Under the big) Black Sun (of dubstep

Steve Goodman aka Kode9 è, fuori da ogni retorica, uno dei personaggi chiave della musica degli ultimi anni. La sua label Hyperdub il faro di una scena e di un genere che, tra mille sottocorrenti e sfumature avant, si è imposto come una delle declinazioni privilegiate – l’altra è il wonky – di una una koiné elettronica internazionale sempre alla ricerca dell’equilibrio, tra cristallizzazione del linguaggio e suo rinnovamento. La cosa, per una volta, vale anche qui da noi: si veda il sorprendente enciclopedismo appunto wonky/steps di After Silkworm di Planet Soap.

Di queste convergenze di suoni, e prima ancora di estetiche ed intenti, avevamo parlato nel nostro maxi-riepilogone sullo stato delle cose hip hop 2009. Seguendo le principali tappe di un percorso che, dall’affermazione del genere su scala mondiale, alla mezza-rivoluzione dell’hip hop strumentale, bianco e wonky di metà anni Duemila, ha portato ad una terza generazione di producer a cui non interessano opposizioni di genere o dicotomie del tipo suonato/prodotto e campionato/di sintesi, avevamo sottolineato tutta una serie di contatti, incontri, scambi, intrecci che da allora non hanno fatto che rafforzarsi e ingrandire il proprio raggio d’influenza e la propria visibilità.

Dubstep e dintorni: 2009-2011

Il nostro discorso su e attorno a Kode9 riparte allora proprio da quel 2009 che è stato l’anno delle celebrazioni per il lustro di vita Hyperdub: con una compilation ascolto obbligato per tutti e uscite chirurgiche come i singoloni Black Sun (Kode9) e Wind It Up (di quel Mark Pritchard che poco tempo prima, su Warp, aveva pubblicato come Harmonic 313 un lavoro fortemente influenzato dal Dilla elettronico e di quel Om’Mas Keith che è il cuore club-funk del trio afrofuturista Sa-Ra). 2009 anno dell’affermazione nella scena delle prime girls Cooly G e Ikonika (l’ottimo Contact, Love, Want, Hate, trait d’union tra ritmiche steps e suoni wonky, sarebbe uscito a inizio dell’anno successivo), del debutto lungo dei King Midas Sound di Kevin Martin (pioniere dubstep a nome The Bug), della joint venture con la Brainfeeder (tra live alla Redbull Music Academy e contributi su Five Years Of Hyperdub firmati Samiyam e ovviamente Flying Lotus). Appena fuori da Hyperdub, altra “relazione pericolosa” e segnale forte di convergenze forse anche inaspettate, lo split Burial/Four Tet, che declinava i rispettivi specimen (soulstep e IDM) in salsa housey.

Il 2010 si è aperto in maniera programmatica con Sonic Warfare, denso saggio – con solide basi nell’intellighenzia post-marxista post-sessantottina – firmato proprio da mr. Steve Goodman e pubblicato nientemeno che da MIT Press che indaga appunto la “guerriglia sonica”, e cioè la manipolazione di ambienti e persone attraverso un uso politico delle frequenze (in contrapposizione alle espressioni contemporanee – post-techno – dell’afrofuturismo; che invece, attraverso le frequenze, cercano di tenere unite le persone). Tra i ringraziamenti del libro: Kevin Martin, Simon Reynolds, Wil Bevan (Burial), Raz Mesinai (Badawi), la Brainfeeder, la storica radio pirata Rinse, il locale chiave della scena di East London FWD>>. E si è chiuso con due uscite importanti e perfettamente complementari nel descrivere le trasformazioni del catalogo della label, sempre meno interessata a focalizzare un genere o una tendenza e sempre più attenta a mettere il proprio marchio su singole grandi personalità, vecchie o nuove che siano, stilisticamente anche molto distanti tra loro: Terror Danjah, ovvero il modern classic (il più grande produttore grime secondo Reynolds) che sfoggia – aggiornandolo – il suo enciclopedismo black, street e dancefloor, e Darkstar, protagonisti dei nuovi venti dubstep a base di cantabilità pop, riscoperta della voce, appeal indie. Kode9, secco: “Il suono muta sempre e io sto seguendo la musica che mi interessa“.

