiano ancora un senso, cerco di inserire al loro interno colori anche più intimi, che dal vivo non posso permettermi di tirare fuori, complice un pubblico che raramente concede la sua attenzione a una ricerca più raffinata.

Musica per autoambulanze è uscito nel 2013 ed ha raccolto buoni riscontri. Che tipo di disco avevi in mente quando lo hai registrato?

Volevo raccogliere le mie canzoni migliori. Ha raccolto buoni riscontri, è vero, ma cosa valgono? Possiamo fidarci di una critica che soltanto in Italia recensisce centinaia di capolavori all’anno? Credo che sia un disco ben suonato dai miei uomini. Roberto Villa e Alfredo Nuti Dal Portone hanno fatto una preproduzione appassionata e precisa. Le canzoni che hanno funzionato di più sono le cose più leggere, i divertimenti. Le ballate non vanno a ruba. Fanno i conti con la percezione di simulazionismo, credo. Pazienza.

Hai un solo lavoro solista alle spalle, ma in realtà sono anni che giri l’Italia e pubblichi album a nome Giacomo Toni e Novecento Band – Giacomo Toni & Novecento Band (2006), Metropoli (2008) e Hotel nord est (2010). Come racconteresti in poche righe l’esperienza con la band e perché hai deciso di far uscire l’ultimo disco “in solitaria”?

In verità tutti questi lavori sono stati incisi da musicisti che hanno fatto parte, in un modo o nell’altro, di questo collettivo. Il nome della band è nato per gioco nei primi anni 2000. Speravo di distruggere l’iconografia classica del cantautore solitario. Ma il Secolo impedisce a una band allargata di girare l’Italia serenamente, così ho deciso di mettere tutto a mio nome di battesimo. Questo mi permette di proporre diverse formazioni, dal piano solo alla band completa, a seconda della dignità delle condizioni.

In tempi di ubriacatura da “sovrainformazione”, rintracciare online il tuo passato musicale con la Novecento Band è un’operazione meravigliosamente improba: qualche video su YouTube, un paio di titoli caricati su Discogs, nessuno streaming ufficiale (o almeno, io non l’ho trovato). Persino programmi di peer to peer come Soulseek si rifiutano di nominare Giacomo Toni. A questo punto mi sembra chiaro che la dimensione che più ti appartiene è quella live…

La mia carriera è un fallimento in fatto di comunicazione.

I tuoi brani sono soprattutto storie, spesso da punti di vista abbastanza surreali. Penso ad esempio a un pezzo come Codone lo sbirro (non compreso nel tuo ultimo disco, ma ormai uno standard dei concerti): tolto lo strato goliardico, sopra le righe, è in realtà una riflessione, seppur ironica, sul modo di comportarsi di alcuni soggetti (e degli italiani in generale). L’autoambulanza è invece una gimkana attaccata al respiratore che parla della vita e della morte (e della metrica del ritmo, si apprende da alcune tue interviste). Cosa cerchi di raccontare con le canzoni?

Queste sono due canzoni di stampo cinematografico. Quello che mi interessava era fare un montaggio di immagini che infine costruissero la storia. Per quello che riguarda i contenuti, mi occupo spesso di difendere i comportamenti sconvenienti. Non ho nessuna morale da raccontare. Non voglio denunciare niente e non vorrei vedere in galera nessuno. Nei comportamenti immorali trovo più spazio per descrivere la condizione umana. Davvero, quando leggo di un politico corrotto non provo il desiderio di chiuderlo in carcere. Mi interessa piuttosto il momento in cui si fa trascinare dalla sua vita, cosa fa con quei soldi, dove li porta, da chi compra la droga, dove va a puttane, a che ora va alla messa, che rapporto ha con Dio, eccetera eccetera. Mi piace molto la nostra epoca, ma non vorrei che la società si trasformasse in un informe tribunale di pretini imbronciati.

Nel tuo immaginario rientra di prepotenza il jazz. Quanto spazio c’è per l’improvvisazione nei brani che scrivi? A quali jazzisti ti senti più vicino e in che modo credi che la tua musica si inserisca in quella tradizione?

L’elenco dei jazzisti di riferimento è vasto: da Jelly Roll Morton, Fats Waller, John Coltrane, Ornette Coleman, Charles Mingus, Art Blakey, a Duke Ellington, Count Basie, Thelonious Monk, Miles Davis, Lennie Tristano… vabbè ce ne sono troppi. Tuttavia io mi sento uno scrittore di canzoni e non ho tecnica e tradizione per fare jazz come si deve. Lo swing mi è servito per dare un certo carattere dalle venature nere alla parte più datata del mio repertorio, oggi lo inserisco con cautela, se si sposa con i personaggi che sto cercando di raccontare.

Quanto è difficile essere un cantautore/musicista ironico/sarcastico in Italia?

In effetti non vedo nessun autore che sfondi attraverso l’ironia. L’industria discografica ha bisogno di emulare se stessa in quella paccottiglia di orrori fatti in serie che sentiamo ogni giorno alla radio. Questi devono essere rassicuranti, terapeutici, per una popolazione che probabilmente ha bisogno di sentir parlare d’amore con i quattro vocaboli che ha a disposizione. L’ironia ha bisogno di più spazio, di più complicità. Ma noi cantautori non siamo innocenti, se non riflettiamo sulla nostra antistoricità. È naturale che oggi inseguire il cosiddetto successo con il pianoforte a tracolla sia diventata un’impresa più complicata, perché è difficile trovare spazi espressivi inutilizzati dai nostri maestri. I discografici ci guardano con un sorriso compassionevole e fanno bene. La nostra è una crisi di gesto e io non penso di avere meno di quello che merito.

Stai lavorando a materiale inedito? Se sì, ci daresti qualche anticipazione?

L’impresa sarebbe trovare nuove canzoni che abbiano a che fare con l’ambiente che cambia, con i fenomeni umani ed extraumani che mutano e con i sentimenti inesplorati che ne derivano. Se abbiamo un vantaggio sugli scrittori di canzoni che non ci sono più, è che loro non ci sono più.

31 ottobre 2015
31 ottobre 2015
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