Vincenzo Ramaglia: “Un album sul senso intimo della comunicazione”

Vincenzo Ramaglia unisce da sempre, nei suoi lavori discografici, immagini e concetti a costrutti sonori sospesi tra ricerca e attitudine pop. Non a caso la sua etichetta ha il nome di Popular Experimental Music, una definizione che chiarisce perfettamente anche le caratteristiche del suo ultimo album La parole, impreziosito dalla voce versatile e evocativa di Laure Le Prunenec. Un rapporto denso tra glitch liquidi e caverne dub che dona un panorama sonoro travolgente alle evoluzioni vocali della cantante francese, che spazia tra tecniche e stili con una sincerità sorprendente: dal sussurro al grido, dal gutturale di stampo metal (“growl” e “scream”) alla lirica, dal basso al falsetto e al sovracuto.

Abbiamo intervistato Ramaglia per scoprire qualcosa in più sul suo lavoro e sull’album uscito lo scorso 14 febbraio.

Dirigere una nota accademia italiana di cinema (la Griffith) quanto influisce sulla tua attività di compositore?

Influisce a più livelli, perché queste due vite, talvolta, si incrociano. Per esempio, dirigere per oltre 20 anni una scuola di cinema e un corpo docente di professionisti audiovisivi mi ha reso in grado, nel tempo, di curare personalmente la regia e il montaggio dei miei video musicali, spesso realizzati direttamente alla Griffith, coinvolgendo troupe di miei allievi, sotto la guida di docenti della mia accademia. Il che è sempre molto coinvolgente anche per il particolare rapporto che c’è tra me e la troupe.

Insegni e scrivi di linguaggio audiovisivo: anche questo si riflette nella tua musica?

Il mio approccio, da formatore, al linguaggio audiovisivo e al rapporto tra suono e immagine nel cinema si ripercuote nella tensione evocativa che, da compositore, vorrei la mia musica restituisse sempre, anche e soprattutto quando non è applicata alle immagini. Paradossalmente, non si tratta di una tensione evocativa ispirata alla musica da film, quanto piuttosto alla “poetica sonora” di alcuni grandi registi che – senza saperlo – erano (o sono) compositori sperimentali. Attraverso un utilizzo rivoluzionario del suono e del silenzio, registi come Bergman, Tarkovskij, Lynch (tanto per fare qualche nome) hanno creato atmosfere sonore innovative e straordinari rapporti di senso tra suono e immagine nei propri film, un serbatoio di suggestioni sonore prezioso persino per un compositore di “musica pura”.

Perché un album dal titolo La parole?

C’è una risposta facile e una difficile. Quella facile: il titolo mi suonava bene, nella sua paradossale contrapposizione al “linguaggio inventato in tempo reale” da Laure Le Prunenec, particolarità che mi ha sempre affascinato nelle sue performance vocali. Risposta difficile: Saussure distingue tra “la langue” (il codice comune a tutti, necessario per la società) e “la parole” (atto linguistico del parlante, che – al contrario – è “individuale”, “unico” e “irripetibile”). In un certo senso “la parole” è un gesto sonoro non replicabile, che si esprime qui e ora, senza alcuna possibilità di codificazione. Oltre il linguaggio. Eppure è il senso più intimo (e musicale) della comunicazione.

La tua musica è sempre stata di difficile catalogazione, un abbattimento di generi fortemente voluto. Si spiega così, oltre alle sue pregevoli doti vocali, il coinvolgimento della cantante Laure Le Prunenec nel tuo ultimo lavoro? Raccontaci dell’incontro con lei.

Mentre il Coronavirus è diventato una pandemia e la quarantena ormai qualcosa di difficile e inevitabile per tutti, racconto volentieri questo “incontro”, perché potrebbe essere di ispirazione per chi – barricato in casa – si sente paralizzato in qualsiasi attività. Io e Laure ci siamo conosciuti via chat, a giugno del 2016, ognuno stando a casa propria in due diverse parti del mondo. Ho scoperto quasi per caso alcune sue performance su YouTube, in cui – in uno show di Igorrr – si scatenava su un palco col suo mix travolgente di tecniche vocali (dal “growl/scream” del metal alla lirica) e con la sua carismatica presenza scenica. Ne sono rimasto affascinato: le ho scritto subito. Perché sì: in effetti incarnava perfettamente quell’abbattimento degli steccati che anche io inseguivo nella mia musica.

Ne sono nate una grande affinità e una singolare collaborazione, a distanza ma emotivamente molto coinvolgente (ora siamo amici, oltre che collaboratori: ci siamo incontrati di persona solo dopo più di un anno che ci scambiavamo messaggi e musica). E anche tutte le tracce dell’album sono nate, nel tempo, registrando ognuno a casa propria: La parole è la testimonianza di un ulteriore abbattimento, quello delle distanze. Si possono fare miracoli, anche stando chiusi in casa…

Come, invece, sei arrivato a coinvolgere μ-Ziq per il remix de La parole 5?

Ho inviato il mio album a μ-Ziq perché sono un suo grande fan. Non avrei mai immaginato che una delle tracce lo avrebbe ispirato a tal punto da fare un remix: ne sono stato profondamente onorato e grato. Mi sono subito innamorato del suo remix ipnotico e intrigante!

Ci sono stati ascolti particolari o visioni che hanno influenzato il percorso compositivo dell’album?

Di solito gli ascolti e le visioni che mi influenzano di più, lo fanno subliminalmente… dunque avrei difficoltà a rintracciarli. Per questo confido molto nei miei recensori, che spesso riescono a trovare connessioni che a me sfuggono.

Probabilmente Autechre, Björk, Arvo Pärt, Radiohead, Sigur Rós, Portishead, Squarepusher, Venetian Snares, Alva Noto, ecc… sono gli ascolti che più palesemente potrebbero emergere qua e là in un’impalcatura musicale tuttavia piuttosto inedita (anche perché composta in un modo molto diverso da quello utilizzato dai singoli artisti che ho citato). Ed essere appassionato di cinema e televisione mi porta ad avere un ampio approvvigionamento di “visioni” di grande ispirazione (sempre più per la “poetica sonora” che per la musica da film, come ti dicevo prima).

Spiegaci il concetto alla base dell’acronimo PEM, con cui tu definisci la tua musica…

PEM sta per Popular Experimental Music. Utilizzo questa espressione per circoscrivere un bacino (più o meno ampio) di artisti che si rivolgono a un pubblico eterogeneo (cioè non solo di addetti ai lavori, come purtroppo fa buona parte della sperimentazione contemporanea cosiddetta “colta”), pur tuttavia sfidandolo sempre con qualcosa di nuovo (senza cioè necessariamente rassicurarlo con banalità trite e ritrite, ma piuttosto ridisegnando il presente musicale di giorno in giorno). Questo bacino è esattamente quello in cui mi sentirei a mio agio.

7 Aprile 2020
7 Aprile 2020
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