In mezzo, lontano da Hyperdub, ma sempre al cuore della scena elettronica nei suoi fermenti now, le eleganti geometrie di Scuba, i tribalismi di uno Shackleton mai così sciamanico, l’ampio ventaglio di contaminazioni bassy della compila Future Bass, l’asciuttissimo wonky di Lukid e quello glitchato e “suonato” di Dimlite, la rilettura in salsa USA degli steps UK fatta da Starkey, l’addizione Lotus+Tet di Teebs, le prove tecniche di spacey ragga di Africa Hitech e, ovviamente, la superfusion dello stesso Flying Lotus (che ospita il suo fan Thom Yorke) e la riscoperta trip-hop dei Mount Kimbie, volano ideale per ulteriori evoluzioni del genere e vera e propria anticipazione delle uscite chiave dell’anno successivo.

Il 2011 che ruota attorno al dubstep è infatti, a più di dieci anni dalla nascita del genere (prendiamo come riferimenti El-B, Loefah & Co.), l’anno del post-dusbtep. L’alfiere è ovviamente James Blake, bruciatosi in una manciata di EP come produttore puro (puntando sempre più verso un freddo ed elegante camerismo) per dare voce alla sua anima soul nel debutto omonimo. Nel dubstep post-Burial e quindi post-se-stesso, seguono a ruota artisti tra loro diversissimi come Magnetic Man (il supergruppo chart oriented dei veterani Benga e Skream, affiancati da Arthur Smith/Artwork), Joy Orbison, Ramadanman e Floating Points (tre giovani ancora in attesa del debutto su lp, ma già nomi di riferimento della scena), quel Jamie Smith affrancatosi come solo producer dai suoi xx (We’re New Here, per Gil Scott-Heron) e una vera selva di “super-giovani” il più interessante dei quali, non fosse altro che per la prematura sponosorizzazione di Gilles Peterson, è Lewis Roberts aka Koreless.

Attorno al dubstep, alle sue evoluzioni e – termine banale, abusatissimo, ma qui davvero inevitabile – contaminazioni, ruotano alcune uscite chiave (a livello di estetica, strategie di posizionamento e di comunicazione, ancora prima e ancor più che di efficacia artistica) di questi primi mesi 2011. I Radiohead di The King of Limbs sono la divulgazione indie-blinking dei suoni laptopistici e sotto sotto dubstep (si pensi al gusto noir e ai detriti ambient di Los Angeles) di Flying Lotus; Thom Yorke ha fatto comunella con Four Tet (fresco di split con un altro nome importante a livello di sintesi elettrofile come Dan Snaith aka Caribou) e Burial; e quest’ultimo, è proprio notizia dell’ultima ora, è tornato con un solo work, un 12″ pollici di tre pezzi, dopo 4 anni di quasi completo silenzio. Notare come tutte queste uscite super-hype corteggino sottilmente quello che sarebbe davvero l’incontro/scontro del secolo: mettere assieme Burial e Flying Lotus. Come, del resto, già proprio nel 2009 si era cercato di fare, malinterpretando a tutti i costi un semplice, per quanto suggestivo, montaggio Burial + Dimlite fatto da FlyLo e uploadato sul suo Myspace.

Ecco, inutile dire che di questo continuum extra-Reynoldsiano Kode9 è uno dei protagonisti over e soprattutto under ground. Forse proprio per questo, coerentemente con una strategia di comunicazione veramente ninjesca, che costruisce l’hype sotto la cenere, tra mascheramenti, reticenze e coup de theatre improvvisi, una strategia a ben vedere tutto fuorché 2.0 (ma aspettiamo il lancio – finalmente – di un sito ufficiale Hyperdub che non si limiti a consigliare l’iscrizione alla mailing list), quando incontriamo Kode9 e Spaceape qualche ora prima del live al Bronson di Ravenna (19 marzo, per la Hyerpdub Night – ci saranno anche i King Midas Sound – organizzata dal quarto Transmissions Festival), il discorso non sfiora neppure di striscio tutto questo buzz, consegnandoci invece un artista interamente concentrato a spiegare dove sta andando la sua musica: “Quando facciamo le nostre cose, dobbiamo disinteressarci completamente di tutto quello che succede intorno“. Si capisce subito che i due non sono solo parte di un progetto musicale, ma sono amici veri, la complicità è forte, ridono e scherzano, rilassati come due compagni di college.

Kode9: un profilo

Scozzese di Glasgow, centro geograficamente lontano dal fermento londinese, ma con un underground elettronico vitalissimo tra club, etichette e crew (città da cui provengono infatti anche Rustie, Hudson Mohawke e Ghost-Simon Williamson, per non dire degli Shamen), classe 1974, il giovane Steve Goodman si appassiona subito ai ritmi e si mette ad ascoltare tutto quello che gli capita sotto tiro, reggae, breaks, hip hop, jazz, funk, house, ma anche l’electro-wave dei concittadini Associates (anni dopo inserirà la loro Message Oblique Speech in un suo mix). A sedici anni comincia a fare il dj e una sera, sul dancefloor, arriva per lui improvviso “the most important musical event of my life“: la folgorazione jungle. “Della jungle non mi interessano necessariamente i suoni, ma soprattutto l’energia che sprigiona“. Steve si muove tra Edinburgo (è qui che avviene l’epifania), Warwick (qui conseguirà un master in filosofia nel 1999) e Coventry, approfondisce l’hardcore, studia Timbaland e l’r’n’b dei primissimi Novanta, prima di trasferirsi definitivamente a Londra nel 1997. Si immerge nella scena di East London, fa lo speaker per radio Rinse, tiene set nei locali – compreso il FWD>> – e nel 2001 fonda una webzine specializzata in UK garage, battezzandola Hyperdub. Come producer, il primo lavoro di rilievo, già a nome Kode9, sono due pezzi su Tempa (2002) a quattro mani con Ben Garner/Ben III, l’indianeggiante Fat Larry’s Skank e l’asciutto breakbeat di Tales From The Bass Side. E’ già dubstep, anzi, molto più dubstep di quanto non sarà per lui in seguito. A fine 2003 Kode decide di trasformare Hyperdub nella label con cui fare viaggiare la propria musica. La prima uscita, numero di catalogo HYP001, è una lenta e irreale cover version di Sign O’ the Times di Prince, Sign Of The Dub (2004; b-side la minimalista Stalker). Lo stile si è fatto già molto più personale, Kode comincia ad esplorare le atmosfere dilatate, profonde e siderali che ne contraddistingueranno il suono in tutte le uscite successive. Alla voce c’è Daddy Gee, e cioè quello Stephen Samuel Gordon che nel 2005 cambierà nome in Spaceape.

Kode9 è il pigmalione del ragazzo senza nome che si fa chiamare Burial e che nel 2005 esordisce con un 12″ di quattro pezzi, South London Boroughs (prima uscita Hyperdub di un altro artista), e l’anno successivo pubblica l’omonimo album di debutto, disco dell’anno per The Wire. Sempre nel 2006, esce anche Memories of the Future, primo album di Kode9 e Spaceape. I semi sono gettati. E la raccolta non tarda neppure troppo ad arrivare, visto che il secondo album di Burial, Untrue, esce già a novembre 2007, diventando in breve tempo un vero caso internazionale (e segnando di fatto lo sdoganamento del dubstep fuori dai soliti circuiti dei club UK), anche e soprattutto per il mistero che avvolge il produttore, che riuscirà a rimanere anonimo fino a metà 2008 (si scoprirà così che William Bevan aveva frequentato la Elliott School negli stessi anni di Kieran Hebden/Four Tet). L’ambient sporca e drammatica, i legnosi breakbeat e soprattutto la palpabile – per quanto fantasmatica – tensione soul delle voci di Burial creano uno standard che scavalca le dancefloor track e i melmosi pezzi chetaminici che dominano la scena e fanno di Untrue una pietra miliare del tramonto dei Duemila. Il “Salinger del dubstep” ritorna nella sua tana e si chiude in un silenzio quasi completo.

Kode9 invece, come abbiamo visto, si rimbocca le maniche e svolge il ruolo di capoccia con uno scrupolo e un’intelligenza che ne spiegano alla perfezione – assieme all’attività accademica – la produttività piuttosto ridotta e spalmata su tempi lunghi. Assistente a Warwick già prima di conseguire il master, dal 2006 in pianta stabile alla University of East London (guarda un po’…) come “Lecturer in Music Culture” e coordinatore di un programma di Sonic Culture, specializzato in “Cybernetic Culture, Diasporic futurisms, Abstract Materialism”, Steve/Kode insegna attulmente materie relative ai rapporti tra suono e immagine.

Afrofuturism for the masses

Non abbiamo aspettato così tanto per stampare il secondo album intenzionalmente. Semplicemente, ci abbiamo messo molto per realizzarlo. Siamo stati molto distratti… dalla vita, dal lavoro per l’etichetta. E poi non ci piace fare le cose di fretta: quando un lavoro è pronto, lo facciamo uscire. Black Sun è molto diverso da Memories. C’è molta più energia, a livello ritmico e nei testi, ed è molto più synth-driven; il primo era – come dire – più slow. E’ un lavoro che si è costruito live dopo live, nel corso degli anni (Black Smoke risale almeno a due-tre anni fa), provando versioni sempre diverse degli stessi brani, fino a raggiungere il feel, l’impatto che volevamo. Ci sono tre canzoni propriamente house e sono tutte sorelle di Black Sun [il singolo 2009].

Space scrive i testi, io le musiche, poi cerchiamo di mettere assieme le due cose. Dietro Black Sun c’è un concept, ma è nato a posteriori, dopo avere finito il disco, anche grazie alla grafica della copertina [in stile giappa-Hokusai], dalle coerenze che abbiamo riscontrato nei testi e nelle musiche e che ci è sembrato giusto fare emergere. Ironia della sorte – visti i tempi – il concept riguarda un evento radioattivo che investe la popolazione e la muta geneticamente. L’album parla di come i diversi gruppi della popolazione rispondono alla cosa. Le liriche raccontano le loro storie. Black Sun, ad esempio, “parla” dell’eclissi radioattiva.

Nella vostra musica, nel vostro progetto, al di là delle evoluzioni interne del vostro suono, ci sono sempre due componenti: la voce afrofuturista di Spaceape e le basi elettroniche di Kode9. Per me l’afrofuturismo è la musica più interessante venuta fuori negli ultimi 50 anni. E’ elettronica, ma ha radici organiche. Va oltre le definizioni e gli stereotipi street, roots, hip hop, dubstep, grime, techno, house. E’ la cosa che in qualche modo riempie il gap tra queste definizioni e le riunifica tutte. Anche King Midas Sound è un progetto afrofuturista. Conosciamo Kevin da anni. Spaceape ha lavorato con lui su London Zoo e in altri progetti [Cult Of The 13th Hour]. Il suo lavoro è sempre stato per noi fonte di ispirazione. I nostri progetti, per quanto diversi, sono in qualche modo comparabili. Direi anche che siamo complementari quando ci troviamo sullo stesso palco. Ed entrambi impariamo e sperimentiamo molto a partire dai nostri live.

Black Sun parla di “guerriglia sonica”? In senso lato sì. Nel libro ho cercato, anche attraverso esempi presi dalla politica e da contesti bellici, dei possibili background per spiegare certi meccanismi della scena bassy, della dance basata sulle frequenze. Mi interessa capire come le frequenze possono unire o dividere le persone, ovviamente anche in maniera del tutto inconsapevole, oltre che manipolatoria. Le diverse sfumature musicali del disco spiegano come queste persone, di volta in volta, si possono aggregare o si dividono. Tutto è ritmo: la musica, il metabolismo degli esseri viventi, il moto dei pianeti… il traffico… i miei ritmi circadiani incasinati.

Prossime uscite Hyperdub in cantiere? Abbiamo appena messo sotto contratto Hype Williams per un EP. C’è un bel progetto di remix sui King Midas Sound, sarà un album intero. Poi c’è l’album di Morgan Zarate, con il suo electrosoul, quello di Cooly G e nuovi pezzi dei Funkysteps e di D.O.K..

Meno sonicamente violento di quello di Martin/King Midas, meno graffiante, più deep, il live di Kode9 e Spaceape al Bronson conferma le parole del duo su un album nato nei live e pensato per i live, facendo esplodere il potenziale dancefloor delle produzioni. Il rappato di Spaceape è ancora più fisico rispetto al disco, i suoi spoken e il suo lento rapping nutrito di ascolti reggae si fa più incisivo e allo stesso tempo più cinetico. La gente, insomma, balla, in un riuscitissimo aggiornamento, in chiave afrofuturista, della logica dei soundsystem tanto cari a Martin e al prof. Goodman. Con uno spettacolo così e con la fama post-burialiana che Hyperdub si è guardagnata negli anni, Kode9 può tranquillamente puntare ad allargare sensibilmente il proprio pubblico di riferimento, tanto presso l’utenza indie che quella “discotecara”. Senza rinunciare agli elevati standard qualitativi che finora ha sempre garantito.

 

14 Aprile 2011
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